Il Corriere della Sera è lo specchio dell’Italia: in crisi economica e disorientato in politica

È finanziariamente a pezzi, un terzo dei redattori sarà tagliato, e politicamente disorientato. Ma nel suo (e nostro) declino il primo quotidiano del paese ha le proprie colpe.

Volente o nolente il Corriere della Sera è lo specchio dell’Italia. Una convinzione che si conferma in questo periodo di crisi in cui per entrambi il problema, potenzialmente letale, è finanziario. L’Italia da tempo ha gli indicatori economici fondamentali positivi, gravano sulla sua affidabilità sui mercati il debito pubblico e l’instabilità istituzionale e governativa. Anche il Corriere, nonostante la crisi della carta stampata e dei quotidiani, è un giornale che, pur se in misura minore rispetto al passato, ha i conti in positivo, ma ha nell’indebitamento e nell’indeterminatezza della governance i suoi punti deboli.

Il debito del gruppo Rcs ha un nome spagnolo: Recoletos. Tradotto in numeri significa un’acquisizione editoriale per un prezzo folle e ingiustificato, 1,1 miliardi di euro, sborsati nel 2007 dall’amministratore delegato Antonello Perricone, dopo che il suo predecessore Vittorio Colao aveva rinunciato all’“affare” giudicando esagerata la richiesta di 700 milioni. Dopo sei anni di crisi generale di diffusione e pubblicità si è imposto il redde rationem: Rcs ha messo in vendita dieci periodici, per i quali non riesce a trovare un acquirente, e predisposto un piano di risanamento che prevede 800 esuberi nel gruppo di cui 110 giornalisti del Corriere, un terzo della redazione, e la vendita della storica sede milanese di via Solferino con il trasloco nella periferica via Rizzoli. Ovvia la protesta dei giornalisti per la perdita di status e di privilegi che l’essere dipendenti del primo giornale italiano comporta, ma al di là del corrivo sentimento di invidia nei loro confronti e della non condivisione di posizioni ideologiche o politiche del giornale, all’Italia manca solo che venga meno anche il blasone e l’autorevolezza del Corriere.

Al piano lacrime e sangue dell’azienda il comitato di redazione (cdr) ha risposto con un’inchiesta in cui svelava conti e insostenibilità dell’avventura spagnola, rivendicando l’apporto del quotidiano ai conti del gruppo, un margine operativo lordo in calando ma pur sempre in positivo: 100 milioni di euro nel 2009, 70 nel 2010, 40 nel 2011, 15 nel 2012. Il consiglio di amministrazione (cda) di domenica scorsa ha sancito in 509 milioni le perdite del gruppo nel 2012 (ammissione che lunedì è costata un calo del 3,7 per cento in Borsa) e deliberato un aumento di capitale di 400 milioni per ora sottoscritto al 91 per cento, ma al quale manca ancora il sì dei soci più forti anche se fuori dal patto di sindacato, Giuseppe Rotelli e Diego Della Valle. Al termine del cda Paolo Merloni si è dimesso valutando le modalità dell’aumento di capitale troppo punitive per gli azionisti. Perplessità sono state espresse anche da Della Valle. Nello stesso tempo, a dare respiro alle finanze del gruppo è giunta la notizia dell’accordo con le banche per nuove linee di credito per 575 milioni.

