I Peanuts e quei frammenti di storie che ci insegnavano a volare

Per leggere Linus bisognava scegliere un tempo lento. Bisognava passarci e ripassarci, per capirlo. Ma poi apriva la mente

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Secondo me il mondo va molto peggio perché si leggono meno le strisce dei Peanuts. Ammetto che possano esistere altre cause, tipo la recessione, la crisi delle democrazie e il riscaldamento globale, ma invito a non sottovalutare gli effetti nefasti del ridimensionamento della presenza nella nostra vita dei personaggi di Charles Schulz, uno dei massimi geni del Novecento. Io ricordo quando uscì il primo numero di Linus in Italia. Un altro genio dimenticato, Oreste del Buono, capì che lo sbarco in Italia di Charlie Brown e Snoopy era ormai maturo. Il paese era ottimista, vitale. Gli italiani scoprivano la voglia di scoprire. Erano curiosi, aperti, ansiosi di capire questo mondo nuovo, questa lunga primavera, che si affermava sorprendendo e rendendo migliori. Dalla guerra e dai bombardamenti, in fondo, era passato più o meno lo stesso tempo che ci separa oggi dall’undici settembre.

Gli italiani tiravano giù il tettuccio morbido della 500, aprivano le modernissime portiere controvento della 600, abbordavano l’Autostrada del Sole nuova di zecca, sfoderavano il transistor da piazzare agli angoli dei finestrini posteriori, dove si sentiva meglio, e partivano verso il sole. Allo stesso modo noi, ragazzini degli anni Sessanta, scoprivamo un bracchetto con attitudini filosofiche, un bambino con la testa tonda sfortunato in amore e nel baseball, un giovane pianista matto di Beethoven, una ragazza irascibile e spietata e il più normale della compagnia che, per addormentarsi, doveva avere una coperta a dargli conforto. Le loro strisce erano lente, spesso enigmatiche, non costituivano “una storia”, come quelle a cui eravamo abituati su Topolino o sul Corriere dei piccoli. Attraverso i Peanuts scoprivamo la cultura del frammento, qualcosa che avrebbe dominato l’immaginario fino a oggi, tempo in cui il frammento è diventato coriandolo.

Per leggere Linus bisognava scegliere un tempo lento. Bisognava passarci e ripassarci, per capirlo. Ma poi apriva la mente e ti aiutava a volare. Come il muto uccellino Woodstock, nato proprio in questi giorni, cinquanta anni orsono. Fu importante, Woodstock, che parlava per segni e non per lettere. Tanto che, due anni dopo, cercarono un posto che si chiamasse proprio come lui, per un concerto che celebrasse quel tempo vitale che stava per finire.

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