Giustizia. Quella di Di Maio non è una svolta ma una capriola

Chiose a margine della lettera del ministro degli Esteri al Foglio dopo il caso Uggetti. Una mossa per contendere a Conte la leadership del M5s

Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, e Luigi Di Maio, M5s
Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, e Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, M5s

Delle scuse sorprendenti che sembrano rovesciare l’impostazione manettara e forcaiola del Movimento 5 stelle. La lettera di Luigi Di Maio a Il Foglio, con cui chiede scusa all’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti per il processo mediatico organizzato nel 2016, è un fulmine a ciel sereno che ha spiazzato molti commentatori. D’altronde i toni del ministro degli esteri sono moderati e i contenuti ragionevoli.

Di Maio si pente per «l’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale» e riconosce che «una cosa è la legittima richiesta politica, altro è l’imbarbarimento del dibattito, associato ai temi giudiziari». Ammette anche le proprie colpe e si scusa:

«Anche io contribuii ad alzare i toni e a esacerbare il clima. Sul caso Uggetti fu lanciata una campagna social molto dura a cui si aggiunse il presidio in piazza, con tanto di accuse alla giunta di nascondere altre irregolarità […]. È giusto che in questa sede io esprima le mie scuse all’ex sindaco di Lodi e rivolga a lui e alla sua famiglia i migliori auguri per l’esito di un caso giudiziario nel quale il dottor Uggetti, con forza, tenacia e dolore è riuscito dopo anni a dimostrare la sua innocenza».

“Cieco” garantismo?

La lettera, a una prima lettura, sembrerebbe porre le basi per una svolta garantista grazie al superamento del tradizionale manettarismo e giustizialismo dei grillini. In realtà, da un’analisi più attenta, si può notare che la lettera è molto più complessa di quel che appare e presenta delle interessanti ambiguità che rivelano la strumentalità delle scuse di Di Maio.

Un passaggio è particolarmente illuminante. Il ministro degli Esteri sostiene infatti che «la cosiddetta questione morale non può essere sacrificata sull’altare di un “cieco” garantismo». Il cieco garantismo è una spia linguistica che svela la natura manipolatoria della svolta esaltata da non pochi commentatori negli ultimi giorni.

Perché il garantismo è il riconoscimento delle garanzie dell’imputato. Più precisamente, secondo la Treccani, «è l’osservanza delle garanzie giuridiche nello svolgimento delle indagini e dei processi penali, al fine di tutelare adeguatamente il diritto di difesa e di libertà dell’imputato in ogni stato e grado del procedimento».

Di Maio “pentito”

L’aggettivo «cieco» nega tali garanzie e rende possibile la gogna e tutte le storture che Di Maio denuncia. In altre parole, se è il garantismo è cieco, e viene rifiutato in quanto incapace di osservare con equilibrio la realtà, allora i processi sommari e via social sono legittimi, perché all’imputato non sono riconosciuti del tutto i suoi diritti. Di conseguenza viene meno la presunzione di non colpevolezza, costituzionalmente garantita, e qualunque indagato può essere trasformato in un presunto colpevole e può essere oggetto di una giustizia sommaria e mediatica. Proprio come accadde con il caso Uggetti per il quale Di Maio sembra pentito.

Del resto, abbracciare il garantismo e riconoscere i diritti degli imputati avrebbe significato abbandonare i sacri princìpi del grillismo, fondato sulla lotta alla Casta e sullo scontro tra gente buona e politici cattivi, di cui la strumentalizzazione delle inchieste per scopi elettorali è parte cruciale. Una mutazione genetica impensabile per una forza politica in grande difficoltà.

Il M5s è sempre il M5s

Non è affatto casuale che qualche giorno prima delle scuse di Di Maio, sulle pagine social dei 5 stelle sia stato pubblicato un post in cui veniva presentato in modo non proprio pacato l’arresto del sindaco di Foggia:

«Il sindaco di #Foggia, il leghista Franco Landella è stato arrestato e si trova ai domiciliari con le accuse di Corruzione e tentata Concussione. Chissà perché capita sempre a loro. I cittadini meritano di meglio».

Toni tutt’altro che garantisti e distanti dal riconoscimento dei diritti di Landella.

La leadership di Conte

Alla luce di questo post e soprattutto del «cieco garantismo», l’impressione è che Di Maio abbia giocato la carta moderata per mettere in difficoltà Giuseppe Conte e per provare a contendergli la leadership del Movimento 5 stelle.

Peraltro, queste scuse sono state rivolte a un esponente del Pd, non certo a una figura del centrodestra linciata in passato. Un chiaro segnale che testimonia la necessità di trovare la quadra in vista delle amministrative e che dimostra il doppiopesismo con cui vengono affrontate le questioni giudiziarie. Più che una svolta o una conversione, quella di Di Maio è una scelta strumentale dettata da una strategia politica.

Foto Ansa