Il Paese dei Normali
Giorgio, giovane per decisione
Giorgio ha sessantasette anni e porta scarpe da ginnastica bianche che sembrano uscite da una pubblicità.
Parla veloce, usa parole che sente dire ai ragazzi. Dice “top”, “spacca”, “fratè” con una convinzione che fa sorridere anche lui.
Ordina gli stessi cocktail dei ventenni. Mojito, spritz, gin tonic con nomi complicati. Li beve piano, come se ogni sorso dovesse dimostrare qualcosa.
Qualcuno ride. Non con cattiveria, ma con quella tenerezza che si prova quando un uomo prova a restare dove il tempo lo sta già salutando.
Giorgio lo sa. Non è ingenuo.
Quando tutto sembrava possibile
Quando si siede al tavolo e qualcuno gli chiede com’era davvero la giovinezza, allora cambia tono.
Racconta la fine degli anni Settanta. Le radio libere, le notti che sembravano non finire mai, i concerti improvvisati, le amicizie nate senza appuntamento.
Parla di viaggi fatti con pochi soldi, di amori che duravano una stagione ma sembravano eterni.
I ragazzi smettono di ridere. Ascoltano.
Perché Giorgio racconta come si raccontano le cose che sono successe davvero.
La sua giovinezza non è il vestito che indossa adesso. È il fuoco che porta ancora dentro quando ricorda.
E per qualche minuto il tavolo diventa una macchina del tempo. Non perfetta, ma abbastanza forte da far vedere com’era il mondo quando tutto sembrava ancora possibile.
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