I futuri magistrati in stage scoprono il carcere

Un momento formativo di tre giorni nel carcere di Bollate, organizzato per le toghe in tirocinio. Il tutor racconta: «Così pochi giorni non bastano, ci sono moltissime cose che avremmo voluto fare»

Dopo il successo della prima edizione (raccontata qui da tempi.it), per il secondo anno, stavolta anche a Milano, ai magistrati ordinari in tirocinio, i giovani Mot, viene data l’opportunità di osservare in prima persona un aspetto particolare dell’amministrazione della giustizia, la vita del carcere. A raccontare l’esperienza, in una lettera alla mailing list di Area, la corrente di sinistra delle toghe, è stato un giudice milanese, presidente di una sezione penale. Il giudice ha accompagnato come tutor i giovani magistrati durante lo stage, nei giorni passati.

“STIAMO PIU’ TEMPO DENTRO”. «Lo stage penitenziario mi pare sia stato dai più ritenuto un evento importante per i Mot, non semplicemente “un’esperienza”, ma un vero e proprio modulo didattico funzionale alla formazione del magistrato», ha esordito il giudice: «Ma non basta avere buone idee o giuste intuizioni per fornire una formazione adeguata. Lo stage penitenziario è stata una giusta intuizione, ma non si può pensare che questo basti».
Per il giudice, infatti, il momento di formazione delle nuove leve della magistratura è tanto interessante da meritare di essere ulteriormente approfondito, e di avere una durata più lunga. Non bastano tre giorni di giri in un carcere: si tratta di una conclusione interessante, perché aprirebbe nuovi risvolti per la magistratura.
Nel corso di quest’anno più volte, già nella sola mailing list di Area, i magistrati infatti hanno iniziato ad interrogarsi sul sovraffollamento e le condizioni dei detenuti, a scambiarsi esperienze rispetto alle funzioni di una giustizia che dovrebbe rieducare e invece opera in condizioni di privazione di tutta la dignità umana, tra sovraffollamento, pratiche burocratiche, scarsa conoscenza del pianeta carcere. Riflessioni che certamente sono sbocciate perché stimolate dal dibattito mediatico sull’amnistia, ma che sono sicuramente il frutto di un toccante momento di conoscenza del carcere da parte di alcuni giovani magistrati lo scorso anno.