Il popolo del Metting è un Re Mida ( quel che tocca, diventa oro)

QUAL E’ IL SEGRETO DI QUESTA GENTE CHE LAVORA UNA SETTIMANA GRATIS, PREPARA SALAMELLE TRA I FUMI ALLEGRI DELLE CUCINE, S’INVENTA HOSTESS PER SETTE GIORNI SETTE, SPIEGA LA MOSTRA NELLA CALURA ESTIVA RIMINESE?
SE LO LEGGI SUI GIORNALI NON CAPISCI, MA SE PRENDI IL RESPIRO E SEGUI LA CORRENTE CAPIRAI CHE SONO TUTTI PUNTI PARADISO PER LASSU’ E IL CENTUPLO QUAGGIù

La ragazza bionda mi chiese: «è lei il dottor Perrone?». Ero appena sceso dal treno per Milano e sostavo sul marciapiede del binario 1 della stazione di Rimini con l’aria di chi si è fatto tre ore di treno dopo averne fatte troppo poche di sonno. Però avevo una bella borsa che avevo comprato negli Stati Uniti un mese prima, durante i Mondiali, non ricordo dove e non ricordo neanche dove l’ho messa. Peccato, mi dava un aria da cowboy metropolitano. Cowboy, ma colto. Aveva tante tasche da cui uscivano libri e giornali. Forse è per questo che la ragazza bionda (e carina) si rivolse a me. Mi stava aspettando, ma solo per lavoro. Era l’agosto del 1994 ed era la mia prima partecipazione al Meeting di Rimini come relatore. Mi attendeva un dibattito con Pippo Marchioro allenatore di lungo corso e con William Vecchi, ex portiere diventato preparatore dei numeri 1 (ora fa parte dello staff Carlo Ancelotti). Quando ero stato a visitare il Meeting, molti anni prima, non avevo capito cosa fosse o da chi fosse rappresentato il popolo del Meeting. Non ci avevo fatto caso. Per me era una vacanza.

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Non ci avevo fatto caso, eppure ne facevo parte con le decine di migliaia che migrano da uno stand a uno spettacolo, da una mostra a un dibattito, che vengono in auto, in camper o in treno, che vanno in campeggio o in albergo.

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Però vorrei parlare di quelli che il Meeting lo fanno. Non sono diversi da quelli che lo visitano, hanno la stessa convinzione di partecipare a qualcosa di speciale. Però lavorano e non è una differenza da poco.

COSTUMI ACCHIAPPAFEMMINE ADIOS
In tutti quegli anni di distanza – da spettatore a protagonista – avevo letto di loro sui giornali, li avevo visti raccontati con le parole e con le telecamere. Venivano descritti quasi sempre col tono saccente e velato di disprezzo dei (più o meno) grandi inviati dei (più o meno) grandi giornali indispettiti dal fatto che non ci fosse dietro nulla. Non riuscivano a immaginare cosa muovesse questi ragazzi (ma anche molti adulti) che per due settimane mollavano l’estate ai coetanei, posteggiavano il pattino e i braccioli, la discoteca, i sandali col tacco alto e il costume acchiappafemmine per andare a Rimini a sudare l’unto delle cucine, a spostare sedie, a costruire stand, a tenere a bada una folla sterminata di gente come loro, ma che pensava solo a divertirsi e a saltare la fila per prendere un piatto di pasta.
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Mi ha sempre colpito questa mancanza di sensibilità da parte dei giornalisti che seguivano il Meeting. Per anni sono andati in giro ostinati a cercare di capire chi fossero, cosa ci facessero, da quale pianeta venissero. Hanno tentato di metterli in difficoltà con domande sul sesso, pensando di trovarli impreparati, bigotti, ingenui. Li insolentivano con la politica, nel tentativo di trascinarli su un terreno sabbioso. La loro semplicità priva di malizia, la loro dolcezza intelligente, però, sfuggiva alle loro categorie.
E loro s’arrabbiavano.
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Perché il problema che è difficile capire è la passione per qualcosa di concreto ma che sfugge alla catalogazione immediata, il sacrificio senza ritorno pratico, soldi, fidanzate, risultati, il desiderio di essere in mezzo agli altri con la propria particolarità, senza annullarsi, da protagonisti.

