I due marò scrivono a mons. Pelvi: «Ci manca la forza ma continuiamo a credere»

L’Ordinariato militare inaugura l’anno della fede nel segno dei militari ingiustamente trattenuti in India: sono la testimonianza della via italiana alla democrazia

Non c’è solo la Ferrari a sostenere i marò italiani detenuti in India. Anche l’Ordinariato militare, che martedì scorso ha inaugurato l’anno della fede, ha voluto dimostrare la sua vicinanza e affetto ai due ragazzi che sono ingiustamente trattenuti dal governo indiano. E per farlo, monsignor Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario militare per l’Italia, ha deciso di inviare loro la prima copia della Lettera pastorale per l’anno della fede scritta proprio dall’Ordinariato.

UN LEGAME PROFONDO. «Abbiamo inviato la prima copia della Lettera ai due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – ha detto monsignor Pelvi intervistato da Radio Vaticana – perché sono due giovani trattenuti con i quali abbiamo un legame profondo». «I nostri militari hanno nel cuore il Signore Gesù – ha continuato Pelvi – accostare questi fratelli con le stellette significa trovare una via per conoscere Gesù».

SPERANDO CONTRO OGNI SPERANZA. «Vogliamo continuare a credere in Gesù – hanno scritto Latorre e Girone rispondendo a monsignor Pelvi – Ci manca la forza, però con un pizzico di serenità non vogliamo demordere. Veniamo ingiustamente trattenuti, ma noi due preghiamo insieme perché Dio faccia sì che il mondo ami i bambini e ami coloro che sono nel dolore».

L’INTELLIGENZA DELLA FEDE. «Mi pare – ha proseguito monsignor Pelvi – che questa sia veramente una testimonianza che mostra come la fede sia nutrita dalla carità, e chi ama veramente esprime la sua fede». Sulle missioni di pace all’estero, l’arcivescovo Pelvi ha sottolineato come «i nostri militari portano la democrazia in maniera originalissima perché non la impongono, ma la seminano con la loro umanità, stando gli uni accanto agli altri, insieme a persone che non conoscono e a queste persone, danno il tono, lo stile dell’accoglienza, del dialogo, dell’amicizia, dell’affetto».

UN’UMANITA’ CONTAGIOSA. «Direi – ha spiegato Pelvi – che la via italiana per portare la democrazia in terre disagiate è il ‘contagio’ dell’umanità: i nostri militari contagiano, per cui la democrazia in un certo modo non si esporta ma si ‘infetta’ con la testimonianza di vita, di vicinanza, di affetto dei nostri soldati a persone dimenticate, trascurate, che hanno bisogno di un sorriso e di un sorso d’acqua».