Il destino dei cristiani non sarà diverso da quello degli ebrei

Nelle pagine del libro “La Stella e la Mezzaluna” si ritrova la traiettoria storica che punta oggi all’estinzione delle minoranze religiose nel Vicino Oriente

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Il 3 ottobre scorso, alla sinagoga Beth Shlomo di Milano, si è tenuto l’incontro “Vivere sotto l’islam: 14 secoli di storia raccontati da cristiani ed ebrei – Presentazione del libro La Stella e la Mezzaluna di Vittorio Robiati Bendaud”. Insieme all’autore erano presenti Myrna Chayo, già docente di lingua araba all’Università Cattolica di Milano, e l’inviato speciale di Tempi Rodolfo Casadei. Ecco il testo del suo intervento.

Anzitutto faccio i complimenti più sinceri all’Autore de La stella e la mezzaluna, perché è davvero un libro ricchissimo e leggibilissimo, perché è riuscito a offrire in meno di 250 pagine una sintesi molto efficace di una storia lunga 1.400 anni, riuscendo pure a dedicare una cinquantina di pagine all’ebraismo e al Vicino Oriente prima dell’islam. È un libro molto onesto e per niente enfatico, e che tuttavia mette in difficoltà il lettore che ha coscienza di appartenere ad una storia, perché lo mette di fronte alle responsabilità storiche che gli vengono dalla sua identità comunitaria.

Ciascuno di noi vorrebbe avere memoria solo degli splendori della propria civiltà e della propria fede religiosa, e invece la storiografia ci costringe a prendere atto anche delle ombre, degli errori e degli orrori di una civiltà e di una tradizione religiosa, e con ciò rende tormentato il nostro rapporto con gli antenati e rende tormentato il nostro rapporto coi discendenti di coloro che hanno patito ingiustizie da parte dei nostri antenati. Ringraziamo Dio per questo tormento. Perché ciò che è tormentato è serio, ciò che è tormentato è adulto. E come scrive Shakespeare nel Re Lear, «Ripeness is all», “la maturità è tutto”. Siamo e vogliamo essere adulti.

Io non ho le competenze storiografiche e linguistiche dei relatori che prenderanno la parola dopo di me, il mio approccio al tema di stasera sarà diverso dal loro. Io ho fatto reportage nei paesi del Vicino Oriente, come è stato detto nella presentazione, e quindi quello che farò sarà incrociare le mie esperienze di reporter sul campo coi contenuti del libro. Ma prima faccio due brevi notazioni. Ci sono nel testo passaggi che hanno suscitato in me sentimenti di commozione e di sorpresa.

La commozione per la testimonianza che rendono le persone che accettano la sofferenza e a volte il martirio per non abiurare la propria religione: nel corso dei miei reportage ho intercettato le storie di cristiani e yazidi torturati e uccisi perché non abiuravano la loro religione; di musulmani uccisi perché non accettavano la versione estremista dell’islam imposta dall’Isis. Nel libro ho scoperto le storie degli ebrei martiri perché non hanno voluto abiurare.

La sorpresa per alcune cose che ignoravo totalmente e che mi figuravo diversamente. La sorpresa di scoprire che gli statuti di dhimmitudine che per secoli l’islam trionfante ha imposto a cristiani ed ebrei sono stati mutuati dalle norme bizantine del VI secolo, quelle che i cristiani bizantini imponevano agli ebrei. La sorpresa di scoprire che le accuse di idolatria, politeismo e associazionismo, che i musulmani rivolgono ai cristiani a motivo dei dogmi sulla natura divina di Cristo e sulla natura trinitaria di Dio, sono state mutuate da fonti rabbiniche.