Quando si parla di banche e Corriere non si può non menzionare Giovanni Bazoli, recentemente confermato, a 81 anni, alla presidenza di Banca Intesa, anche se non sembra lui, in questa fase, il dominus dell’operazione di ristrutturazione, i cui veri beneficiari sarebbero più Fiat e Mediobanca. Se anni fa si parlava di un disinteresse del gruppo torinese, e di Sergio Marchionne in particolare, per le partecipazioni editoriali, oggi la musica sembra cambiata: mentre Fiat è sempre più internazionale, nelle preoccupazioni italiane di John Elkann il Corriere è tornato strategico. Se a questo scenario si aggiunge la voce, insistente, che avviato il risanamento Fiat ne affiderebbe la gestione a un imprenditore che nell’editoria ha il suo core business (si parla del tedesco Axel Springer), il tutto si carica di realismo. Mesi fa si era addirittura ipotizzata una fusione con la Stampa, ipotesi tramontata. Ma con il nuovo assetto che vedrebbe diminuire le quote azionarie di chi non parteciperà all’aumento di capitale, è prevedibile un cambio di direttore, con l’addio di Ferruccio de Bortoli e l’arrivo da Torino di Mario Calabresi. Il condizionale è d’obbligo, ma è indubbio che Calabresi è il direttore che Elkann vorrebbe, tra i due c’è una consuetudine molto intensa. È lecito avere dubbi sulle sue qualità di tagliatore di teste, sebbene abbia già gestito una riduzione di personale alla Stampa, e non è certamente un buon viatico per un direttore appena arrivato ridurre di un terzo la redazione. Per questo si è parlato di un suo arrivo in coppia con il più anziano Giulio Anselmi. Ma è più probabile che la ristrutturazione venga lasciata a De Bortoli. Il quale dopo essere stato a lungo incerto, pensando anche di dimettersi, dopo aver detto alla redazione di non voler finire la carriera dovendo scegliere chi mandare a casa e chi no, alla fine ha deciso di rimanere e di assumersi l’onere, vuoi per senso di responsabilità, vuoi per la mancanza di alternative, vuoi perché alla fine è sempre meglio resistere: partite considerate perse possono cambiare all’ultimo minuto.

L’incertezza sulle sue dimissioni è stata reale, così come, forse, anche la spinta perché lui mollasse. È indubbio il carattere punitivo per il Corriere del piano di ristrutturazione. La crisi è dei periodici, ma la sensazione è che i sacrifici debba farli solo il quotidiano alla cui redazione si chiede di raddoppiare la redditività. Nella lamentela i cdr sono insuperabili, ma è pur vero che se rilancio di Rcs ci sarà, questo avverrà grazie al marchio del Corriere anche nei multimedia e nel digitale. Cosa vendi sul mercato se non innanzitutto il fatto che ti chiami Corriere della Sera? E puoi farlo se con 110 esuberi (l’età sarà il primo criterio) perdi quasi tutte le grandi firme?

Tra Bazoli, Fiat, Rotelli e Della Valle
Dopo aver rivestito il ruolo di difensore della redazione ed essersi opposto alla cessione della sede di via Solferino, De Bortoli ha scritto una lettera “aziendalista” ai giornalisti in cui li invitava a considerare le ragioni del piano, accettando diminuzione dei benefit e proponendo un prestito infruttifero dei redattori nei confronti dell’azienda. Questa mossa, motivata forse dal desiderio di riequilibrare il suo ruolo nei confronti della proprietà, l’ha indebolito e la sua proposta è stata respinta.

Con il rafforzamento di Fiat la direzione De Bortoli sembra segnata. Chi pensasse che anche Bazoli condivida analogo destino non tiene conto della capacità di rapporti dell’uomo e del ruolo che la sua conferma alla guida di Intesa ancora gli dà. Certo, non sarà più il dominus assoluto del Corriere, ma Bazoli ha saputo gestirlo in convivenza con Cesare Geronzi, non gli dovrebbe essere difficile farlo con il giovane Elkann. Anche perché c’è sempre la variante politica e un’eventuale elezione di Romano Prodi al Quirinale, per il quale Bazoli sta facendo campagna elettorale, porrebbe il Corriere sotto l’ombra del nuovo presidente della Repubblica riconsegnandogli il ruolo di pilota del giornale. Potrebbero a questo punto risalire anche le azioni di De Bortoli, che ha saputo gestire con perizia il rapporto con i suoi molti (troppi?) editori. Tutti ricorderanno, per esempio, lo scontro con la Fiat (ferita non rimarginata) con gli articoli di Massimo Mucchetti, prima contro le stock option di Marchionne, poi contro il Piano Italia, poi contro la fuga americana del Lingotto. Marchionne rispose con lo sfregio di farsi intervistare da Repubblica. Lo stesso successe con la campagna sulle disavventure Telecom che coinvolse Marco Tronchetti Provera. De Bortoli può vantare una stoccata a tutti i padroni del vapore, questa è stata in qualche modo la sua assicurazione sulla vita, un divide et impera e anche un segnale esterno di “indipendenza”.

