I “giubbotti gialli” sono il nuovo sintomo della rivolta dei popoli contro le élite

Solo una protesta per il carburante? Molti intellettuali francesi danno un’altra interpretazione della rivolta che sta colpendo la Francia di Emmanuel Macron

Chi sono i “giubbotti gialli” che dopo una settimana di blocchi stradali che hanno paralizzato mezza Francia, sabato si sono scontrati con la polizia a Parigi? In Italia le loro proteste sono state interpretate come la reazione viscerale di automobilisti, camionisti e contadini privi di coscienza ecologica che non vogliono pagare il prezzo della transizione all’economia decarbonizzata da realizzare entro il 2050 secondo gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici, o al massimo come un infortunio in materia fiscale della presidenza Macron che non ha saputo accompagnare i provvedimenti di aumento del prezzo di benzina, gas e diesel con misure di esenzione per i gruppi sociali sfavoriti. Ma in Francia sempre più numerosi sono gli intellettuali che si dicono convinti che ci troviamo di fronte a qualcosa di molto più grande e importante: un nuovo, forse decisivo episodio di quella rivolta delle classi popolari contro le élites mondialiste che sta cambiando il volto della politica in tutta Europa e negli Stati Uniti. «Il movimento dei giubbotti gialli», scrive su Le Figaro Alexandre Devecchio, «più che una semplice ribellione contadina è un nuovo sintomo della rivolta dei popoli contro la società mondializzata. Una rivolta che attraversa tutte le democrazie occidentali». Gli danno ragione Christophe Guilluy, il geografo più famoso di Francia che ha saputo spiegare le fratture sociali francesi attraverso i movimenti di migrazione interna, il sociologo Jean-Pierre Le Goff, il saggista Ivan Rioufol, il politologo Dominique Reynié e il filosofo Jean-Claude Michéa, socialista libertario feroce critico della sinistra che è diventata liberale e seguace del pensiero di George Orwell.

LA DISTANZA TRA ALTO E BASSO

Guilluy, che ha concettualizzato l’opposizione fra Francia periferica e Francia delle metropoli, inquadra il movimento delle giubbe gialle in un fenomeno molto più vasto: «I media puntano il dito contro gli xenofobi, la popolazione rurale, ed evocano l’impoverimento dei centri storici. Quello che non vedono è un fenomeno ben più gigantesco: la fine della classe media occidentale. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale è stata questa classe maggioritaria (ne facevano parte operai, contadini, impiegati e quadri superiori) che ha strutturato tutte le democrazie occidentali con lo stesso circolo virtuoso: integrazione economica, politica e culturale in un contesto di ascesa sociale. Tutto questo sta venendo meno». La ragione per cui la classe media in via di estinzione e i ceti popolari la pensano diversamente sulle questioni ecologiche è chiaro: «Il bilancio del carbonio dell’aeronautica non è mai evocato, perché non si può tassare il kerosene in un contesto di mondializzazione dei trasporti. L’inquinamento della mobilità dei “ricchi” è dunque meno tassato di quello dei “poveri” sedentari. Più in generale, le metropoli sono nuove cittadelle medievali, con una borghesia che si rinchiude dietro i suoi bastioni e intende pure istituire presto dei pedaggi urbani: il ritorno delle concessioni! In questi spazi chiusi, gli abitanti hanno soltanto bisogno di collegamenti per uscire: aerei, treni ad alta velocità; e l’automobile per loro è obsoleta. Inversamente, i ceti popolari oggi vivono sempre più lontano dal posto di lavoro e hanno un bisogno vitale dell’auto. Nella demonizzazione dell’auto condotta dalle élites si evidenzia una forma di incoscienza delle difficoltà reali di questi concittadini e anche un disprezzo di classe. La reazione della classe politica superiore è stata di accusare le classi popolari di non avere consapevolezza della problematica ecologica! I conflitti sociali sono sempre esistiti, ma questa è la prima volta nella storia che c’è una perdita di contatto così grande fra l’alto e il basso della società. Tutti i francesi desiderano preservare l’ambiente. Nessuno consuma il diesel per puro piacere. Alla stessa maniera, se si considera la questione del multiculturalismo, tutto il mondo desidera conservare il proprio capitale culturale e un rapporto distanziato con l’Altro. Ma bisogna distinguere gli obiettivi e i mezzi. Se ho i mezzi per tenere a distanza l’Altro, aggirando la questione della scuola per esempio, posso fare l’apologia della società aperta senza difficoltà. Lo stesso vale per l’ecologia. Si possono facilmente fare discorsi sulla necessità di preservare l’ambiente quando si hanno i mezzi per offrirsi una vettura elettrica o per consumare biologico. La difesa dell’ecologia, come la promozione della “società aperta”, sono divenuti segni di distinzione sociale».

