Harry Wu

Vent’anni come una bestia nei gulag di Mao Zedong. Fame, botte, umiliazioni. E i compagni che diventano spie. Parla l’autore del libro che ha svelato al mondo l’arcipelago laogai

«Nessuno nella stanza mostrò interesse alla morte di Chen. Per la prima volta da settimane, cominciai a pensare. Prima pensai a Chen Ming. Mi aveva raccontato i suoi sogni, ma erano passati, la sua vita era finita, lui se n’era andato. Era morto per qualcosa che aveva senso? A quanto pareva, era possibile distruggere un essere umano così facilmente, come un sottile foglio di carta, come una candela spenta. Le autorità potevano dire quello che volevano su Chen Ming, che era un criminale, un pensatore reazionario, un indesiderabile. Il mondo intero poteva accusarlo, ma al mio amico ormai non sarebbe successo più nulla. Non avrebbe subìto più insulti né dolore. Niente poteva sfiorarlo. Era in pace. Cominciai a pensare a me. Che valore aveva la mia vita? Che cosa significava? Perché continuava? Perché, pensavo, volevo sopravvivere? Perché resistevo? Continuavo a vivere per la mia ragazza o per la mia famiglia, per diventare un professore o per giocare a baseball? Fare del mio meglio o del mio peggio non significava comunque nulla. Prima di domani poteva essere tutto finito. Tornai a sdraiarmi e mi avvolsi nella coperta. Non avevo risposte. Se il giorno dopo morivo come Chen Ming, pensavo, la mia vita non sarebbe valsa a nulla. Ma in qualche modo non volevo cedere, non volevo arrendermi. Qualcosa dentro di me gridava, dov’è il mio Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Benedicimi. Poi la mia mente si svuotò. E il resto della notte dormii in pace».
L’uomo che ha scritto queste parole ha trascorso 19 anni nei laogai, i lager comunisti cinesi istituiti da Mao Zedong per “riformare attraverso il lavoro” i nemici della Rivoluzione. Ed è proprio grazie a lui che dei laogai si è cominciato a parlare nel mondo e che la parola ha fatto il suo ingresso nei dizionari delle principali lingue del pianeta, così come grazie ad Aleksandr Solzenicyn la parola “gulag” è diventata di uso comune a livello internazionale. Al grande russo e al suo Arcipelago Gulag lo accostò il Los Angeles Times quando Bitter Winds, il libro dalla cui edizione italiana è tratto il passo sopra citato, apparve nel 1994. La New York Times Book Review lo proclamò “libro dell’anno”. Harry Wu è uno dei protagonisti della storia contemporanea. In tutto il mondo, tranne che in Italia. Da noi Bitter Winds, il suo libro più importante, è stato tradotto e pubblicato (da San Paolo) solo tre settimane fa col titolo Controrivoluzionario. L’autore è venuto dagli Stati Uniti a presentarlo (a Milano), ma nessun grande giornale lo ha intervistato o ha partecipato alla presentazione: né il Corriere della Sera, né Repubblica, né l’Espresso, né Panorama. Anche l’altra opera miliare di Harry Wu, Laogai. The Chinese Gulag, è uscita in Italia con quattordici anni di ritardo, pubblicato nel 2006 sotto il titolo Laogai. I gulag di Mao Zedong. Quando Wu venne a presentarlo a Roma, nel marzo di quello stesso anno, accadde quello che non era mai successo in nessun paese del mondo: gli organizzatori vennero aggrediti, Harry Wu dovette darsi alla fuga e la presentazione non si poté tenere. Autori della prodezza, i militanti del Centro sociale di via dei Volsci.
Cosa c’è di tanto osceno e reazionario nei libri di Harry Wu da meritargli l’ostracismo dell’intelligentsia italiana e l’intolleranza muscolare delle Guardie Rosse all’amatriciana? Semplicemente la denuncia degli orrori del maoismo dalla bocca di uno dei 50 milioni di cinesi che dall’avvento del regime comunista (1949) a oggi sono passati attraverso il tritacarne del suo sistema concentrazionario. «Non sono un eroe, sono un sopravvissuto e un testimone», dice di sé Wu. «Sono un uomo che ha sfidato il sistema comunista ed è rimasto in piedi. Invece il comunismo cinese cadrà, com’è caduto in Russia».