LA JYZIA O LA SPADA

Il libro tratta estesamente la questione della jyzia, la tassa di sottomissione/protezione che cristiani ed ebrei dovevano pagare al sovrano musulmano per poter praticare la propria religione. Come è stato ricordato questa tassa è stata eliminata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, principalmente per le pressioni da parte delle potenze europee, che stavano diventando potenze coloniali. I tentativi di re-introdurre la jizya vengono fatti risalire all’ascesa dell’Isis o Daesh, quindi fondamentalmente al 2014, l’anno della presa di Mosul e dell’editto del califfo al-Baghdadi rivolto agli abitanti cristiani di Mosul (agli ultimi cristiani, perché erano già molto diminuiti di numero rispetto al 2003). L’editto del luglio 2014 che recitava: «Cristiani della città di Mosul, avete tre possibilità: o vi convertite all’islam, o pagate la tassa di sottomissione, oppure fra noi e voi c’è solo la spada». E alla fine dell’editto ancora c’era scritto «i cristiani che non scelgono fra queste alternative devono lasciare entro 48 ore i confini dello Stato islamico». Io sono testimone che i tentativi di restaurare la jizya sono bene anteriori. Nel gennaio del 2008 mi trovavo nell’Iraq settentrionale e ho incontrato l’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Paulos Faraj Rahho, in una località della Piana di Ninive. Lui mi ha detto che davanti alle case dei cristiani di Mosul veniva lasciata nottetempo una videocassetta. Quando la si riproduceva appariva un uomo mascherato che diceva: «Cristiani della città di Mosul, avete tre possibilità: o vi convertite all’islam, o pagate la tassa di sottomissione, o abbandonate la città, oppure fra noi e voi c’è solo la spada». Così quando nel luglio 2014 ho letto l’editto di al-Baghaddi, ho fatto un salto sulla sedia: erano le stesse parole che avevo ascoltato sei anni e mezzo prima dalla bocca dell’arcivescovo, che poi sarebbe stato rapito e fatto morire in prigionia!
Nell’ottobre del 2013 mi trovavo nell’Alto Egitto e ho visitato la località di Delga, dove i cristiani erano il 10 per cento di una popolazione di 150 mila persone. Nell’agosto del 2013 decine di chiese ed istituzioni cristiane, e centinaia di attività commerciali di cristiani sono state assalite, saccheggiate e date alle fiamme da sostenitori dei Fratelli Musulmani e di altri gruppi islamisti radicali come forma di rappresaglia contro il governo del generale al-Sisi all’indomani delle stragi di piazza Rabaa al-Adawiya al Cairo, dove polizia ed esercito avevano messo fine ai sit-in di protesta organizzati dai Fratelli Musulmani dopo la deposizione del presidente Mohamed Morsi. Ci furono circa 800 morti fra i manifestanti e 43 fra i poliziotti. Ma a Delga le chiese erano già state assaltate il 3 luglio, cioè il giorno stesso del discorso con cui il generale al-Sisi aveva preso in mano le redini del paese. L’assalto era stato guidato da Jamaa Islamiya, organizzazione ancora più radicale dei Fratelli Musulmani. Preso il controllo della località, Jamaa Islamiya aveva imposto la jizya ai cristiani, per un ammontare variabile fra i 30 e i 70 dollari americani (l’equivalente in lire egiziane). In Egitto il salario medio mensile equivale a 135 dollari Usa. Chi non pagava, aveva la casa bruciata: io ne ho viste più di una. Questa storia è durata 75 giorni, fino a quando l’esercito egiziano ha ripreso il controllo di Delga il 18 settembre del 2013. Il capo di Jamaa Islamiya di Delga nel frattempo è fuggito in Qatar, dove mi risulta che si trovi tuttora.
Questi fatti dimostrano che la volontà di reintrodurre la jizya, da parte di certi gruppi, preesisteva al fenomeno Isis. A me l’Isis ricorda di più gli almohadi, di cui parla anche il libro di Vittorio, dinastia islamica del XII sec., che impongono alle popolazioni non musulmane conquistate dalla Castiglia all’Egitto di scegliere fra la conversione, l’esilio o la morte. Questo è quello che l’Isis ha fatto in Iraq.
Nessuno in Iraq ha pensato mai seriamente di poter pagare la tassa di sottomissione all’Isis. So che a Raqqa, in Siria, una quarantina di famiglie cristiane sono rimaste a vivere in città pagando la tassa, fino alla caduta del califfato, nell’ottobre dell’anno scorso. Ma a Mosul nessuno ha preso in seria considerazione l’ipotesi della jizya perché nei giorni precedenti l’editto i jihadisti avevano pitturato la lettera “nun”, prima lettera della parola “nasara”, sui muri delle case dei cristiani, e anche scritte “proprietà dello Stato islamico”. Perciò quando il 19 luglio è stato reso noto l’editto, tutti hanno optato per la soluzione numero 4: l’esodo, l’esilio, anche se significava perdere tutto.

