Il nuovo libro di don Francesco Ventorino: “Luigi Giussani. Il coraggio della speranza”

Un’opera che racconta l’origine e l’orizzonte della virtù cristiana che animò l’avventura umana e l’impegno politico di molti ciellini della prima ora

«“Che coraggio ci vuole a sostenere la speranza degli uomini!”. Era una espressione ricorrente in don Giussani: sintetizza il suo impegno di uomo e di prete. (…) Stando con don Giussani, il tempo diveniva il terreno in cui la tua libertà si trovava continuamente sfidata e messa alla prova, in ogni circostanza, nella sua capacità di fedeltà. La certezza e l’attesa di una fine buona non toglievano nulla all’impegno costante nella costruzione della novità già nel presente. La viva attesa dell’avvento finale di Cristo non era certo motivo di “paralisi escatologica”; al contrario diveniva il motore di una iniziativa instancabile».

Così Francesco Ventorino racconta in Luigi Giussani. Il coraggio della speranza (Marietti 1820, 14 euro), l’origine e l’orizzonte della virtù cristiana che animò l’avventura umana e l’impegno politico di molti ciellini della prima ora. «È divenuta leggendaria la frase di don Giussani “Mandateci pure in giro nudi ma non toglieteci la libertà di educazione”», racconta monsignor Luigi Negri, vescovo di Ferrara, ricordando gli anni della battaglia per la libertà di educazione nella scuola, la mobilitazione nei giorni della rivoluzione ungherese, il dossier pubblicato nel ventennale della Resistenza da un gruppo di universitari «fra i quali il sottoscritto, che aveva come slogan questo: “Non ci basta più la libertà della Resistenza, facciamo resistenza per la libertà”».

«Ai compagni che affermavano la liberazione come proveniente dalla rivoluzione, i fondatori di Cl rispondevano che la liberazione viene, invece, dalla comunione, ovvero dalla umanità rinnovata dalla amicizia con Cristo», racconta Giancarlo Cesana, ripercorrendo le battaglie sui “princìpi non negoziabili” che portarono alla nascita del Movimento Popolare prima e della Compagnia delle Opere dopo, «con l’idea che l’impegno nel lavoro, nell’opera appunto, avesse una originalità più personale, profonda e concreta dello schieramento ideologico». Due testimonianze in cui riecheggia il pensiero di Giussani, ripreso con appassionata fedeltà in tutto il libro da Ventorino.

Ancora capace, scrive nella prefazione monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, di irrompere nel frangente storico con una «sorprendente capacità anticipatrice nelle sue riflessioni sul potere, sulla laicità dello Stato, sul lavoro come collaborazione dell’uomo alla creazione e all’opera redentrice di Cristo».