Un braccio rotto per “I miserabili”
Figlio di una famiglia agiata di Shanghai, Harry Wu si trasferisce a Pechino per studiare geologia all’università. Cerca di sottrarsi alle riunioni di formazione politica, temendo che gli venga rinfacciata la sua origine borghese. Viene convinto a esporsi nell’ambito della Campagna dei Cento Fiori, allorché Mao invita i cinesi a formulare liberamente le loro critiche. Due anni dopo, quando il Partito comunista promuove la Campagna contro gli elementi di destra controrivoluzionari, le sue parole vengono usate contro di lui. Cerca di organizzare la fuga dalla Cina con alcuni compagni di studio, ma viene arrestato e inviato senza processo in un campo di lavoro. La prigionia durerà ben 19 durissimi anni, durante i quali viene trasferito più volte: dalle montagne alla pianura, da una fattoria a una miniera. Sfiorerà la morte almeno in tre occasioni: nel 1961, quando la carestia provocata dal fallimento del Grande Balzo in avanti falcia le file dei prigionieri; nel 1965, quando cerca di rivolgersi alle autorità centrali per avere la revisione della pena e viene gettato in cella d’isolamento senza cibo né acqua per giorni; nel 1975, quando viene travolto da un carrello dentro la miniera dove lavorava. Ma le pagine più sconvolgenti del libro sono quelle in cui sono raccontate le “sessioni di lotta” all’interno dei lager: quando un prigioniero veniva accusato di una mancanza, spesso in forza di una spiata di un compagno di pena, gli altri sventurati partecipavano con entusiasmo alla sua umiliazione e al suo pestaggio per acquistare meriti agli occhi dei carcerieri. Allo stesso Wu un detenuto spezza un braccio con un colpo di badile quando viene sottoposto a una seduta di punizione per aver tenuto nascosta per anni una copia de I miserabili. Ugualmente agghiaccianti le risse, gli agguati e le violenze con cui i detenuti si contendono lo scarso cibo disponibile. La narrazione di questi eventi è assolutamente antieroica. Quando si chiede a Wu che cosa lo ha aiutato a resistere, se la fede in Dio oppure l’amore per la libertà o per la vita, risponde con brutale sincerità: «Nessuna di queste cose. Ho passato i primi tre anni a piangere, mentre le guardie mi umiliavano e i compagni mi derubavano. Poi ho cominciato a rubare anch’io, a pensare soltanto a sopravvivere. Sono sopravvissuto perché mi sono trasformato in una bestia».

