I tre grandi assenti in Inside Out

«Ci sono certi aspetti che mi hanno convinto, ma altri meno». Discussione intorno all’ultimo cartone della Pixar recensito su Tempi da Claudio Risé

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Forse scrivo per invidia: il comune amico Luigi a me non ha chiesto di andare al cinema e invece lo ha chiesto a Claudio Risé, che tra l’altro stimo per le grandi intuizioni che ha rispetto al mondo dentro e fuori dell’animo umano. Ma a volte capita di dissentire.

Ci sono certi aspetti che mi hanno convinto di Inside out, alcune novità nella cultura disneyana come a) la riaffermazione spudorata dell’amore tra vulcano e vulcanina, cioè tra maschio e femmina o b) l’ancora più sconcertante presenza di una famiglia normale, che difficilmente riesco a recuperare tra le centinaia di cartoons che hanno accompagnato la mia infanzia e quella riflessa dei miei figli e infine c) la rivalutazione del sentimento di tristezza come potenziale motore di grandi azioni, come marcia in più, come sale della terra (o della mente).

Ma qui mi fermo.

Certamente la prospettiva di Risé è molto più addentro alla concreta realtà psicologica della gente di oggi. A me nasce però una domanda che già fa trasparire una percezione alquanto diversa: di quali emozioni si sta parlando? Non sono del mestiere e quindi può esserci un problema di terminologia. Si parla di emozioni che spingono a tal punto da emergere fuori, come vulcanina? Sì, forse questo è oggi politically incorrect, e spesso mi ritrovo, per necessità e ancor più per convenienza, a rintuzzare la mia istintiva reattività di fronte alle cose che mi appaiono clamorosamente false così come a quelle che mi appaiono vere: le mie emozioni vengono percepite da chi mi sta di fianco come sconvenienti e finiscono per distrarre dal punto, cioè dalle cose vere o false, perché ci si attesta sulla mia sconvenienza. E allora mi correggo, per ottenere lo scopo, per non parlare di altro.

Ma, fatto salvo questo imperativo che governa la falsa cultura perbenistica odierna, per tutto il resto io registro (forse usando maldestramente lo stesso termine di emozione) che oggigiorno si ragiona solo emozionalmente, oltretutto (come osservato in me stesso) attraverso emozioni tarpate, anoressiche. Ma sono proprio queste emozioni malate o maltrattate il criterio dominante della gestione della vita personale come di quella sociale. E, in questo quadro, l’unico rimedio alle cose che non vanno può essere ricercato solo nella psicologia e nei suoi addentellati terapeutici.

Secondo il grande dictat delle neuroscienze (che sembrano promettere l’individuazione dell’origine di ogni mossa umana, sperando di correggerla, di brevettarla) ogni zona del cervello ha una sua funzione (essenzialmente elettrica), con certo grado di autonomia.

In questo quadro rivelo tre grandi assenti, o perlomeno flebili presenze.
1. Un protagonista reale, non riducibile alla somma delle sue emozioni, o meglio della battaglia tra di esse. Cioè un soggetto libero, in cui la libertà emerga come mistero infinito e irriducibile, capace di trapassare e anche contrastare qualunque emozione, godendone.
2. Una centralità della relazione, cioè di un legame con ciò che è fuori di me, fondamentale per me. In Riley tutto (tutto) sembra nascere da dentro, e le relazioni più care diventano rimorso.
3. Ma l’assenza che mi ha stupito di più è la censura inspiegabile operata in questo film. Come molti avranno notato, le cinque emozioni ricalcano in maniera precisa quelle individuate da Darwin come fondamentali, preculturali, proprie della struttura naturale della specie umana: happiness, sadness, anger, fear, disgust. Ma (è strano): ne manca una! Surprise! Sorpresa, stupore. Ed è proprio questa emozione a farci uscire dal recinto delle nostre reazioni, a metterci in relazione al resto del mondo. Perché questa scelta?

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