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I gemelli totalitari

luglio 14, 1999 Poltawska Wanda

La lettera di Varlam Salamov a Boris Pasternak che proponiamo è tratta da “Parole salvate dalle fiamme”, Archinto, Milano 1993. Il libro raccoglie le lettere e i resoconti degli incontri tra Salamov, di poco scampato da 17 anni di lager nella Kolyma, e lo scrittore del “Dottor Zivago”, che fece leggere proprio a Salamov il manoscritto del romanzo perché gli formulasse qualche osservazione. Alle geniali descrizioni del “Dottor Zivago”, Salamov non ha nulla da obiettare. Solo vuole precisare che cosa veramente sia stata la sofferenza in Unione Sovietica.

A proposito di Lara- la predestinazione all’infelicità, alle avversità della vita. Colei che illumina quanto c’è di meglio nel romanzo – stritolata, schiacciata, calpestata. Tutto quello che Le ho scritto in precedenza su di lei non viene minimamente intaccato nella seconda parte, semplicemente – un amaro destino. Ma forse così dev’essere. Non ho trovato nulla di falso nel destino dei personaggi principali.(…) C’è qualcosa di cui però vorrei discutere. (…) Dal 1929 (dopo la famosa commissione per le fucilazioni venuta da Mosca) le case di correzione e di detenzione furono passate all’oGPu. La cosa cominciò a crescere velocemente, ebbero inizio la “rieducazione”, il canale del Mar Bianco, Pot’ma, poi il Dmitlag (canale Moscova-Volga), dove in un solo campo c’erano più di 800.000 persone. Poi dei campi si è perso il conto: Sewostlag, Siblag, Bamlag, Tajselag, Irkutlag ecc. ecc. Erano densamente popolati. La bruma bianca, leggermente azzurrognola, di una notte invernale a meno 60, un’orchestra di trombe d’argento che suona la fanfara davanti alle schiere morte dei detenuti. La luce gialla delle enormi torce a petrolio sprofondate nella bianca bruma. Leggono gli elenchi dei detenuti fucilati. Un evaso che fu catturato nella taiga e ucciso dagli “operativi”. Gli tagliarono entrambe le mani: non volevano trasportare il corpo per varie verste, ma bisognava ben prendergli le impronte. Ma l’evaso si rialzò e al mattino si trascinò fino alla nostra piccola izba. Poi lo fucilarono definitivamente. Racconta un falegname, che ha lavorato in un campo femminile: “Per il pane, certo. Là c’era una regola: mentre io mi prendo il mio piacere, lei deve trangugiare, mangiarsi la “razione”. Quello che non è riuscita a mangiare, io me lo riprendo. Io, Varlam Tichonovic, al mattino ficco la razione di pane nella neve, lo congelo, me lo infilo nel petto e vado. Lei non riesce a rosicchiarlo con i denti – e una sola razione basta per tre donne”.Il maglione di lana fatto a mano sta posato sulla panca e si muove – tanto è pieno di pidocchi. La schiera avanza, gli uomini in fila sono attaccati gomito a gomito, sulla schiena hanno un numero di latta (invece di un asso di quadri), la scorta, una moltitudine di cani e ogni dieci minuti: “A-a terra!”. Rimanevamo sdraiati a lungo nella neve, senza alzare la testa, in attesa di ordini.

Chi è in grado di sollevare 10 pud, l5 è moralmente, proprio moralmente, eticamente più prezioso, superiore agli altri- e degno del rispetto delle autorità e della società. Chi non è in grado di sollevarli – ne è indegno, e condannato. E le percosse, le percosse – della scorta, dei capobaracca, dei cuochi, dei barbieri, dei ladri.Lo stato di spossatezza, nel quale una persona ritorna in vita e muore più volte al giorno.Un medico caritatevole dice a un uomo che sta morendo in ospedale: “Ordina quello che vuoi!” – “Gnocchi”, – dice piangendo il malato. Si vedeva qualcuno con un foglio di carta in mano – probabilmente glielo aveva dato il giudice istruttore per le delazioni. Una giornata lavorativa di sedici ore. Si dorme appoggiati alla pala- sedersi e sdraiarsi è proibito, ti sparerebbero subito.

I cavalli nitriscono, essi sentono prima e con più esattezza degli uomini l’approssimarsi del momento in cui suona la sirena. E il ritorno nel campo, nella cosiddetta “Zona”, dove sul frontone sopra il cancello c’è l’immancabile arco che per disposizioni superiori reca la scritta: “Il lavoro è una questione di onore, una questione di gloria, una questione di valore e di eroismo”. Coloro che non sono in grado di camminare per recarsi al lavoro, vengono legati a delle slitte e i cavalli li tirano per due, tre chilometri. L’argano all’entrata della miniera. La trave, che lo fa funzionare, e sette estenuati straccioni che girano in tondo invece del cavallo. E vicino al falò – il soldato di scorta. Non è forse l’Egitto? Queste sono tutte scene casuali. L’essenziale non sta lì, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando all’enorme maggioranza delle persone di giorno in giorno sempre più nitidamente risulta chiaro che è possibile vivere senza carne, senza zucchero, senza vestiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senz’amore, senza dovere. Tutto viene messo a nudo, e quest’ultima messa a nudo è spaventosa. La mente scossa, già demente, si aggrappa all’idea di riuscire a “salvarsi la vita” con il geniale sistema di ricompense e sanzioni che gli viene proposto. E’ stato creato empiricamente, questo sistema, giacché è impossibile pensare che possa esistere un genio che l’ha creato da solo e in una volta sola. 7 “categorie” di razioni (proprio così sta scritto sulla tessera: “categoria tale”) a seconda della percentuale di rendimento. Le ricompense sono il permesso di andare al lavoro al di là del reticolato senza scorta, di scrivere una lettera, di ottenere un lavoro migliore, di farsi trasferire in un altro campo, di ordinare un pacchetto di tabacco e un chilo di pane. (…) Mi perdoni se Le scrivo tutte queste cose tristi, ma vorrei che Lei avesse un’idea un po’ corretta di quel fenomeno significativo e singolare che ha segnato un periodo quasi ventennale di piani quinquennali, di grandi cantieri, di cosiddette “audaci realizzazioni”. Perché non c’è stata nessuna costruzione di qualche importanza senza la presenza dei detenuti, di persone la cui vita è un’interrotta catena di umiliazioni. (…).

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