Il commiato di Owen: storia di un Golden Boy che fece sognare l’Inghilterra

Poche persone in Inghilterra ieri, quando hanno appreso che Michael Owen lascerà il calcio giocato, hanno riversato commenti pesanti su questo giocatore, che a 33 anni appenderà al chiodo gli scarpini dopo una carriera dalle tinte bianco-nere. In pochi lo hanno fatto perché, sebbene a Liverpool non abbiano mai digerito i suoi trasferimenti a Newcastle e Manchester, nel resto dell’Inghilterra il Golden boy è rimasto quello del 30 giugno 1998, giorno in cui, diciannovenne, s’inventò qualcosa di incredibile durante i Mondiali francesi. L’avversario era l’Argentina, rivali di sempre dei Three Lions, quella progressione spaventosa proiettò il talento eccelso di un ragazzino già maturo per giocare in Nazionale e vincere tanto, tantissimo. L’Inghilterra stava svoltando, finiva l’era di Ince e Shearer, Seaman e McManaman, Southgate e Adams. Owen incarnava i sogni della nuova generazione, le speranze di un mondo calcistico che voleva veder la sua Nazionale tornare a vincere in fretta.

2001, LA CONSACRAZIONE. Fu il campo a dare ragione in fretta ai suoi stimatori: nemmeno nove mesi ed era capocannoniere di Premier, il suo Liverpool volava e nel giro di poche settimane si portava a casa una pirotecnica Coppa Uefa (5-4 il risultato finale contro l’Alavés), una Supercoppa Europea e una FA Cup, vinta praticamente da solo dal Golden boy, autore di una doppietta che capovolse l’1-0 dell’Arsenal a 8 minuti dalla fine. Sempre di quel periodo è lo storico 1-5 della Nazionale inglese sui tedeschi per le qualificazioni ai Mondiali: Owen di quel successo divenne la copertina, siglò un hat-trick e si portò a casa il pallone quel giorno; e quando a dicembre gli fu assegnato il Pallone d’Oro qualcuno rumoreggiò, ma neanche troppo: aveva solo 22 anni, ma era già un campione dalla stagionatura avanzata.

DURA LA VITA AL REAL. Per qualcuno la sua carriera sarebbe finita quando nel 2004 accettò di trasferirsi al Real, dove trovò poco spazio per farsi vedere per poi lasciare tutto e tornarsene in Inghilterra. La verità è che alla sfortuna di quell’avventura spagnola si assommarono le eterne noie fisiche: lo stop più lungo lo volle lontano dal calcio quasi un anno e mezzo, dopo essersi fatto male da solo alla vigilia del primo match dei Mondiali del 2006. Il suo carattere timido ha sempre nascosto le sofferenze lontano dalle telecamere e dai cronisti, ma di fronte ai continui cedimenti delle sue gambe (11 in tutto) c’era poco da coprirsi. Dopo Madrid ha inseguito i fasti della gioventù tra Newcastle, Manchester e ora Stoke, ma i risultati sono sempre stati scarni, consegnando all’oblio quel campione esploso in fretta e obbligando l’intera nazione sportiva a cercarsi nuovi talenti cui aggrapparsi (Rooney, Walcott, Carroll).

IL GOLDEN BOY NON MUORE MAI. Eppure la consultazione di cifre ed almanacchi vendica il talento dell’ex-Liverpool, scrollandolo della nomea di campione bruciato troppo in fretta. In Nazionale non ci torna dal 2007, eppure le 40 reti siglate coi Three Lions fanno di lui il quarto marcatore di sempre della storia del calcio Uk, dietro a mostri sacri (e calcisticamente più longevi) come Bobby Charlton, Gary Lineker e Jimmy Greves. Le 150 reti segnate in Premier invece, di cui l’ultima quest’anno nella magra esperienza allo Stoke, fanno di lui il settimo marcatore più prolifico dal ’92, sulla scia di Shearer, Cole, Henry… La notizia di oggi è che la FA gli offrirà un posto all’interno dei suoi ranghi ma, ovunque lo porterà la sua carriera in futuro, Michael Owen rimarrà il Golden Boy, il ragazzino che riportò il Pallone d’oro Oltremanica dopo 22 anni, illuse giovanissimo una Nazione di poter avere finalmente la meglio sull’Argentina e di aver trovato qualcuno in cui sperare per sbaragliare le altre grandi. La gloria lo ha baciato presto, portandolo in fretta tra i signori del calcio, senza privarlo mai il suo timido sorriso ma nemmeno i suoi eterni guai fisici.

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