I giorni torbidi di Nazareth

Cosa si cela dietro la controversia sulla moschea che un gruppo di musulmani vorrebbe erigere a Nazareth in faccia alla basilica dell’Annunciazione e a cui
le autorità israeliane hanno dato il via libera? Un progetto egemonico
anticristiano, manipolazioni politiche israeliane e, forse, un “avvertimento”
del Dipartimento di Stato Usa

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Stavolta da Nazareth non viene niente di buono, anzi: le cose si sono messe talmente male da far dichiarare al portavoce ufficiale della Santa Sede Joaquin Navarro-Vals: “Questa situazione non aiuta la preparazione di un possibile pellegrinaggio del Santo Padre a quel grande santuario”. Insomma, rischia di andare a monte nientemeno che la visita del Papa, ipotizzata per il marzo del 2000, al luogo dove Dio si fece uomo nel concepimento verginale di Gesù annunciato a Maria. A mettere a repentaglio uno dei momenti più suggestivi preventivati per il Giubileo è la soluzione che le autorità israeliane vorrebbero dare a una controversia che si trascina da quasi due anni, nota come la querelle della “tenda-moschea”.

Provocazione in nome di Saladino Alla fine del 1997, mentre le autorità municipali di Nazareth si preparavano ad attrezzare l’area di fronte all’imponente basilica dell’Annun-ciazione per trasformarla in una bella piazza con annesso parcheggio, perfettamente funzionale all’arrivo delle folle di pellegrini previsti per l’Anno Santo, un gruppo di musulmani ha occupato l’area e innalzato una tenda-moschea destinata a diventare, nelle loro intenzioni, una grande costruzione dotata di un minareto alto 100 (!) metri e distesa su 2.000 metri quadrati di superficie. Motivo dell’alzata di ingegno: sul luogo sorgerebbe la tomba di un venerabile musulmano, nipote del Saladino che cacciò i Crociati dalla Palestina. La cosa ha suscitato l’ira del sindaco della cittadina, un arabo cristiano, e del Fronte Popolare, il partito laico di sinistra che riunisce cristiani e musulmani e a cui il sindaco appartiene. E ha provocato le proteste di tutte le Chiese cristiane del luogo, che vedono nell’iniziativa una provocazione di estremisti che vogliono distruggere la tradizionale buona convivenza fra cristiani e musulmani di Nazareth. Eppure, diversamente da molti altri casi, le autorità israeliane non sono intervenute a ristabilire l’ordine, ma hanno tollerato l’occupazione del suolo pubblico da parte degli attivisti musulmani, che d’altra parte pretendevano che il terreno appartenesse al Waqf, l’ente che gestisce le proprietà religiose islamiche. Hanno quindi creato una commissione incaricata di trovare una soluzione di compromesso, che pochi giorni fa ha emesso il suo responso: la moschea in faccia alla basilica dell’Annunciazione si farà, ma non dovrà essere una costruzione-monstre, bensì limitarsi a 700 metri quadrati e a un minareto alto 15 metri. Nell’altra frazione dell’area si farà la piazza. Da notare che, come ha confermato una sentenza del tribunale distrettuale di Nazareth dei primi di ottobre, il Waqf può vantare diritti di proprietà soltanto su 135 metri quadrati, quelli immediatamente circostanti la presunta tomba del discendente del Saladino: gli altri li mette a disposizione lo Stato israeliano.