La miseria dei servi del Partito
In realtà i comportamenti bestiali di Wu e di altri prigionieri si intrecciano con gesti di umana solidarietà e con atti di sacrificio che commuovono e bilanciano il ribrezzo per i tradimenti, l’indifferenza all’umana sofferenza, l’egoismo che dominano in tante pagine. E la mansuetudine che egli mostra di fronte ai singoli responsabili delle sue sciagure meraviglia. Quando gli si chiede se ha mai provato odio per delatori e carcerieri, se ha mai pensato a vendicarsi, risponde: «No, mai. Dopo il mio rilascio sono tornato a visitare gli ex studenti universitari che mi avevano denunciato. Li ho trovati invecchiati, deboli, senza potere. Mi hanno fatto compassione. Sono stati usati dal Partito comunista. L’unica vendetta che desidero è la fine del sistema comunista in Cina».
Liberato nel 1979 grazie all’esaurimento del maoismo, Wu si è legalmente trasferito negli Stati Uniti nel 1985. Ha pensato di mettere una pietra sul passato, di approfittare della libertà per rifarsi una vita, ma dopo la repressione di piazza Tian An Men nel 1989 qualcosa è scattato dentro di lui. Dall’ignavia è passato all’audacia. Non solo ha cominciato a scrivere libri sui laogai e sulla sua personale odissea, ma è tornato segretamente in Cina nel 1991 per filmare i campi di lavoro e raccogliere informazioni su di essi. Subito dopo ha testimoniato davanti al Congresso. Sfortunata la spedizione del 1995, allorché fu immediatamente arrestato e condannato a 15 anni di prigione per spionaggio. «Mi ha salvato il passaporto americano», racconta. «Dopo 66 giorni sono stato rilasciato ed espulso».
«I campi di oggi sono meno inospitali di quelli in cui ho lavorato io», spiega. «Ma svolgono la stessa funzione di allora: intimidire la popolazione per evitare che sorga il dissenso, produrre beni materiali. Sono al servizio di un sistema totalitario». L’efficacia repressiva del sistema risalta in maniera sconvolgente nelle pagine di Controrivoluzionario: le Campagne di lotta ideologica decise da Mao non hanno per obiettivo di individuare nemici reali della Rivoluzione, ma di intimidire il popolo e produrre un conformismo assoluto. Gli “elementi di destra”, i “reazionari”, i “controrivoluzionari” che in tutti gli ambiti della società vengono individuati, denunciati e puniti ogni volta che il regime decide una campagna ideologica non sono veri avversari, ma vittime sacrificali. Per non essere sospettati di deviazionismo, i dirigenti di Partito responsabili delle università, delle fabbriche, delle campagne eccetera sacrificano alcuni disgraziati per dimostrare la propria efficienza e fedeltà. Le vittime sono rigettate dagli amici e dai familiari (ancora oggi gli stessi fratelli e sorelle di Harry Wu lo rinnegano), timorosi di avere la vita rovinata dalla parentela col reprobo. E gli arrestati, per poter sperare di essere un giorno liberati, si autoaccusano all’infinito di interrogatorio in seduta politica. «Non dovete meravigliarvi, questa è la Cina anche oggi. Nessuno dice quello che pensa veramente, tutti dicono quello che il Partito pretende che dicano, per evitare di essere accusati di tradimento. Oggi c’è libertà di arricchirsi, ma solo se si accetta di approvare a parole tutto quello che fa il Partito».

«Ora la mia vita ha un senso»
Gli dispiace che i Giochi olimpici siano stati assegnati a Pechino. «I Giochi rafforzeranno il regime. Mi dicono: ci saranno 5 mila giornalisti che potranno scrivere di tutto. Ma non potranno parlare coi cinesi, perché ogni contatto non autorizzato con uno straniero può essere punito con l’accusa di spionaggio, tradimento, rivelazione di segreti di Stato». Gli chiediamo se prova ancora quel senso di vuoto circa il senso della sua vita che lo assaliva nei momenti più difficili della prigionia. «No. Ho vissuto una vita piena di senso e, come diciamo noi cinesi, posso morire con gli occhi chiusi. Il senso della mia vita è stato far conoscere in tutto il mondo cosa sono i laogai e far entrare la parola nei dizionari di tutte le lingue del mondo. Ci sono riuscito: la parola laogai è entrata nei dizionari della lingua inglese, e da lì passerà in tutti gli altri. Ho 70 anni, la mia vita volge al termine, ma muoio felice». Dice così, ma un velo di tristezza attraversa il suo sguardo: pensa al padre morto in povertà, anche lui perseguitato fino alla fine; pensa alla matrigna che lo amò come una madre, e che dopo il suo arrestò si suicidò per non doverlo rinnegare come invece fecero i fratelli; pensa al fratello minore Maodao, ucciso dalla polizia. Autografa il libro, stringe la mano e si alza.