Il dono di Fumana
Fumana è il nome di una bambina che, appena nata, rimane subito orfana, perché la madre muore mettendola al mondo e il padre fugge non si sa bene dove, ma senza più lasciare traccia. La notte in cui è nata, la gente di Voltascirocco, piccolo borgo non lontano da Rovigo, se la ricorda ancora: era il settembre 1882 e sembrava che l’Adige volesse spazzare via tutto il Veneto. A prendersi cura di lei resta solo il saggio e rude nonno Petrolio, che improvvisamente si trova alle prese con una seconda inattesa paternità. Petrolio cresce la piccola Fumana come e quanto può e, siccome fa il pescatore nelle valli di notte, la bimba impara presto a pescare con la fiocina e a stare in equilibrio sul sandolo in mezzo alle paludi. Acqua e natura sono il mondo che abita e che ama, immersa nella Fumana, cioè nella nebbia del basso Polesine che è il suo elemento costitutivo: è lì, in quella densa caligine che si rifugia e trova la sua intimità, sola con la luce della lampada con cui attira i pesci sul barchino.
Quando Fumana comincia a farsi donna, Petrolio capisce che non può più proteggerla come un tempo e decide di affidarla alla Lena, una donna che ha votato la sua vita alla cura degli altri. In casa sua Fumana scopre di possedere un dono raro: anche lei come la Lena è destinata a diventare una “strigossa”, una guaritrice, che attraverso rimedi naturali, segni e parole segrete può alleviare malanni e piccole sofferenze. “Segnare” è un dono prezioso, ma anche una condanna e Fumana lo comprende presto: le “strigosse” infatti venivano cercate nei momenti di bisogno – per curare la febbre, i reumatismi, il fuoco di Sant’Antonio – e poi, al primo inconveniente, accusate di malocchio, di magia nera, relegate ai margini del paese.
Destino di strigossa
Chi mai vorrebbe sposare una donna che accoglie in casa uomini malati e bisognosi e compie misteriose guarigioni? Eppure anche Fumana è destinata a conoscere l’amore, quello per il compaesano Luca, con cui vive un rapporto profondo e vero che affronta con la stessa autonomia e libertà con cui ha vissuto ogni aspetto della sua vita. Questo le crea parecchie difficoltà: la famiglia di Luca non la accetta e le due guerre che attraversano l’Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento, unite all’arrivo della moderna medicina a Voltascirocco, aggiungono ulteriore complessità al suo destino di “strigossa”.
Eppure Fumana ha ricevuto un dono, quello di “far del ben”, gratuitamente, per restituire al mondo i frutti del dono ricevuto. Lo dimostra quando decide di prendere con sé una bambina muta e malata, Bisatta, su cui tutto il paese aveva già espresso la sua dura sentenza. Ormai ha capito che la vita ha senso solo quando si accetta con letizia il proprio dono, anche se talvolta può voler dire sacrificare tutto il resto.
“I doni che ga”
Fumana è un libro denso come quella nebbia che si taglia con il coltello che accompagna il lettore pagina dopo pagina. Ci sono momenti di rara bellezza in cui lo splendore della natura sembra dilatarsi davanti agli occhi: il fiume, la pianura, il richiamo degli uccelli, l’eco del vento. Ma soprattutto c’è lei, Fumana, che col suo carattere impetuoso e fragile ogni tanto fa prudere le mani, ogni tanto fa scendere una lacrima.
Come non volerle bene? Così caparbia nel cercare la propria strada, desiderosa di scoprire il senso profondo della sua esistenza e di mettere a frutto il suo dono, perché «ognuno ga i doni che ga. Quel che possiamo fare l’è de seguirli, o de lasciarli là».

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