Salviamo la giustizia prima che la distruggano i casi Ilva e Amanda Knox

Bene i referendum proposti dai radicali, ma poi servono riforme che depoliticizzino la magistratura

Le cronache mostrano spietatamente la crisi del nostro sistema giudiziario, punta centrale del più ampio sbandamento dello Stato particolarmente in atto nel dopo ’92. Certo a colpire l’attenzione sono i processi politicizzati della magistratura combattente al Nord come nelle isole. Fanno impressione requisitorie che ricordano le difese dei grandi avvocati tromboni: tutte allusioni, deduzioni, appelli all’opinione pubblica, alla morale e niente fredda analisi dei fatti, cioè il pane di un’accusa responsabile. Ma ormai la questione non riguarda più solo le avanguardie combattenti, vi sono i mille protagonismi che spesso (come i grillini che hanno svuotato i travaglismi-ingroismi nelle recenti politiche) sostituiscono alla persecuzione politica diventata noiosa una vivace neo-ondata di ecologismo, mirata al cuore dell’industria così da preparare la decrescita felice auspicata dalla protesta più trendy.

Certamente non vanno difesi i singoli reati, le omissioni, le tragiche colpe incistate anche nel nostro sistema industriale. Ma è lo stile che trasforma opportune inchieste giudiziarie in riti persecutori senza quasi più diritto. Quando da una sede all’altra ci si appella a sentenze dichiarandole esemplari, quello che si persegue non è più una strategia penale che restauri la legalità, ma una caccia ai “capri” per acquisire consenso. E intanto si fa a pezzi lo Stato perché non c’è più alcuna leale collaborazione tra i suoi diversi comparti: il pm scegliendosi i “suoi” periti, mettendo sotto intercettazione chiunque lo ostacoli, coltivando le proprie fonti giornalistiche, non rappresenta più un’accusa esercitata nel nome del popolo sovrano bensì un contropotere angelico sceso sulla terra per riportare un ordine di cui solo lui – non quei cialtroni degli elettori e tanto meno i loro rappresentanti – intende l’armonia.

In questo contesto la parte della sinistra togata composta da uomini adusi al pensiero razionale, che tra giacobinismi, gramscismi e sessantottismo ha innescato questa deriva, si rende conto oggi con onestà di un – sia pur relativo – fallimento programmatico. Però ricostruire un nuovo ordine dopo avere forzato quello vecchio in modo estremistico e avere fatto uscire dalla bottiglia i demoni del protagonismo più irrazionale (nonché avere fornito grazie a questa “follia”, che come tutte ha un suo metodo, a vari sistemi di influenza – innanzitutto stranieri – le chiavi per condizionare una nazione “strategica”), non è semplice. Anche perché oltre ai combattenti, ai neoprotagonisti similgrillini, il corpaccione togato anche nelle componenti più responsabili teme che improvvise ondate di delegittimazione creino disordini non più gestibili. Mentre l’anima più corporativa – spesso niente affatto estremistica – è preoccupata che si mettano in discussione le condizioni comode per potere, ampia irresponsabilità, reddito, bassi carichi di lavoro consolidate in questo ventennio.

Bene i referendum radicali ma non bastano
Chi ha veri intenti riformistici e non si propone solo proteste radicalizzate deve comprendere le condizioni concrete nelle quali le scelte di ristrutturazione dell’ordine giudiziario possono essere assunte. Vanno quindi tenuti in grande conto gli spazi che le toghe di sinistra pentite offrono. Vanno considerate le paure di delegittimazione di un ordine che resta fondamentale per la vita civile e per una democrazia funzionante, vanno curate le tensioni corporative per superarle senza pericolose rotture. Ma insieme vanno avvertiti tutti (pentiti, cauti e poltroni) che la situazione ha raggiunto un punto quasi di rottura. Questo emerge con chiarezza non solo (e in qualche misura non tanto) dai processi finalizzati a giochi di potere o di influenza, ma anche da quelli meno legati alla politica, per esempio dai grandi processi di cronaca nera. Prendiamo due casi, Perugia e Amanda Knox e Garlasco e Alberto Stasi: le spettacolarizzazioni della pubblica accusa, l’imbarazzo di una polizia giudiziaria non più sufficientemente autonoma, il principio di innocenza in caso di ragionevole dubbio, tutte le coordinate di un moderno ordine giudiziario, vengono messe sotto inaudita pressione. In questo senso la parte più responsabile della magistratura dovrebbe avere piena consapevolezza che un processo di delegittimazione generale oggi può più facilmente e improvvisamente derivare da una mancata riforma che da una che per qualche verso non potrà non essere “profonda”.

Cari amici sostengono con ragione i referendum che la da sempre garantista pattuglia radicale sta apprestando (particolarmente encomiabile quello sulla separazione delle carriere di pm e giudici). Benissimo. Però le riforme non si fanno solo (e neanche prevalentemente) con i referendum, richiedono un pensiero solido e articolato che colleghi depoliticizzazione e decorporativizzazione della magistratura pure a strategie per far avanzare la legalità nel nostro Stato. E i pensieri, come diceva don Benedetto, non sono caciocavalli appesi di cui approfittare, vanno “pensati”.