I MORALIZZATORI ECOLOGISTI

Per Le Goff la rivolta dei “giubbotti gialli” non fa che catalizzare tutti i mali nati dagli sconvolgimenti della società francese negli ultimi decenni. Essa esprime il rigetto di quattro decenni di liberalismo culturale e di adattamento economico a marce forzate voluto dalle élites. «Che percentuale rappresentano le automobili nell’inquinamento e nel riscaldamento climatico in rapporto all’insieme dei trasporti stradali, marittimi e aerei? Coloro che predicano il verbo ecologista sono spesso gli stessi che prendono l’aereo per trascorrere le vacanze in paesi lontani nel medesimo tempo che si considerano “verdi”. Non si sta facendo pagare ai privati il prezzo della buona coscienza ecologica e politica, nel quadro del libero scambio mondializzato che non si preoccupa di problemi ecologici? Da anni gli appelli reiterati ad adattarsi a una concorrenza mondializzata dove il prezzo del lavoro e le protezioni sociali diventano meri valori di aggiustamento si accompagnano a discorsi moralizzatori nell’ambito dell’ecologia, della cultura e dei costumi da un punto di vista modernista e alla moda. Questa congiunzione rafforza le divisioni in seno alla società fra le élites al potere e una buona parte della popolazione».

I NUOVI PELLEROSSA

«I giubbotti gialli», scrive Rioufol, saggista conservatore autore di La Guerre civile qui vient, «sono dei Pellerosse: come loro al tempo che fu si battono contro uno Stato rullo compressore per il quale l’antico popolo è un ostacolo alla “trasformazione” del paese. Ora, questi francesi indesiderabili non sono candidati al suicidio. I ribelli non hanno alcuna intenzione di restare nelle loro riserve indiane ad ammuffire: queste unità residenziali della Francia periferica, dove i parcheggi dei supermercati e le rotonde stradali servono oggi da punti di concentrazione dei manifestanti. L’insurrezione contro le tasse sul carburante unisce una gran parte della classe media. Essa protesta anche contro l’indifferenza dei “primi della cordata”, contro il centralismo del potere e l’assenza di democrazia. Il poujadismo si fermava ai piccoli commercianti, la sociologia degli indignati è più ampia. I macronisti senza dubbio non amano questa Francia: troppo bianca, troppo attaccata alle radici, troppo patriottica».

FERMARE LA DEGRADAZIONE

«Siccome le classi medie non creavano problemi, i governanti per troppo tempo hanno pensato che non ne avessero», scrive Dominique Reynié, direttore generale di Fondapol, un centro studi liberal-progressista ed europeista. «L’aumento delle tasse sui carburanti le conduce alla rivolta perché si sentono ingannate, essendo l’automobile indissociabile dal modello residenziale che esse rivendicano come loro ideale. Era un mondo a parte, con un certo confort a prezzo moderato, ma anche al riparo dalle forme di vita urbana contemporanea che fanno paura: l’inciviltà, una certa brutalità, i conflitti interculturali… Dopo una serie di misure come la chiusura dei commissariati o degli ospedali, l’aumento del prezzo della benzina e del gasolio è percepito come la conferma che a essere messo in discussione è il modo di vivere delle classi medie, il loro stile di vita. I “giubbotti gialli” sono il primo tentativo di arrestare questo processo di degradazione. Non sarà l’ultimo».

COSCIENZA RIVOLUZIONARIA

Infine Jean-Claude Michea, l’autore de I misteri della Sinistra, si è schierato apertamente coi giubbotti gialli, contrapponendo il loro movimento a quello del 2016 contro la riforma della legislazione sul lavoro al tempo della presidenza Hollande: «Il movimento dei “giubbotti gialli” è, in una certa maniera, l’esatto contrario di “Nuit Debout”. Quest’ultimo movimento, semplificando, era in effetti anzitutto un tentativo incoraggiato dalla maggior parte della stampa borghese da parte del “10%” (cioè coloro che sono preposti o stanno per esserlo all’inquadramento tecnico, politico e culturale del capitalismo moderno) di disinnescare la critica radicale del Sistema, dirigendo tutta l’attenzione politica sul solo potere (certo decisivo) di Wall Street e dei famosi “1%”. Una rivolta, di conseguenza, dei ceti urbani ipermobili e superdiplomati che rappresentano, dai tempi di Mitterrand, il principale vivaio nel quale si reclutano i quadri della sinistra e dell’estrema sinistra liberali. Nel caso dei “giubbotti gialli”, al contrario, sono proprio quelli che stanno in basso che si ribellano, avendo sufficiente coscienza rivoluzionaria per rifiutare di dovere ancora scegliere fra sfruttatori di destra e sfruttatori di sinistra».

CONTRO GLI SFRUTTATORI DI SINISTRA

Agli sfruttatori di sinistra e al loro moralismo ecologista il socialista Michéa riserva la sua indignazione: «Non è l’auto come simbolo della loro integrazione al mondo del consumo che i “giubbotti gialli” difendono. Si tratta semplicemente del fatto che la loro vettura diesel acquistata di seconda mano (e che la Commissione Europea cerca già di togliere loro inventando continuamente nuove norme di “controllo tecnico”) rappresenta la loro ultima possibilità di sopravvivere, cioè di avere ancora un tetto, un lavoro e qualcosa da mangiare, loro e la loro famiglia, all’interno del sistema capitalistico così come è diventato, e che avvantaggia sempre più i vincenti della mondializzazione. E pensare che è anzitutto questa “sinistra al kerosene”, che vola di aeroporto in aeroporto per portare nelle università del mondo intero (e in tutti i Festival di Cannes) la buona parola “ecologica” e “associativa” che osa impartire a loro lezioni di ambientalismo!».