LA CULTURA DELLA RAZZIA

Tornando a Delga, tornando all’Egitto, ho fatto un’altra esperienza che il libro di Vittorio evoca: quella della razzia. Il libro parla della cultura della razzia comune a tutte le tribù del deserto, a prescindere dalla loro religione. Fossero tribù pagane, cristiane, ebraiche e poi islamiche, la razzia faceva parte del loro sistema di valori. Questa è una cosa che perdura fino ad oggi, riproponendosi nei tempi di crisi: io l’ho vista praticata dalle tribù arabe dell’Alto Egitto contro i copti, a Delga. Non ho mai visto una razzia così capillare come quella condotta da Jamaa Islamiya e dai Fratelli Musulmani contro la parrocchia copto-cattolica di san Giorgio a Delga. Io ho vissuto situazioni post-razzia in Africa. Ricordo un centro di formazione professionale in Ruanda che era stato razziato durante il genocidio del 1994, e ricordo che in alcuni casi i razziatori avevano razziato gli schermi dei computer e lasciato lì il resto dell’hardware, perché credevano di rubare dei televisori. Negli anni Novanta c’erano ancora quelle unità esterne che sembravano termosifoni, senza le quali i computer non funzionavano. Ecco, i razziatori africani le avevano lasciate lì perché credevano fosse sufficiente rubare gli schermi. Niente di tutto ciò a Delga: alla parrocchia di san Giorgio, dove il parroco padre Yacoub aveva creato un bellissimo centro giovanile, avevano rubato 4 computer da tavolo e un pc, 2 stampanti, 3 letti, 2 armadi, 6 divani, 4 riflettori, un organo, un televisore, una pompa idraulica e il suo motore, una lavatrice, una fotocopiatrice, un frigorifero, una cucina a gas, un videoregistratore, un proiettore e il suo schermo, uno scaldabagno e la sua tubatura, 100 sedie, tutto l’impianto di amplificazione, tutti i giocattoli dell’asilo infantile e in più centraline e prese elettriche, contatori, infissi, rubinetterie. La vicina chiesa copta ortodossa di san Giorgio, non più vecchia di cinquant’anni, era stata non solo spogliata di tutti i suoi arredi e poi data alle fiamme: erano state asportate persino le grandi piastre di marmo del pavimento e i rivestimenti marmorei delle colonne interne! Ma l’esperienza più straziante è stata la visita a quel che resta della chiesa della Vergine Maria, un gioiello architettonico del IV-V secolo composto di una serie di cupole maggiori e minori che sovrastano perimetri murari seminterrati. Qui gli invasori non si erano limitati al loro consueto mestiere di portare via tutto, cioè icone, statue, portoni, grate, infissi e marmi. Avevano pure avuto l’idea di far collassare la maggior parte delle cupole, tanto che l’interno la chiesa pareva essere stato colpito da una pioggia di obici che l’avevano crivellato.
I razziatori avevano scavato dappertutto sotto i pavimenti alla ricerca di tesori archeologici da trafugare, col solo risultato di portare alla luce le ossa di decine di monaci e vescovi lì sepolti da secoli. In un angolo c’era un bassorilievo di epoca romana che, non essendo trasportabile, era stato schiantato. Ho visto in anticipo quello che sarebbe stato il caratteristico modo di comportarsi dell’Isis col patrimonio culturale: rubare gli oggetti trasportabili per venderli di contrabbando, distruggere le opere d’arte che non potevano essere trasportate. Il vandalismo peggiore di tutti era stato riservato a un’antichissima colonna: il Venerdì Santo la sua superficie, stando alle testimonianze copte, da secoli trasudava acqua e olio. È stata puntigliosamente scalpellata su tutta la sua superficie, al palese scopo di rendere impossibile il miracolo. Le stanze del pensionato annesso al monastero di sant’Abramo erano state private di tutti gli infissi: la dove c’erano porte e finestre erano rimaste occhiaie vuote che davano sul nero delle pareti interne bruciate.

