Gli «altri prelati» in piazza San Pietro hanno una fretta che nun ze pò vedé

«Seduta sul gradone» della basilica vaticana, la cronista del Fatto osserva «oscuri presagi dei giorni di fine impero». Barboni che dormono nelle fioriere e preti che «non guardano nessuno»

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Il Correttore di bozze ieri mattina sfogliando il Fatto quotidiano si è imbattuto in un titolo ed è rimasto paralizzato. “Piazza San Pietro, i barboni e gli alti prelati che guardano altrove”. Impossibile, si è detto il cialtronazzo, non ci credo, non può essere. Qualcuno, ahilui, gli aveva rubato l’idea della vita: svergognare i vescovoni e i cardinaloni che fanno tante prediche e dicono fate i bravi ma poi si scopre che sono ricchi e se ne fregano dei poveri.

Erano anni, lustri, decenni che il Correttore di bozze meditava su questa intuizione assolutamente inedita nel panorama del giornalismo internazionale. Pazienza. Tanto di cappello all’ottima Veronica Tomassini che ha realizzato questa scomoda inchiesta prima di lui.

Cercate di non fermarvi al titolo, per favore, perché qui non siamo mica davanti a una facile denunzia, ma a una vera e propria rivoluzione, un autentico capolavoro di reportage. Il pezzo è giustamente accompagnato sulla destra dal caratteristico boxino “informativo” che i quotidiani seri spesso propongono ai lettori per aiutarli nella comprensione, soprattutto quando, come nel nostro caso, ci sono in ballo tanti dati, nomi, numeri. Fatti, non pugnette. Titolo del boxino: “Roma”. Dice il boxino: «Nell’anno del Giubileo i barboni continuano a dormire e a vivacchiare sotto i portici di piazza San Pietro» mentre i «sacerdoti e alti prelati che passano, tutti molto indaffarati, non si curano di ubriachi e mendicanti». E qui il Correttore di bozze è già morto di invidia.

Capite bene che si tratta di roba rovente. Cose mai dette prima. Materia da terremotare il Palazzo, da farlo crollare con tutta la sua corruzione e le sue sconce ingerenze vaticane. Un articolo da leggere a voce alta, con tono compunto ma non privo della giusta venatura di collera, qualche punta di disperazione profetica e un pizzico della raucedine tipica delle invettive dopo il bianchino al bar.

«Seduta sul gradone in piazza San Pietro», che poi è la peculiare postura del cronista da battaglia, la Tomassini dice che «vorrei sentirmi nel centro della cristianità». È l’attacco del pezzo. Avete colto il sagace artificio retorico? In caso contrario, vi aiuta il Correttore di bozze. Il senso è: i preti sono ladri e puzzoni. E infatti, continua l’acuta osservatrice dal suo punto di visto privilegiato (il temuto gradone), «quel che accade intorno mi restituisce il presagio oscuro dei giorni di fine impero». Mioddìo, e che d’è? Cose pazzesche. «Intorno – nota Veronica – vedo solo i mercanti del tempio», che del resto sono facilmente riconoscibili dalla pettorina con su scritto “mercante del tempio”. Ma questo è nulla perché intorno a Veronica c’è anche «il caos» che «parla tutte le lingue», e dunque «mi chiedo chi parla la lingua di Dio». Domanda incomprensibile, risposta ovvia: nessuno in piazza San Pietro parla la lingua di Dio, poiché «chi dovrebbe», e cioè i dannati preti di cui sopra, «va molto di fretta».

Ahia, la fretta.

Adesso non state lì a fare embè, lo sanno tutti che la fretta è il classico «presagio oscuro dei giorni di fine impero».

Infatti a questo punto comincia il diluvio. Rosica pure, Correttore di bozze, tanto il Fatto quotidiano non si fermerà. Ed ecco che la Tomassini, implacabile, rovescia su questi depravatissimi chierici di fine impero una pioggia devastante di accuse. Non accuse a capocchia. Denunce puntuali, circostanziate, sostenute da solidi elementi probatori. Per esempio: mentre «sotto i portici rotolano o dormono i barboni», nei pressi del famoso gradone «i prelati sono sfuggenti, ispirano severità e distacco». Eccome se ne ispirano. Ancora: la signora sul gradone individua «uomini che dormono nelle fioriere in prossimità del Vaticano» eppure ci sono «i principi della Chiesa che non guardano nessuno, che tirano dritto».