Paradossalmente questo rende ancora più decisivo, e nello stesso tempo più enigmatico, far parte del salotto buono che il Corriere rappresenta: non è un giornale su cui puoi contare per la difesa dei tuoi interessi aziendali, ma nello stesso tempo è un giornale nel cui azionariato è bene essere presenti. È vero anche che chi ci ha speso di più adesso ha legittimi dubbi sul fatto di dover sborsare altri soldi per la ricapitalizzazione, soprattutto se non servono per entrare nell’agognato patto di sindacato. È il caso del maggior azionista, Giuseppe Rotelli, che ha agito spesso o quasi sempre in accordo con Bazoli, e ha rastrellato azioni nel momento in cui erano più effervescenti, subito dopo il caso dei furbetti del quartierino, pagandole care e poi svalutandole nel bilancio delle sue partecipazioni. Insomma, ci ha perso dei soldi e l’idea di rimettercene altri senza poter intervenire direttamente nella gestione non può entusiasmarlo. Lo stesso discorso vale per Della Valle, gran protagonista delle polemiche mediatiche, ma ultimamente un outsider del potere. Il suo grande amico e socio, Luca Cordero di Montezemolo, sembra fuori dai giochi, non ha i capitali necessari, la vicenda politica l’ha logorato, anche se è uomo di relazioni e con un buon rapporto con la famiglia Agnelli, ma il suo ruolo pare più quello di un comprimario di lusso che non quello di player. Un anno fa si vagheggiava un Corriere giornale del montezemolismo, sponda editoriale di un terzo polo che non si è realizzato.

L’antipolitica dei poteri forti
Questa complessità azionaria e politica si è riflessa nella linea editoriale del giornale. Anche qui concorrono vari elementi. Oltre al calcolo, c’è da considerare innanzitutto la concezione del giornalismo di De Bortoli: una palestra libera dove si alternano opinioni non collimanti se pur in un quadro di cultura comune. A questo va aggiunta una politica delle mani libere che evita con distaccato realismo di sposare fino in fondo una prospettiva politica. De Bortoli ha fatto tesoro dell’errore di Paolo Mieli con l’endorsement a favore di Romano Prodi nelle elezioni del 2006 che gli costò 40 mila copie. Il sostegno del Corriere a Mario Monti è stato così equilibrato da critiche anche aspre, come quelle di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che hanno provocato la reazione stizzita del presidente del Consiglio contro «i due economisti impazienti», cautele che sono aumentate con l’arrivo dei sondaggi che ne ridimensionavano le prospettive di successo. Poi il risultato elettorale ha provocato uno sbandamento generale che non ha risparmiato il Corriere, uno degli sconfitti dall’esito del voto: aveva scommesso sullo sfaldamento del bipolarismo in senso moderato, liberale ed europeista e ha perso. La vera ragione di questo fallimento, più che il 10 per cento di Monti, è stata la débacle di Pier Luigi Bersani che ha reso impraticabile l’ipotesi di un governo di alleanza tra i due.

Nell’affermazione di una forza politica demagogica e radicalmente antieuropea il Corriere ha le sue responsabilità, con le campagne di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo è stato, non si sa quanto consapevolmente (per Mucchetti l’attacco alla casta fu pianificato da Mieli per portare al governo Montezemolo), la levatrice di quei sentimenti antipolitici che hanno preparato il trionfo di Beppe Grillo.  In tutto questo non va sottovalutato il piacere intellettuale di fare un giornale “libero” che non fa sconti a nessuno, né ai suoi azionisti né a un suo autorevole ex collaboratore, nel quale trova spazio anche la sorpresa di Ernesto Galli della Loggia che sdogana il voto ai 5 Stelle. Ora il Corriere si muove abbastanza compattamente per un accordo tra Pd e Pdl, a cui nessuno crede ma non c’è altra soluzione da predicare, soprattutto dopo aver detto alla sinistra che non può governare da sola il paese, non poteva farlo nell’ipotesi del 35 per cento dei voti, meno che mai può farlo con neanche il 35 per cento dei voti; una linea contingente e obbligata che coltiva la speranza di evitare nuove elezioni. Tornando al parallelismo da cui siamo partiti: come un esito elettorale chiaro, con qualunque vincitore, avrebbe dato più solidità all’Italia, così il rafforzamento di alcuni azionisti non può, nell’analisi di molti osservatori, che far bene al Corriere stesso.