SUDDITI LEALI E LEGGE

Una parte importante del libro è dedicata a illustrare come la minoranza ebraica abbia collaborato lealmente allo sviluppo del califfato: gli ebrei erano scienziati, amministratori, diplomatici, intellettuali, medici, persino gran visir, cioè comandanti delle forze armate. Ecco, posso testimoniare che anche i cristiani rivendicano ancora oggi questa loro lealtà nei confronti dei califfati, e la rivendicano in polemica con la scarsa protezione che i governi nazionali hanno loro garantito. C’è un famoso intervento televisivo dell’arcivescovo siriaco ortodosso di Mosul, Nicodemus Daoud Sharaf, che grida tutta la sua esasperazione dopo l’esilio da Mosul. Anch’io sono riuscito a incontrarlo e intervistarlo, qualche mese dopo. Nel suo intervento alla televisione libanese diceva:
«Noi non abbiamo armi per difenderci. Abbiamo penne, libri, cultura e sapere. Non abbiamo nient’altro per difenderci. (…) Tutto quello che sappiamo fare è scrivere e instillare cultura in quelli attorno a noi, così come abbiamo instillato cultura e nei musulmani e negli arabi nel passato, quando arrivarono qui come conquistatori. (…)».
In quell’intervento l’arcivescovo disse un’altra cosa molto interessante, quando spiegò perché si era trasferito a Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove anch’io l’ho incontrato e intervistato. «Un cristiano non può vivere dove non c’è legge, possiamo vivere solo in un luogo governato dalla legge, perché non abbiamo armi e la nostra cultura non è quella del sangue, dell’assassinio, della razzia. (…). Siamo venuti qui in Kurdistan perché qui c’è il governo della legge. In Iraq da 10 anni non c’è più legge. Baghdad è governata dalle mafie, dalla cleptocrazia, dalla corruzione, dalle milizie, dal settarismo religioso». Quando diceva “legge”, l’arcivescovo usava la parola “Kanun”, parola araba derivante dal greco antico “canon”. E nel libro si parla del Kanun quando si parla di Solimano il Grande, che era noto come Sulayman Kanuni, cioè Solimano promulgatore di leggi. Leggi che interpretavano, chiarificavano, traducevano in norme praticabili la sharia, la legge coranica. Soprattutto così la legge veniva strappata dalle mani degli ulema, dalle loro mutevoli interpretazioni, e codificata. E questo è un bel passo avanti, il cui eco arriva fino ai giorni nostri.