E non è finita, anzi. In giro ci sono i poveri «nauseabondi» e «deformi», mentre i soliti «prelati», anziché fermarsi a fare del bene, appaiono «ligi» (ligi?) e «attraversano lo slargo di fretta, casomai». Ahia, di nuovo la fretta. Due indizi fanno quasi una prova. Ma prova de che? Di questo: «Sono molto severi, hanno faccende importanti da sbrigare». Che in effetti è un’accusa anche piuttosto grave, per un «prelato», ancorché «ligio». Meglio stemperare: non è detto che le abbiano davvero, tutte ‘ste faccende, i ligi prelati, però almeno un poco «restituiscono questa esatta impressione». Pazzesco, non trovate anche voi?

Ma non è che al Fatto ti infilzano così, senza uno straccio di conferma fattuale. Se ti inchiodano è perché hanno gli elementi. Per dire. Questi cafoni di prelati «hanno borse lucide e di pelle a tracolla o in mano». Le borse lucide, capite? E per giunta «sono impeccabili» (come si permettono?). Ma soprattutto, sentite qua, «non guardano nessuno», e non lo fanno perché – attenzione – «vanno di fretta». Proprio così. V-a-n-n-o-d-i-f-r-e-t-t-a, ‘sti bastardi.

Ma dico io. Preti del menga, non la vedete la signora sul gradone? E dài, fatele almeno ciao ciao con la manina ingioiellata. Ha ragione la gradona, non siete altro che maledetti «evangelizzatori, abituati alla miseria, ai postulanti, ai mercanti nel tempio, alla narrazione del dolore da gadget». Qualunque cosa ciò significhi.

Comunque. Il Correttore di bozze, talmente ammirato da risultare inebetito, vorrebbe riportarlo e sviscerarlo tutto, questo articolo capolavoro, ma non vuole privare i lettori del gusto di abbeverarsi direttamente alla fonte dell’eterna indignazione. Di seguito aggiungerà solo tre sciocche osservazioni che ovviamente appaiono davvero inutili dinanzi a cotanta perfetta filippica.

Dunque, per prima cosa, signora Tomassini, lei, giustamente avvilita da tutta questa intollerabile fretta prelatesca, scrive: «Fermatevi, gli vorrei urlare, nel mio bizzarro modo di sapermi cristiana. Non si ferma mai nessuno». E poi aggiunge: «Ai giovani del centro di preghiera che non vedono gli uomini nelle fioriere vorrei chiedere: perché? Almeno per loro la domanda sarà pure un sussulto». Epperò «non domando niente». Ebbene, fermo restando il diritto di ogni cronista di disprezzare qualunque prelato e/o giovane del centro di preghiera che gli si pari davanti, specie se munito di borsa lucida, ecco, magari però qualche domanda avrebbe pure potuto fargliela per davvero. Anche di fretta, casomai.

Due. Come ricorda correttamente al Correttore di bozze il suo vicino di scrivania (oh, come siamo attenti al prossimo in questo covo di mercanti del tempio), nella celebre parabola del buon samaritano, a dare una mano allo sventurato mezzo ammazzato di botte e ridotto a barbone sul ciglio della strada non è mica un sacerdote (leggi: un prelato), è invece appunto un samaritano (leggi: uno qualunque, chessò, un giornalista). Perciò la prossima volta, cara Veronica, anziché starsene lì a contare i poracci che dormono nelle fioriere e a fare le prediche ai prelati, potrebbe anche tentare di alzare il culone dal gradone e dare una manona in prima persona. Avrà mica anche lei troppe faccende importanti da sbrigare.

Tre. Alla fine lei racconta: «Trovo la ragione della spiritualità nella chiesa della Divina Misericordia, è sempre e solo un fatto personale, un viaggio alla volta di Dio. Si compie lì. Però fuori inciampo nella rom, vecchia e grassa, seduta sul primo gradino del sagrato. Sta sempre nello stesso posto». Eccetera. Insomma, a parte l’aggettivazione velatamente sessista appioppata alla povera zingara diversamente gnocca, è proprio lei, gentile signora Tomassini, a notare che quella donna, così come i tizi nelle fioriere, alla fine sempre lì stanno. Intorno alla chiesa, o a piazza San Pietro. Ha mai provato a chiedersi perché invece non si sono accampati tutti quanti sotto la redazione del suo giornale così pieno di misericordia? Mejo la fretta del prelato che ‘na denuncia per vagabondaggio, no?

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