I fantasmi della storia

La leggenda nera dell’Inquisizione spagnola non incanta il vescovo Negri: «Vecchie balle sepolte dagli studi seri»

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Altro che oscurantismo. La Chiesa è un postribolo di unti prelati, sadici porporati, cardinali affamati di denaro. Il regista ceco Milos Forman, 75 anni, un curriculum cinematografico di tutto rispetto, da Qualcuno volò sul nido del cuculo fino al recente Man on the Moon, non ha mezze misure e paragona l’Inquisizione spagnola ai regimi comunista e nazista. Forman sa di cosa parla: orfano a dieci anni perché i genitori erano stati deportati e uccisi nei campi di concentramento nazisti, accusato di sabotaggio dal regime comunista in Cecoslovacchia dove rischiò il carcere, riparò poi negli Stati Uniti dove ha girato la maggior parte dei suoi film. Ultimo dei quali, L’ultimo inquisitore, la storia di vent’anni di Spagna tra il 1792 e l’arrivo degli inglesi di Wellington. Una storia oscura fatta di potere, violenza e ingiustizia raccontata attraverso il punto di vista e le opere di Francisco José Goya che si vede sottratta dalla temibile Inquisizione spagnola la propria musa ispiratrice, una ragazza bellissima torturata e segregata nelle carceri ecclesiastiche con l’accusa infamante di essere giudea. Sottoposta alla tortura della corda, seviziata, costretta a confessare e a espiare una colpa non commessa per quindici lunghi anni.
La ricostruzione storica del film con cui Forman manda a processo la Chiesa non pare però delle più attendibili. Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro ed esperto di storia della Chiesa, vede nell’Inquisizione rappresentata da Forman «una pura fantasia sia nell’immagine sia nella prassi». Innanzitutto «perché dopo la metà del Settecento l’Inquisizione in Spagna non appare più attiva, il che falsa già la cornice storica dentro cui il film è ambientato. Inoltre, il regista si dimentica che l’Inquisizione fu uno strumento del potere secolare tanto che fu la Chiesa stessa a prenderne le distanze, provocando tensioni con la monarchia». Di tutto questo non si fa cenno in un film in cui sono messi sullo stesso piano l’Inquisizione, la violenza della Rivoluzione francese e la crudeltà dell’assolutismo.
E che dire invece dell’accusa di far uso dello strumento della tortura, su cui insiste il regista? Negri è ancora più netto: «L’Inquisizione anche in pieno Medioevo non prevedeva la tortura se non in casi gravissimi e comunque la confessione poteva essere accettata solo dopo una confermazione pienamente consapevole dell’inquisito». L’autore di Amadeus quindi non pare essersi documentato a sufficienza neppure sulla prassi del sistema inquisitorio, arrivando a delineare una propria quanto fantasiosa Inquisizione. Che però può avere una spiegazione: «Probabilmente – continua Negri – l’immagine di un’Inquisizione-Gestapo è il frutto della reminiscenza dolorosa di un regista che ha vissuto sulla sua pelle gli interrogatori e le violenze del regime comunista, anche perché, come ha più volte sottolineato lo storico Leo Moulin, l’Inquisizione spagnola rimaneva un sistema altamente garantista». Celebre il caso della madre di Keplero: denunciata per stregoneria, anziana, condotta nella stanza dei supplizi nella speranza di indurla a confessare solo con la vista degli strumenti, cadde in ginocchio e dichiarò: «Fate di me quello che volete, io sono innocente. Niente di quello che dichiarerò sotto tortura è vero». Fu assolta. Era la regola, non l’eccezione.

Strumenti di tortura
L’errore più grave del film – annota ancora Negri – è quello di aver voluto ambientare un film anticlericale in un momento storico – la seconda metà del Settecento – che era di segno totalmente opposto alla Chiesa, un’epoca di forte reazione anticattolica di matrice massonica che portò nel 1773 allo scioglimento dell’ordine dei Gesuiti da parte di Clemente XIV. Anche Marco Meschini, storico dell’Università Cattolica di Milano, ritrova molte inesattezze storiche nella pellicola, dall’accusa anacronistica di giudaismo e che «va retrodatata di almeno tre secoli», alla «rappresentazione grossolana di un’Inquisizione che utilizza metodi da Gestapo per cui addirittura la tortura della corda figurava come un dogma della Chiesa: ridicolo». Inoltre nel film «gli interrogatori del Sant’Uffizio sembrano avere un’unica finalità, quella di far emergere attraverso la tortura il falso. E invece accadeva il contrario: ciò che si ricercava era il vero». Forman nel film non fa sconti alla Chiesa, anzi: la Chiesa che, nota Meschini, «nel film non esiste, ci sono solo inquisitori» è fatta di sola crudeltà e volontà di potere e sottomissione della persona. È un regime non diverso da quello nazista e comunista anche se, riconosce il regista, «gli strumenti di tortura si sono fatti nel Novecento più sottili».
Come ha scritto il maggior studioso laico italiano dell’argomento, Adriano Prosperi, presentando Una storia della giustizia dell’insospettabile Paolo Prodi, l’Inquisizione fu «non un episodio di aberrazione di cui la Chiesa debba chiedere perdono, ma il primo, fondamentale pilastro della moderna giustizia, quella creata per perseguire d’ufficio i crimini». (“Una civiltà giuridica nata dall’Inquisizione”, Corriere della Sera, 13 maggio 2000).

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