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Il 1993 non è mai finito

maggio 27, 2017 Alessandro Giuli

Il principato renziano è la dimostrazione che poco o nulla è stato realizzato dalla politica per emendare se stessa e costringere la magistratura a rinfoderare le armi

ANTONIO-DI-PIETRO-ANSA

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Un numero speciale sul 1993: l’anno del Terrore, secondo i cultori del garantismo; l’anno dell’inesorabile assalto da parte delle procure al regime partitocratico e corrotto, secondo i fautori della via giudiziaria alla moralizzazione. Inutile ricordare che questo giornale conserva sulla stagione di Mani pulite un giudizio assai critico ma realistico: è sempre colpa di chi muore e, di fatto, fu appunto il Palazzo politico della Prima Repubblica a mettere in scena un suicidio di massa di fronte al Moloch in toga guidato dal pool di Milano impegnato, sì, a scavare nella terra limacciosa del finanziamento illecito ai partiti, ma al tempo stesso depositario – il gruppo di magistrati stretti intorno al procuratore capo Francesco Saverio Borrelli e ad Antonio Di Pietro – di una malriposta aspettativa di palingenesi dalla quale germogliarono abusi e dismisure mai abbastanza esecrati.

Quest’anno ricorre il venticinquennale di Tangentopoli, numerosi protagonisti di quell’epoca si sono defilati, altri hanno corretto le proprie posizioni, altri ancora sono scomparsi sottoterra o in qualche anfratto della memoria. Apprezzabili conversioni, per esempio quella dell’ex comunista e togato Luciano Violante – transitato nell’arco di due decenni dal fronte manettaro a quello dei denunciatori della così detta “società giudiziaria” –, hanno finalmente messo in questione il perverso rapporto tra politica, magistratura e mass media che ha prolungato fino ai giorni nostri lo stato d’eccezione del biennio 1992-1993.

Ed ecco il punto. Se il ventennio berlusconiano è stato un arco teso tra due Italie irrisolte sotto vari aspetti, da quello istituzionale a quello delle riforme economiche, il principato renziano è la dimostrazione che poco o nulla è stato realizzato dalla politica per emendare se stessa e costringere la magistratura a rinfoderare le armi messe a sua disposizione dal legislatore. L’inamovibile obbligatorietà dell’azione penale, la mancata separazione delle carriere, l’utilizzo spesso strumentale della carcerazione preventiva, le porte girevoli tra il Parlamento e le aule giudiziarie, la corsia preferenziale che collega le prime pagine dei giornali con i cassetti roventi in cui ribollono intercettazioni prive di rilievo penale e altri atti coperti da segreto investigativo: sono malanni culturali ancora intatti. E sui quali soltanto adesso, tardivamente, la sinistra al governo cerca di sollevare l’onda emotiva dell’urgenza riformatrice, stretta com’è tra i guai della famiglia Renzi e il cortocircuito tra le procure di Roma e Napoli.

Insomma il 1993 è anche oggi, e per certi versi oggi è peggio di allora: la politica ha dissipato un’altra consistente riserva del proprio credito di fronte agli elettori, la magistratura si è ulteriormente frammentata in blocchi, rendite e correnti in competizione frenetica nell’arrogarsi la palma della funzione salvifica ma unite nella resistenza alla messa in discussione delle casematte irriformabili, a cominciare dal Csm. In questo quadro prende forma il nostro numero speciale e solo in apparenza retrospettivo. Come leggerete nel dialogo tra due campioni della materia, l’avvocato ed ex sindaco Giuliano Pisapia e il magistrato Carlo Nordio, il 1993 non può ripetersi nelle stesse sembianze e tuttavia una profilassi efficace contro il virus mediatico-giudiziario non è mai stata nemmeno codificata.

Foto Ansa

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