I giudici paghino se sbagliano. Il caso Del Turco e la “giuristocrazia”

Passa alla Camera un emendamento sulla responsabilità civile dei giudici. Antonio Polito e Luciano Violante a proposito di quei tanti processi mediatici basati su «prove schiaccianti».

Con 264 voti a favore, 211 contrari e un astenuto stamattina alla Camera è passato un emendamento per la responsabilità civile dei giudici. Chi ha subito un danno per effetto del comportamento, di un atto o di un provvedimento di un magistrato, potrà chiedere i danni allo Stato e alla toga, che dovrà pagare il risarcimento. È il banale principio del chi sbaglia paga: eppure, anche dopo un referendum a favore di questa misura, in Italia ciò crea sempre reazioni violente, e non solo tra i magistrati (che sostengono che la responsabilità diretta metterebbe a rischio l’autonomia e l’indipendenza del giudizio). Le toghe sono, infatti, sostenute anche da un vasto schieramento politico. Stamane prima del voto, si sono dichiarati contrarissimi, ad esempio, tanto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che Giulia Bongiorno di Fli.

Proprio stamattina, sul Corriere della Sera, Antonio Polito partendo dalla vicenda giudiziaria di Ottaviano Del Turco, ricorda cosa implica oggi la responsabilità dei magistrati. Ottaviano Del Turco, tra i fondatori del Pd ed ex Governatore della Regione Abruzzo, nel 2008 è stato arrestato per associazione per delinquere, truffa, corruzione e concussione. Il giorno stesso dell’arresto, il procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi, aveva convocato una conferenza stampa in cui sostenne di avere «una montagna di prove schiaccianti che non lasciano spazio a difese». A processo in corso, la situazione è però ribaltata: scrive Polito che oggi non si tratta appena «di accorgersi, tre anni e mezzo dopo, che il castello di accuse contro l’ex Governatore dell’Abruzzo era fragile fin dall’inizio, perché mancava il corpo del reato: nel senso che i pm non hanno mai trovato i tanti soldi che l’imputato avrebbe incassato. Né si tratta solo di riparare al grave torto subìto da un uomo la cui storia di sindacalista e di politico era più che specchiata: un uomo che è stato al fianco di Lama e al capezzale del Psi morente, e che forse ha pagato un prezzo proprio alla sua provenienza socialista».
Polito punta l’attenzione su un altro intervento, arrivato ieri sulle pagine dell’Unità, attraverso un’intervista a Luciano Violante. «Violante ha aggiunto una cosa in più – scrive Polito – e cioè che se “il magistrato inquirente ha sbagliato, alla fine del processo dovrà risponderne personalmente”». Secondo Polito, la vicenda Del Turco dà una significativa lezione a livello politico e in particolare alla sinistra. L’ex governatore, ricorda Polito, fu costretto a dimettersi all’alba dell’inchiesta e immediatamente furono convocate le elezioni regionali, vinte dal centrodestra. In Abruzzo veniva così spodestato un governo di centrosinistra voluto dal popolo, a suon di inchieste: «Proprio come il centrosinistra avrebbe voluto fare con Berlusconi, approfittando di una delle tante inchieste giudiziarie sull’allora premier. Oltre ad una carriera politica distrutta e a un uomo fatto a pezzi, se il pm ha sbagliato c’è anche un sovvertimento per via giudiziaria della sovranità popolare».

È questa secondo Polito la lezione principale da tenere a mente, soprattutto nel Pd, nel riflettere sulla responsabilità dei magistrati e sul fenomeno che lo stesso Luciano Violante chiama giuristocrazia: e a sinistra lo si dovrebbe fare riflettendo anche sui casi avvenuti in campo avversario, come quello di Calogero Mannino. «Soprattutto sarebbe bello che nel Pd si aprisse una riflessione autocritica sugli effetti istituzionali che un uso leggero o spettacolare delle inchieste può provocare, prima ancora del processo e indipendentemente dalla sentenza, perché questo è stato il cuore dello scontro tra politica e giustizia nelle tante inchiesta contro Berlusconi, spesso considerate dal Pd di per sé sufficienti».

L’invito di Polito è chiaro: «Se nella cultura italiana rientra il concetto che il pm non ha né il compito né il potere di tagliare le teste dei politici, perché lui muove solo le accuse ma è il giudice che emette le sentenze, e che dunque di fronte a un uomo che si proclama innocente bisogna considerarlo tale fino a prova contraria, perfino se è un politico, allora la fine del berlusconismo e dell’antiberlusconismo ci avrebbe regalato un grande progresso».