Il caso del segno di croce in classe. «Non è un gesto scaramantico. Onoro la fede di quella ragazza»

Il caso è stato un po’ travisato. Ma nella sua dichiarazione, il vescovo ne approfitta per richiamare tutti a non «aver paura dell’espressione pubblica della fede».

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Ricordate il caso della ragazza che fu ripresa in classe dall’insegnante per essersi fatta il segno della croce al passaggio di una autoambulanza? Monsignor Massimo Camisasca, vescovo della diocesi di Reggio Emilia Guastalla, se ne è interessato, parlando con l’insegnante di Religione al centro della vicenda. Effettivamente, a quando dice il vescovo, il caso è stato un po’ ingigantito. Resta tuttavia interessante notare, come potete leggere dalla dichiarazione ufficiale che segue, come Camisasca abbia saputo cogliere l’occasione per richiamare tutti i fedeli a non «aver paura dell’espressione pubblica della fede».

Ho incontrato l’insegnante di religione. Ha svolto per 24 anni (a settembre andrà in pensione) un intenso lavoro di trasmissione della fede. Ha voluto lei stessa la presenza dei crocifissi nelle aule, là dove mancavano. Non ha mai sollecitato gesti scaramantici. Ha invitato invece i ragazzi a non ridurre il segno della croce a un gesto di quel tipo.

Confermo perciò la mia stima all’insegnante di religione.

Desidero nel contempo onorare la fede di quella ragazza. Con un gesto tanto semplice ed essenziale, quanto profondo – il segno della croce al passaggio di un malato – ha voluto esprimere che la fede cristiana è carità. Il segno della croce ci riporta a Dio che manda suo Figlio a farsi uomo e morire per noi, anzi per ogni essere umano.

Una preghiera per chi soffre: cosa c’è di più umano, di più cristiano, di più caritatevole?

Desidero, poi, ringraziarla perché, con quel gesto semplice, ci ha ricordato il valore pubblico della fede. Non si accende una lampada per nasconderla (cfr. Mt 5,15), ha detto Gesù. La proclamazione pubblica della fede, sempre nel rispetto di ogni altra credenza e opinione, è un bene per tutti. Come posso incontrare l’altro se non gli rivelo chi sono, ciò in cui credo, ciò che sostiene e anima la mia vita?

Nessuno deve aver paura dell’espressione pubblica della fede. Questo vale per tutti, in una società che sarà arricchita e non impoverita dall’incontro tra diverse identità culturali, nel solco della storia cristiana che ci costituisce come popolo e nazione.

+ Massimo Camisasca

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