Il “Codice Bonafede” che strozza le Pmi

La riforma del “Codice della crisi d’impresa” provocherà problemi alla nostre imprese. U’altra bella idea dei grillini

bonafede

Grazie al Giornale e alla Verità si è acceso un faro sull’ennesimo provvedimento scalcagnato dei grillini che rischia di mettere in grave crisi le piccole e medie imprese italiane. Il tema è la riforma del “Codice della crisi d’impresa” e merito dei due quotidiani è di averne parlato, facendo uscire il tema dal mero dibattito fra esperti del settore.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha avviato, quando ancora era in carica l’esecutivo gialloverde, delle modifiche alla legge fallimentare del 1942: tali modifiche, a meno di un intervento nel Milleproroghe, entreranno in vigore a metà agosto.

Di cosa si tratta?

Spiega il Giornale che il nuovo Codice «obbliga le Srl ad assumere un delatore» e «cancella il concetto stesso di “responsabilità limitata”, aumentando il rischio di fare impresa».

Solo che, come spesso accade con i grillini, la riforma mette una toppa peggiore del buco perché la norma è stata estesa anche alle Pmi. Le Srl, infatti, saranno obbligate a «nominare un organismo di controllo, un revisore che scongiuri l’insorgere di possibili crisi d’impresa, denunciando allo stesso amministratore ogni irregolarità».

Ennesima mannaia anti-imprese

Se l’intento può apparire condivisibile nella logica “meglio prevenire una crisi che curarla”, nella prassi una tale misura si tradurrà nell’ennesimo ginepraio normativo cui devono porre rimedio le aziende medio piccole. Non solo: basterà anche un semplice problema transitorio, ad esempio per il versamento dell’Iva, per obbligare gli amministratori delle Srl a ricorrere all’organo amministrativo, pena lo scatto del procedimento penale.

Meglio non crescere

«Ma non è tutto», scriveva ancora ieri il Giornale: «L’obbligo del revisore scatta al superamento di un fatturato o totale dell’attivo oltre i 4 milioni, oppure quando la media dei dipendenti assunti negli ultimi due anni ha superato le 20 unità di dipendenti full time».

Le aziende devono quindi pagare un revisore (che il Giornale non fatica a chiamare «delatore») per ogni minimo squilibrio, mettersi nelle mani di un pm o un perito (e sappiamo cosa significa in Italia) con il prevedibile effetto che le Pmi cercheranno di limitare le assunzioni o di non crescere troppo per evitare guai. «Ci sarà – nota la Verità – un potentissimo disincentivo a entrare in situazioni imprenditoriali minimamente a rischio, con esposizioni bancarie o creditizie. Chi se la sentirà di fare a cuor leggero l’amministratore di una Srl, assumendosi rischi potenzialmente così gravi?».

Teste di legno

Insomma, una sciagura che riguarderebbe un gran numero di aziende.

«L’ordine dei commercialisti di Milano nello scorso novembre – scrive oggi il Giornale -, ha provato a sondare un campione di 500mila imprese per vedere quante farebbero scattare la procedura d’allarme prevista dal nuovo e controverso codice per le crisi d’impresa. Il risultato è stato sconcertante: quattro su dieci».

Sotto attacco è il concetto stesso di “responsabilità limitata” per gli amministratori. Come scrive la Verità, «una società a responsabilità limitata non è più del tutto a responsabilità limitata, appunto. Ma diventa molto più probabile che a rispondere con il proprio patrimonio sia l’amministratore». Probabile effetto sarà che a prolificare saranno le nomine di amministratori fittizi, le cosiddette “teste di legno”.

Foto Ansa