Chi ha votato “sì” per cambiare la giustizia deve ammettere la sconfitta e non illudersi che ci si potrà riprovare a breve. Ma anche chi ha detto “no” ha qualche problema pur avendo vinto: la partigianeria dell’Anm e il correntismo del Csm
Manifestazione a Roma per la vittoria del "no" al referendum per la riforma della giustizia, il 23 marzo 2026 (foto Ansa)
Il seguente saggio è stato scritto dal professore Nicolò Zanon, ordinario di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano e presidente del comitato nazionale Sì Riforma, per il substack “Lisander”, che è nato dalla collaborazione tra Tempi e l’Istituto Bruno Leoni. Iscriversi e seguire Lisander è facile e gratuito, è sufficiente cliccare qui.
Che ne è della giustizia e dell’ordinamento giudiziario, dopo l’esito del referendum del 22-23 marzo scorso? Che ne è – cosa ancor più importante – del sentimento generale che la politica e l’opinione pubblica – in una parola: lo “spirito dei tempi” – esibiscono ora su questi argomenti? Non è ovviamente facile, per chi ha perduto il referendum, essere obbiettivi, non farsi condizionare dalle proprie convinzioni, e lasciar da parte ogni tentazione polemica, ogni residua recriminazione, di quelle che tipicamente nutrono la psicologia degli sconfitti. Non è facile, ma è necessario, ed è quel che tenterò brevemente di fare qui. Co...
Contenuto riservato agli abbonati Digitale e Full
Digitale
Il quotidiano online + il mensile digitale
Full
Il quotidiano online + il mensile digitale e cartaceo