Perché un colpo di grazia al regime degli ayatollah potrebbe fruttare moltissimo al premier israeliano in vista delle prossime elezioni. Ma rischia di costargli tutto nei rapporti con l’indispensabile alleato americano
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (a destra) a Gerusalemme con il segretario di Stato americano Marco Rubio, 23 ottobre 2025 (foto Ansa)
È dal 1992, da quando era un semplice deputato della Knesset, il Parlamento monocamerale israeliano, che Benjamin Netanyahu sostiene che l’Iran è una minaccia (nucleare) esistenziale per lo Stato ebraico e che va «sradicata da un fronte internazionale guidato dagli Stati Uniti». E poiché l’attuale premier ha governato Israele per 18 degli ultimi 30 anni, non stupisce che secondo i sondaggi oltre il 90 per cento degli ebrei israeliani fosse favorevole ad aprire nuovamente, dopo la guerra dei 12 giorni del giugno scorso, un fronte contro l’Iran.
Ma Netanyahu, se è vero quanto riportato dal New York Times, era stato convinto dal Mossad che i bombardamenti israelo-americani e l’uccisione del leader della Repubblica islamica Ali Khamenei avrebbero spinto la popolazione a scendere in piazza e a rovesciare il regime degli ayatollah. A quel punto il premier avrebbe potuto indire elezioni anticipate e portare il paese alle urne a giugno invece che a ottobre, utilizzando per la campagna elettor...
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