I francescani di Terra Santa:
“è il via all’assedio”
Soluzione salomonica? Andatelo a dire ai cristiani di Nazareth e di tutte le altre circoscrizioni ecclesiastiche della Terra Santa. “Non possiamo accettare che si calpestino i diritti dei cristiani”, ha affermato il portavoce del patriarca latino di Gerusalemme mons. Michel Sabbah. “Il punto non è tanto garantire la visita del Papa a Nazareth, bensì il rispetto delle tradizioni e dell’importanza per la cristianità di quel sito religioso”. Un noto frate francescano della Custodia di Terra Santa, che vuole mantenere l’anonimato, ha dichiarato a Tempi: “Non si tratta di un compromesso, ma di un semplice regalo agli occupanti. L’apparente decisione del governo mette in stato d’assedio la basilica dell’Annunciazione. Come si può evitare l’impressione che si tratti di un atto di disprezzo nei confronti del mondo cristiano? Ci auguriamo che il governo torni sui suoi passi e prenda una decisione ben diversa”. Anche i musulmani hanno da ridire sulla soluzione adottata dal governo israeliano, soprattutto laddove impone di smantellare la tenda-moschea prima della posa della prima pietra e rinvia l’inizio dei lavori al 2001, dopo la visita del Papa, ma alcuni dei loro leader dichiarano di accettare la sostanza del “compromesso”. In realtà, la vicenda della tenda-moschea di Nazareth ha poco a che fare con esigenze di culto e molto con la mentalità di alcuni gruppi islamici e con le manipolazioni politiche israeliane. Che l’erezione di una moschea in faccia alla basilica dell’Annunciazione non abbia motivazioni religiose plausibili è evidente: la localizzazione della tomba di Shibab a-Din (questo il nome del nipote di Saladino) a Nazareth è altamente improbabile, e nella città esistono già 11 moschee per una popolazione musulmana di 40mila unità, mentre i cristiani sono 20mila. La ragione dell’incaponimento è, per così dire, politico-religiosa: si tratta di un atto simbolico attraverso cui si vuole modificare l’identità religiosa di Nazareth. Un dirigente del Consiglio islamico ha affermato, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Ha’aretz, che la moschea “farà ombra alla basilica dell’Annunciazione… e notificherà che Nazareth, nota in tutto il mondo come città cristiana, è una città dove la maggioranza è musulmana”. D’altra parte il gesto si inserirebbe in una continuità storica: ovunque ha potuto, in Terra Santa l’islam ha eretto i suoi edifici di culto in faccia alle chiese cristiane per significare la sua superiorità, vedi le moschee a due passi dalla chiesa della Natività a Betlemme e dalla chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

Quei voti (di scambio) per Netanyahu…

Sul progetto degli estremisti che hanno occupato l’area si è poi innestata una manovra politica israeliana. Quando era primo ministro, Netanyahu ha fatto arrivare espliciti segnali agli attivisti islamici che, se fosse stato rieletto, sarebbe andato incontro alle loro richieste. La manovra era talmente scoperta da essere denunciata sulle pagine di Ha’aretz nell’aprile scorso da Meron Benvenisti, ex sindaco laburista di Gerusalemme: “Si sta tentando di gestire questa materia scottante in modo da ottenere vantaggi nelle elezioni che sono alle porte. Le ‘proposte di compromesso’ basate su calcoli elettorali includono una “piccola moschea”, come se fosse un problema di dimensioni. Erigere una moschea appare ‘inevitabile’, anche se lì non c’è mai stata una moschea in passato. Questo sentimento di ‘inevitabilità’ non si applica alle moschee di Lajjun, Be’er Sheva e Ghabasiyah, che le autorità demaniali di Israele difendono accuratamente da ‘invasioni illegali’ di musulmani che cercano di ripristinarle; là le considerazioni elettorali sono dirette verso gli ebrei”. Netanyahu è stato battuto nonostante il voto di scambio degli estremisti islamici di Nazareth, ma il governo laburista sta facendo più o meno quello che avrebbe fatto lui. Come mai?

Divide et impera. O impéra Clinton?

Le spiegazioni potrebbero essere due. La prima, di ordine pratico, è che, dovendo scontentare una delle due realtà religiose, le autorità israeliane preferiscono scontentare i cristiani, meno numerosi, aggressivi e “vicini” di quanto non lo siano i musulmani. La seconda, complementare alla prima, individua un ruolo del Dipartimento di Stato americano nella vicenda: l’amministrazione Usa è scontenta del progetto papale di visita all’Irak nell’anno del Giubileo, e sta conducendo una dura guerra diplomatica per indurre Giovanni Paolo II a rinunciare al suo programma. Israele deve molto agli Stati Uniti, politicamente e finanziariamente, e dunque non potrebbe sottrarsi a certe pressanti richieste. La moschea di Nazareth ha tutta l’aria di una rappresaglia contro la politica vaticana verso l’Irak. Prove non ce ne sono, ma è curioso che un quotidiano americano prestigioso come il New York Times, d’altra parte molto sensibile ai punti di vista israeliani e in particolare molto vicino ai laburisti, abbia pubblicato il 15 ottobre un articolo che avalla la lettura dei fatti propria degli estremisti islamici. La responsabilità delle tensioni viene fatta ricadere sul “sindaco cristiano della città in maggioranza musulmana” che due anni fa ha cominciato a costruire una piazza in “un’area che è sacra anche per i musulmani”, e il pezzo si conclude con una dichiarazione del leader del Movimento islamico, il partito che nel Consiglio comunale si oppone al sindaco: “Non capisco perché certa gente ce l’abbia con noi. Nella moschea pregheremo Dio. Non stiamo costruendo un casinò o una discoteca”. Insomma, gli intolleranti sono i cristiani, che non vogliono lasciar costruire la dodicesima moschea della cittadina sul sagrato della loro chiesa più importante.

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