Il caso del pediatra D’Arcais. Toghe, fatevi delle domande

La triste vicenda del suicidio del medico accusato di pedofilia e di un incontro tra magistrati e cronisti “per evitare strumentalizzazioni”

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Qui di seguito anticipiamo una lettera (con risposta di Luigi Amicone) che sarà pubblicata sul prossimo numero del settimanale Tempi in edicola giovedì.

Sono rimasto allibito dal mancato rilievo che è stato dato al suicidio del pediatra Alberto Flores D’Arcais, 60 anni, primario all’ospedale di Legnano, che alle 7.15 di sabato 3 settembre, dopo aver appreso la conferma del provvedimento di arresto domiciliare per l’accusa di pedofilia si è ammazzato lasciando lettere in cui grida la propria innocenza. Lunedì 5 settembre, pubblicando brani di una missiva che la famiglia D’Arcais ha indirizzato al Corriere della Sera, un redattore del sito online dello stesso giornale ci ha informati del fatto che nella stessa mattinata del suicidio, «a mezzogiorno di sabato (in un punto stampa senza telecamere) “per evitare strumentalizzazioni e nuovo dolore alla famiglia e chiarire tutto il possibile” (il virgolettato anonimo alluderebbe ovviamente a dichiarazioni di un magistrato o di più magistrati, ndr), la Procura di Busto Arsizio aveva incontrato i cronisti». È una notizia. E tale notizia spiega perché, nei loro articoli del giorno precedente, domenica 4 settembre, i cronisti invitati dalla procura (in un punto stampa senza telecamere, “per evitare eccetera”) non si fossero limitati a scrivere della tragica morte dell’imputato. Ma bensì, a cadavere dell’imputato ancora caldo (in un punto stampa senza telecamere) “per evitare strumentalizzazioni e nuovo dolore alla famiglia e chiarire tutto il possibile”, avessero scritto dopo aver ricevuto dalla procura l’informazione – e quindi condito i loro articoli e titolazioni – della «scoperta su due pc del medico di migliaia di foto pedopornografiche». È un retroscena che apprendiamo grazie alla lettera dei familiari del pediatra. Nella quale per altro questi rivendicano «che era un uomo onesto, integerrimo; adorava il suo lavoro a cui ha dedicato tutta la vita, tutto il suo tempo e le sue energie. Era un uomo intelligente, acuto, competente, amato da colleghi e pazienti dai quali ancora riceviamo attestati di stima e incredulità». Ora, possiamo non credere a una famiglia addolorata e agli addolorati pazienti e colleghi del primario (tranne uno, pare, lo stesso che avrebbe istruito le carte dell’accusa in procura con una lettera a tutt’oggi secretata). O possiamo credere che una famiglia, pazienti e colleghi, possano anche non sapere. Però, anche volendo ammettere la buona fede dei magistrati (e sarebbe un’aggravante, perché vorrebbe dire aver perso il senso della realtà) che chiamano e rivelano ai cronisti atti di indagini ancora aperte mentre il cadavere dell’imputato è ancora caldo; anche volendo andare al di là della presunta o reale violazione della legge (tanto ci siamo abituati, tanto lo sappiamo che non viviamo più in uno Stato di diritto), mi chiedo e le chiedo: ma che razza di giustizia ti puoi aspettare da individui che non riescono neanche a capire in quale paradossale, gigantesca, incredibile contraddizione si cacciano dicendo di fare quello che han fatto, sic!, “per evitare strumentalizzazioni e nuovo dolore alla famiglia e chiarire tutto il possibile”?
Silvio Cormani via internet

È così. Infatti, noi comprendiamo bene perché moglie e figlie del dottor Alberto D’Arcais hanno scritto al Corriere della Sera: «Siamo sconcertati per il comportamento della procura, che quando ancora nessuno di noi era stato informato, ha sentito il bisogno di indire una conferenza stampa divulgando notizie che avrebbero dovuto essere segrete, visto che erano state comunicate solo in via generica all’avvocato che non aveva ancora potuto prenderne visione, impedendo qualsiasi forma di difesa, gettando altro fango sulla reputazione di Alberto». Resta la domanda di sempre: quando verrà la legge civile e democratica della separazione delle carriere tra giudici, procuratori e, soprattutto, tra magistrati e giornalisti?

Foto da Shutterstock

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