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La ragazza bionda che mi accolse in quel caldo giorno di agosto veniva da Padova dove frequentava la facoltà di psicologia. Adesso, probabilmente, è sposata con prole. Era vestita di azzurro e faceva l’hostess. Insieme con lei e con gli altri invitati al dibattito andammo a pranzo sul lungomare. C’era tanta gente a sentirci e ricordo un gran caldo perché la nostra non era una sala con l’aria condizionata.

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Da quel giorno sono andato altre volte, ho avuto altre hostess che si occupavano di me. Tutte carine. Tutte gentili al punto che non si sono solo occupate di me, ma anche dei miei figli. Una ha fatto pure la babysitter a mio figlio di sei mesi. Una mi ha scritto un sms quando è uscito il mio primo libro. Ho conosciuto ragazzi che facevano gli autisti, ho incontrato figli di vecchi amici che stavano ai cancelli dei parcheggi o servivano i panzerotti e che mi facevano festa ogni volta che mi vedevano.

CHE CI FACCIO QUI?
Osservandoli non ho mai provato nostalgia per un ieri passato troppo in fretta, ma senso della storia per un oggi che ho ancora la fortuna di vivere. Mi veniva in mente una festa popolare di molti anni prima, del 1975 a Chiavari. Avevo 18 anni. Ho in mente un’immagine: io e altri tre o quattro amici venuti da Rapallo sul Lungo Entella, seduti sui tubi con cui dovevamo montare i palchi, aspettando qualcuno che ci dicesse cosa fare. Era una giornata di sole, faceva caldo, l’estate era dappertutto, ma a noi non interessava.

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Che ci facevano lì? Che cosa ci muoveva? Non voglio rispondere con un bel concetto, posso solo aprire il ricordo che ho eravamo felici. Il giorno della festa, un sabato, venne un nubifragio e la festa fu rimandata al sabato successivo. Come se fossimo perseguitati dalla nuvoletta dell’impiegato si ripresentò la pioggia. Ma la parola d’ordine a questo punto era: festa a oltranza. Io mi occupavo con il mio amico Garci, che aveva un padre macellaio, del grill. Lui cucinava, io servivo al banco. Me lo ricordo ancora oggi come uno dei giorni più belli della mia vita.

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Il “centuplo” quaggiù. Il popolo del Meeting lo fa per questo. Quello che ottiene è subito qui, visibile, toccabile in questi quindici giorni che passa a imbandire la festa. Forse anche la ragazza bionda che mi accolse quel giorno, pur avendo a che fare con me, provava le stesse cose che provavo io, vent’anni prima servendo bistecche e salsicce sotto la pioggia. Adesso magari verrà al Meeting da spettatrice, con la famiglia e racconterà di quando andava a prendere gli invitati alla stazione. Perché se lo racconta, allora vuol dire che quei quindici giorni le apparterranno per sempre, come mi appartengono gli attimi indimenticabili che ho vissuto al Meeting.

L’OCCHIO SGUINCIO NON CAPISCE
Alcune cartoline, foto ricordo. Un’intervista che feci a Franco Carraro nel 1984. Un concerto di Georges Moustaki. Il pediatra di mia figlia, dottore stimato e bravo nel suo lavoro, che, persa la testa, cercava di passarmi suo figlio sul palco perché lo facessi toccare da Franco Baresi nel 1998. Tre ragazzine che si vollero far fare una foto con me dopo un incontro con Valentino Rossi nel 2001. «Guardate che non sono Valentino Rossi» dissi loro scendendo dal palco. «Sì, lo sappiamo, lei è meglio». Piccole soddisfazioni, però non mi hanno mai spedito la foto che mi avevano promesso. La presentazione di Zamora nel 2003, stretto tra due tomi religiosi. «Che ci faccio qui?» chiesi al pubblico. Poi la cosa andò come doveva andare, con la gente che stette a sentirmi. Ricordo un ragazzo che mi riconobbe mentre cercavo di farmi una pizza e mi chiese un saluto per suo padre da immortalare sulla sua videocamera. Ricordo che era tutta gente entusiasta che trasformava in oro, cioè pienezza di vita, ogni istante trascorso laggiù. In fondo è questo che chi arriva al Meeting con l’occhio sguincio non capisce. Come si possa essere felici senza chiedere nulla, anzi dando offrendo qualcosa. Un consiglio: fate un bel respiro e fatevi portare dalla corrente.