IL SISTMA DEL MILLET

Il sistema giuridico-religioso del millet, che distingueva i sudditi dell’Impero Ottomano in entità etno-religiose e affidava ai rappresentanti delle diverse comunità funzioni religiose, politiche e civili. Quasi sempre i capi dei millet cristiani erano patriarchi e vescovi. Evidentemente questo sistema politico-amministrativo oggi non esiste più, ma io direi che ha lasciato degli strascichi, nel modo in cui sono trattate le autorità religiose nei paesi arabi. Vi assicuro che i membri della gerarchia ecclesiastica sono trattati come ministri o come deputati del Parlamento. Se vi trovate ad attraversare una frontiera internazionale o ad affrontare i controlli di un aeroporto in compagnia di un vescovo o di un esponente della gerarchia ecclesiastica, è un’esperienza totalmente diversa dal fare le stesse cose da solo.
Vi racconto due esperienze che ho avuto in Siria. In un’occasione, al ritorno dalla Siria in Libano, avevo con me un cd con immagini di cristiani iracheni martirizzati, che mi era stato dato da profughi cristiani iracheni rifugiati in Siria. Temevo di avere problemi con le autorità alla frontiera. L’ecclesiastico che era con me disse: «Dallo a me. Il tuo bagaglio potrebbe essere perquisito, il mio no». In un’altra occasione, ho preso un volo interno in Siria in tempo di guerra per andare da Damasco a Qamishli. All’andata ero accompagnato da un ecclesiastico, e non ho incontrato nessun problema nei controlli di sicurezza degli aeroporti. Al ritorno da Qamishli ero solo: un agente dei servizi segreti dell’aeronautica mi ha arrestato perché nel bagaglio a mano c’era una penna stilografica il cui cappuccio conteneva una flash memory: ho dovuto convincere il capo dello scalo che non ero un ribelle o un terrorista; ho rischiato la prigione con quello che comporta.

L’ESODO

Il libro racconta come è avvenuto lo svuotamento della popolazione ebraica del Nordafrica e del Vicino Oriente, e anche questo tocca una corda dei miei ricordi. Perché in questi quindici anni di reportage nel Nordafrica e nel Vicino Oriente ho visto e in alcuni casi visitato gli edifici sacri di una decina di confessioni di religione diversa, ma tranne che in Israele non ho mai visto una sinagoga aperta e funzionante. Ho vissuto per un paio di settimane ad Abasseya, un quartiere centrale del Cairo che ha visto nel tempo vari travasi di popolazione, e lì mi capitava spesso di transitare davanti a una grande sinagoga chiusa al culto e in stato di abbandono dal 1967 o giù di lì, presidiata dalla polizia. Mi dicono che c’è ancora una sinagoga aperta frequentata da qualche decina di persone, ma io non l’ho vista. Qualche anno fa durante la guerra civile di Siria mi trovavo a Qamishli, nell’estremo nord-est della Siria al confine con la Turchia e a pochi km da quello con l’Iraq, passeggiando in quello che attualmente è il quartiere cristiano della città in compagnia di un sacerdote armeno-cattolico, e il sacerdote mi dice quando passiamo davanti ad alcuni negozi: «Ecco, qui c’era la farmacia degli ebrei». «La farmacia degli ebrei?», chiedo io. «Sì, dove pregavano». «Ah, allora era la sinagoga». Non so per quale confusione linguistica a lui fosse venuta la parola farmacia anziché sinagoga, ma ancora una volta la presenza ebraica si manifestava in forma di vestigia, di ricordo, di qualcosa del passato.
L’esodo degli Ebrei da molti paesi del Vicino Oriente ha lasciato un vuoto palpabile, come lo hanno lasciato nell’Europa centrale e orientale prima la Shoah e poi l’esodo di gran parte dei superstiti. Le minoranze religiose diverse dall’islam sono sempre più risicate. Io temo che il destino dei cristiani non sarà diverso da quello degli ebrei. La traiettoria storica purtroppo è quella dell’estinzione virtuale. Sarebbe una grande perdita per il Medio Oriente, perché le minoranze religiose hanno contribuito allo splendore della civiltà islamica, e perché oggi rappresentano un fattore di moderazione, di conciliazione, di mediazione fra le anime conflittuali dell’islam. Se c’è una causa meritevole di impegno, è quella delle minoranze religiose nel Vicino Oriente: dobbiamo impegnarci tutti perché le minoranze religiose continuino ad esistere nel Vicino Oriente e a svolgere il loro prezioso ruolo di civiltà.

Foto Ansa

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