Il Cristo bruciato e l’inestinguibile fede del popolo di Managua

Una molotov, la cappella ridotta a una bocca di fuoco, il crocifisso sfigurato dalle fiamme. Perseguitata e irrisa dai paramilitari di Ortega la chiesa nicaraguense non vacilla né dimentica le parole di Giovanni Paolo II

C’è qualcosa di terribile nelle immagini del crocifisso carbonizzato della cattedrale dell’Immacolata Concezione di Managua, il volto del figlio di Dio bruciato, sciolto, spento. Venerdì scorso un uomo incappucciato si è introdotto nella cappella del Sangue di Cristo per scagliare una molotov contro una croce realizzata quasi quattro secoli fa e veneratissima dai nicaraguensi. «Vengo al Sangue di Cristo», raccontano abbia detto prima di lanciare la bomba e fuggire lasciandosi alle spalle le fiamme. Aveva calcolato tutto, «dove entrare e come scappare, è stato un atto terroristico», ha tuonato il cardinale Leopoldo José Brenes, arcivescovo di Managua.

«NON DIMENTICATE IL MISTERO DELLA MORTE»

Testimoni raccontano che l’uomo abbia girato attorno alla cattedrale per venti minuti prima di entrare e puntare con passo sicuro verso la cappella del crocifisso, la stessa dove nel 1996 si era inginocchiato papa Wojtyla: «non dimenticate questo mistero della morte e risurrezione quando la stanchezza, la solitudine o l’incomprensione altrui potrebbero far diminuire il vostro entusiasmo o far vacillare il vostro spirito», aveva detto ai fedeli dopo aver pregato davanti all’antica immagine del Sangue di Cristo, giunta dalla Spagna 382 anni fa, e che rappresenta Gesù che sulla croce offre al Padre tutto il suo sangue e tutta la sua umanità, «non dubitate del fatto che siete amati dal Signore».

LA BOCCA DI FUOCO E CRISTO SFIGURATO

Per qualche minuto l’ingresso della chiesa si era trasformato in una bocca di fuoco, alzando nuvole nere minacciose sulla città. Quando il fumo iniziò a diradarsi la sagoma del crocifisso iniziò prendere forma, orrendamente sfigurata agli occhi di pompieri e sacerdoti. L’arcidiocesi di Managua ha subito diramato una nota durissima parlando di «un atto totalmente condannabile di sacrilegio e profanazione»; il vescovo ausiliare Silvio Báez ha tenuto un’omelia sull’immagine del Sangue di Cristo che «distrutta da un atto terroristico è per il paese un ricordo vivo e commovente di un Dio che non solo ha portato le nostre sofferenze sulla croce, ma continua a soffrire nel nostro popolo oppresso, fino a resuscitarlo con libertà e giustizia»; la Conferenza Episcopale del Nicaragua ha esortato i pastori a non cedere alle intimidazioni, «fare uso della violenza per tacere la voce profetica della chiesa non significa che dobbiamo smettere di incoraggiare il nostro popolo a vivere la missione evangelizzatrice che lo stesso Cristo ci ha affidato». Anche papa Francesco dopo la preghiera dell’Angelus di domenica, ha ricordato «l’immagine tanto venerata di Cristo, che ha accompagnato e sostenuto durante i secoli la vita del popolo fedele. Cari amici nicaraguensi, vi sono vicino e prego per voi».

PROFANAZIONI E SACCHEGGI

Continuano dunque le profanazioni delle chiese e le intimidazioni a sacerdoti e vescovi più volte definiti dal presidente Daniel Ortega «golpisti»: tre le chiese cattoliche attaccate nelle ultime settimane, episodi liquidati dai funzionari di governo come incidenti. La moglie di Ortega Rosario Murillo, vicepresidente del Nicaragua, ha irriso l’arcidiocesi sostenendo che l’incendio del Sangue di Cristo sarebbe sarebbe stato appiccato dalle candele dei fedeli. Più difficile chiamare incidenti invece quanto è accaduto il 29 luglio a Nindiri, un comune di Masaya, quando un commando di uomini non ancora identificati ha fatto irruzione nella cappella della Madonna del Perpetuo Soccorso, profanandola con «furia e odio»: nulla, panche, leggii, tabernacolo, icone, si è salvato dall’assalto. O quanto accaduto il 25 luglio quando è stata saccheggiata e vandalizzata la cappella della Madonna del Carmelo nella parrocchia di Nostro Signore di Veracruz: i banditi hanno svuotato le casse per l’elemosina, rubato i microfoni, rovesciato a terra il tabernacolo.

CHIESE ASSEDIATE, PARROCI PICCHIATI

Sono passati due anni da quando Ortega, ha ordinato alla polizia e a gruppi paramilitari di soffocare nel sangue le enormi proteste contro il suo governo e il rialzo delle tasse, un anno dagli attacchi da parte di gruppi paramilitari con lanci di pietre, gas lacrimogeni e proiettili di gomma esplosi da breve distanza ai cattolici che uscivano dalle parrocchie o ai vescovi che hanno protetto e difeso i manifestanti all’interno delle mura delle proprie chiese. Più volte la cattedrale di Managua è stata teatro di scontri: non solo una messa di ringraziamento per il rilascio di decine di prigionieri politici si è trasformata in un’operazione di polizia, guardie in borghese infiltrate tra i fedeli e intente a filmare chiunque partecipasse alla funzione, ma a novembre un gruppo di madri di oppositori arrestati si è riunito in chiesa per iniziare uno sciopero della fame: una manifestazione di solidarietà con le persone in quei giorni assediate dalle forze di sicurezza nella chiesa di San Miguel, a Masaya, imprigionate senz’acqua corrente, né luce, né medicine, nemmeno l’insulina per il parroco, diabetico. Una protesta durata meno di 24 ore, le turbas hanno fatto irruzione della cattedrale picchiando i sacerdoti, distruggendo e profanando oggetti sacri. Nello stesso momento venivano picchiati fedeli e chierichetti riuniti in solidarietà alle madri anche nella chiesa di san Giovanni Battista.

I ROGHI E LA CROCE

Il 2 agosto il cardinal Brenes ha indetto una giornata di silenzio e preghiera
in riparazione alla «profanazione di Gesù nella sua reale presenza nel Santissimo Sacramento», chiedendo ai fedeli di perdonare l’attentatore e non cedere alla provocazione dell’odio; «Caro fratello, ti accompagno nel dolore per questo atto vandalico e sono vicino a te e al tuo popolo. Prego per tutti voi», è il testo di un messaggio autografo fatto pervenire al cardinale dal Papa, mentre da tutto il mondo arrivano testimonianze di solidarietà all’arcidiocesi: messaggi di vescovi, pastori, madri, padri, ragazzi, semplici fedeli, una fede inestinguibile alimentata dalla terribile immagine del crocifisso calcinato dal fuoco che tanti altri roghi – quelli di tutte le chiese, tutte le cattedrali, tutti i simboli cristiani andati in fumo -, sembra riunire in sé. «Non dubitate del fatto che siete amati dal Signore e il suo amore vi precede e accompagna sempre», aveva detto Giovanni Paolo II ricordando l’origine della cattedrale sorta delle rovine del terremoto del 1972 e simbolo della solida fede cattolica del popolo, «la sua vittoria è garanzia della nostra».

Foto Ansa