L’eroe sdentato dell’hockey che ha fatto riscoprire il patriottismo agli americani
Qualcuno offra una (altra) birra a Jack Hughes, giocatore della Nazionale di hockey degli Stati Uniti e dei New Jersey Devils che domenica pomeriggio, nell’ultimo attimo dell’ultimo atto dell’ultimo giorno delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, ha ricordato al mondo che si possono girare tutti i film più emozionanti e verosimili sullo sport, ma non c’è film più grandioso dell’atto sportivo in sé. A immaginarla prima, una finale come quella per l’oro tra Stati Uniti e Canada, non sarebbe venuta fuori così. E poco importa se noi, disabituati a questo gioco, perdiamo di vista continuamente il dischetto, e ci chiediamo come sia possibile che, mentre discutiamo indignati delle simulazioni di Bastoni e Cheddira, sul ghiaccio di casa nostra ci sia una rissa al minuto con botte, spintoni e mazzate sui denti.
«Orgoglioso di essere americano»
Già, i denti. Jack Hughes ne ha persi almeno un paio domenica pomeriggio, colpito col bastone alto dal canadese Sam Bennett sul finale del terzo tempo, il risultato in bilico sull’1-1. Con «il volto sanguinante come una zucca di Halloween», ha scritto The Athletic, Hughes ha guardato in basso, visto i suoi denti sul ghiaccio, alzato le spalle e continuato a giocare, si è preso anche lui una penalità per avere colpito un avversario con il bastone alto, è uscito sperando che gli Usa non prendessero gol proprio in quel momento, è rientrato e ha scagliato in porta il dischetto della vittoria ai supplementari, ammutolendo la maggioranza del pubblico che affollava l’arena milanese e tifava Canada.

Sdentato e felice, Hughes è riemerso dall’abbraccio di tutti i suoi compagni di squadra per dire ai giornalisti che il merito della vittoria è del loro portiere, e che «ora si tratta solo del nostro paese. Amo gli Stati Uniti. Amo i miei compagni di squadra. È incredibile. La fratellanza nell’hockey statunitense è così forte… Sono così orgoglioso di essere americano oggi».
Nessun inginocchiamento prepartita, nessun messaggio politico, nessuna spilla o fascia arcobaleno indossate in campo, neppure un cappellino Maga, solo la bandiera a stelle e strisce sulle spalle e una birra in mano mentre coi pattini Hughes continuava a festeggiare sul ghiaccio milanese. Roba che nello sport sempre più politicizzato non si vedeva e sentiva da tempo. «Pensate: un’espressione di sfacciato patriottismo da parte di un atleta americano», si è stupito il Wall Street Journal che, per dare l’idea della portata di questa vittoria, titolava il suo editoriale “Jack Hughes for president”.
Quasi come il “miracle on ice”
C’è un po’ di retorica in tutto questo, ma si può dire che serviva una vittoria contro il Canada per far riscoprire a molti americani che è bello essere americani. «L’orgoglio nazionale non è sempre una cosa brutta», ammette il non certamente trumpiano New Yorker, e tutti ricordano l’ultimo oro olimpico prima di questo, 46 anni fa contro l’Unione Sovietica con una squadra di non professionisti. Si parlava prima di cinema non per caso, dato che quella vittoria, il miracle on ice, è diventata un film, e quella delle Olimpiadi milanesi promette altrettanto bene.
C’è chi ironizza sul fatto che con questo trionfo «continua la tradizione di battere paesi comunisti a hockey», e lo scambio su X tra l’ex premier canadese Justin Trudeau e la Casa Bianca dice quanto la supremazia sul ghiaccio conti quasi quanto un’annessione, ma anche se in questo caso non si può parlare di miracolo è una storia «da ricordare per sempre» (ancora il Wsj): c’è il ribaltamento del pronostico, la vittoria soffertissima al golden gol, c’è Hughes che arrivava ai Giochi come un rincalzo o quasi, c’è anche la vittoria della squadra femminile sempre contro il Canada.
Jack Hughes for president
Hughes for president, insomma, e viva la sua birra bevuta senza denti, viva suo fratello e compagno di squadra in Nazionale Quinn che ripete «Jack è un animale, ama la pressione e il gioco, ma non riesco ancora a crederci», viva la dedica all’ex compagno morto un anno fa in un incidente, Johnny Gaudreau, i cui due figli piccoli sono stati portati in campo per la foto finale dai giocatori.
Una vittoria che i media americani già raccontano come epica e da tramandare ai nipoti – mentre la telefonata di Trump alla squadra che festeggiava negli spogliatoi ed esultava con lui è già diventata un caso per una battuta del presidente sulla squadra femminile da invitare alla Casa Bianca «se no rischio l’impeachment» – ed è già un meme l’immagine del direttore dell’Fbi Kash Patel che esulta con i giocatori dopo la partita. Per una volta tutti sono d’accordo a parlare di “orgoglio Usa”, finalmente senza distinguo o proteste. Ci voleva il colpo a sorpresa di uno sdentato.

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