Tentar (un giudizio) non nuoce

Il lavoro non è finito. E l’uomo ne ha ancora bisogno

Di Raffaele Cattaneo
02 Maggio 2026
Una persona trova soddisfazione quando nel lavoro può esprimere sé stessa. Quando sente che ciò che fa ha a che fare con la propria creatività, con il proprio valore e con il bene di tutti.
Lavoro

Ieri abbiamo celebrato la Festa dei Lavoratori e la domanda non può essere rituale. Che cosa stiamo davvero difendendo quando difendiamo il lavoro?

Che cosa è il lavoro oggi? È ancora una forza applicata in un posto, come nella fabbrica ottocentesca. Oppure è diventato altro, fino al punto da poter scomparire?

Quando Karl Marx osservava il capitalismo, vedeva lo sfruttamento operaio. Simone Weil, negli anni Trenta, scelse di lavorare in fabbrica per capire cosa accadesse davvero. Ne uscì un racconto durissimo. Il corpo piegato, il pensiero spento, l’uomo ridotto a ingranaggio. Quella era la condizione dei lavoratori.

La difesa dei diritti dei lavoratori, che proprio il primo maggio richiama ogni anno, è stata una battaglia giusta. Ha corretto abusi reali. Ma non basta più. Perché il problema non è soltanto proteggere il lavoro. È capirne il senso.

Oggi quelle immagini sembrano lontane. Eppure, la domanda è ancora più radicale. Non solo il lavoro può cambiare forma. Adesso addirittura potremmo domandarci se non sia sul punto di essere eliminato. Le tecnologie sostituiscono le funzioni tecniche. L’intelligenza artificiale si avvicina a quelle intellettuali e creative. Non è più solo il lavoro a essere in discussione. È l’uomo dentro il lavoro. Ciò nonostante, il lavoro umano ha una dimensione ineliminabile ed essenziale per la vita di ciascuno.

Due dimensioni

Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, lo aveva detto con chiarezza. Il lavoro porta il segno dell’uomo. Non è solo produzione. È espressione di una persona dentro una comunità di persone. Qui sta il punto che abbiamo dimenticato.

Il lavoro ha sempre due dimensioni. Una oggettiva. Ciò che produciamo. E una soggettiva. Le relazioni che viviamo mentre produciamo. Se perdiamo la seconda, perdiamo tutto. Perdiamo la dignità del lavoro.

Non è difficile capirlo. Una persona trova soddisfazione quando nel lavoro può esprimere sé stessa. Quando sente che ciò che fa ha a che fare con la propria creatività, con il proprio valore e con il bene di tutti. E quando il rapporto con gli altri – che siano colleghi, clienti o capi – non è solo funzionale, ma umano. Il lavoro non è mai solo una prestazione. È sempre una relazione.

«Lavorare è fare un uomo al tempo stesso che una cosa», diceva sempre san Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens. Ma per “fare un uomo” bisogna inesorabilmente avere a che fare, oltre che con la relazione, con il senso, con il significato di quello che si fa: un uomo che lavora senza aver chiaro il senso di quel che fa è un alienato: non solo non si fa, ma si distrugge, distrugge la propria umanità.

La parola stessa sviluppo lo suggerisce. In inglese si dice development, in spagnolo desarrollo. Entrambe rimandano all’idea di uno srotolamento, di qualcosa che si dispiega nel tempo, che si muove, che corre verso il futuro.

Realizzarsi nel lavoro

Qui si apre la domanda decisiva. Srotolamento verso dove. Con quale direzione?

Anche se l’intelligenza artificiale e la tecnologia diventassero capaci di sostituire il lavoro e l’intelligenza umana, resterebbe una questione irriducibile. Saprebbero darsi da sé le proprie finalità in maniera morale e costruttiva oppure costituirebbero un rischio per l’umanità? Non avrebbero sempre bisogno di essere governate dall’uomo?

Non esiste lavoro e non esiste sviluppo senza una domanda sulle finalità. Senza una direzione, ogni crescita è solo espansione. È questo il punto più radicale che il pensiero cristiano introduce nel dibattito pubblico.

Già con la Rerum Novarum, alla fine dell’Ottocento, la dottrina sociale della Chiesa metteva in discussione l’idea che il lavoro fosse soltanto forza. Per una visione materialista, l’uomo va liberato dal lavoro. Per la tradizione cristiana, l’uomo si realizza nel lavoro. Non è un peso da cui fuggire. È il luogo in cui compartecipa all’opera creatrice di Dio.

Il motore dell’uomo

Infine, occorre superare un ultimo retaggio del secolo scorso: l’idea del conflitto necessario tra capitale e lavoro, tra padrone e operaio. L’impresa non è una contrapposizione strutturale. È il luogo in cui l’uomo esprime in modo organizzato la propria creatività per rispondere a un bisogno.

Descrivere l’imprenditore come il padrone delle ferriere ottocentesco non corrisponde più alla realtà. Il rapporto tra imprenditore e lavoratori è competitivo nel senso originario del termine. Cum petere. Chiedere insieme. Nasce dentro una cooperazione.

All’origine dell’impresa non c’è solo un calcolo economico. C’è una dinamica più profonda. È l’incontro tra un bisogno, un desiderio e una capacità di risposta. È qui che nasce l’intraprendere umano. Non da uno schema, né solo da un desiderio di profitto, ma da una tensione profondamente umana: desiderare di rispondere a un bisogno per vivere tutti meglio.

Don Luigi Giussani lo diceva con una semplicità disarmante. Il desiderio è la scintilla che accende il motore dell’uomo. Tutte le mosse umane partono da lì. Senza desiderio, non si muove nulla.

È dentro questa dinamica che l’uomo realizza sé stesso. Ed è lì che trova la propria dignità.

Per questo la mancanza di lavoro non è solo un problema economico. Non è solo assenza di reddito. È una ferita più profonda. Perché priva la persona di un luogo in cui esprimersi, costruire, entrare in relazione, diventare sé stesso, affermare la propria dignità.

Non a caso, nella liturgia si prega per chi non ha lavoro. Non è una formula. È il riconoscimento che nel lavoro è in gioco qualcosa di essenziale per l’uomo.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.