La preghiera del mattino di Lodovico Festa
Com’è difficile fare uscire la nostra economia dall’epoca della grande sottomissione
Su Startmag Fernando Soto scrive: «È, dunque, importante preservare quella che il ministro chiama la “biodiversità“ del sistema bancario, spiegando che “non credo potrà mai essere soppiantata quanto a valore aggiunto e funzione sociale dalla finanza decentralizzata o tramite l’uso di strumenti di intelligenza artificiale”, anche se proprio nel corso dell’assemblea dell’Abi il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha avuto parole di elogio per il ruolo che l’intelligenza artificiale può avere nell’analizzare il merito del credito, specie da parte delle banche non grandi. E senza entrare nel merito del risiko ha aggiunto: “Non guarda alla nazionalità dei banchieri ma solo alla loro capacita di rispondere a questa funzione”. Una stilettata che gli osservatori hanno inteso indirizzata indirettamente all’italiana Unicredit che ha lanciato un’Ops su Banco Bpm; un’operazione che ha di fatto scombussolato i piani attribuiti dalla stampa al Tesoro per la creazione di un terzo polo bancario tra Mps e Banco Bpm, qui la mossa di Mps (partecipata dal Tesoro) di lanciare un’Ops su Mediobanca. “Seguiamo con attenzione e preoccupazione i segnali di contrazione di credito alle imprese”, ha sottolineato il ministro precisando che oltre a una contrazione della domanda di prestiti ci sia anche “una rigidità dal lato dell’offerta del credito, specie per le imprese più piccole”. Potrebbero esserci rischi sul fronte del credito “se le banche sono troppo distanti dai territori dove queste imprese operano”».
In uno scenario internazionale tempestoso con due guerre in corso, con Russia e Cina mosse da una forte velleità egemonica ampiamente coordinata tra loro, con uno sciagurato Donald Trump che sostituisce l’iperprotagonismo alla politica estera ed è peraltro affiancato dall’isterico-frenetico microprotagonismo di Emmanuel Macron, con una Germania nostro principale partner economico in crisi, l’Italia galleggia un po’: non è tanto, ma in questo contesto è molto.
Giancarlo Giorgetti indica – nella citazione che riportiamo – uno dei nodi da sciogliere per una nuova fase di sviluppo: una spinta a far uscire il nostro sistema finanziario dalla fase post ’92 della nostra grande sottomissione, per migliorare così il sostegno alla piccola impresa sul territorio (elemento decisivo anche per il Mezzogiorno) e offrire anche un migliore supporto strategico alla grande impresa.
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Su Firstonline si scrive: «Imprese pubbliche in Borsa: quanto valgono? Al 1° luglio 2025, le 13 società del Mef quotate capitalizzavano in Borsa 263,5 miliardi di euro, il 28,5 per cento del peso dell’intero listino; il 19,1 per cento in più, pari a 42,2 miliardi, rispetto alla capitalizzazione di gennaio che era di 221,2 miliardi di euro. I dati emergono dall’ultimo Osservatorio del Centro studi CoMar. L’andamento azionario delle partecipate statali è superiore a quello complessivo della Borsa, il cui indice nel primo semestre è cresciuto del 13,9 per cento, passando da una capitalizzazione totale di 810,6 miliardi di euro al gennaio 2025 ad una di 923,7 miliardi di euro a inizio luglio, con un incremento di 113,1miliardi. Questo risultato è dovuto al trascinamento positivo soprattutto i Fincantieri, Leonardo, Poste Italiane, Italgas, Snam, Enel».
Anche in un sito così attento al libero mercato, non si può non registrare come le principali grandi imprese, che peraltro sostengono anche il nostro mercato finanziario, sono controllate dallo Stato. Il loro peso sarebbe anche maggiore per esempio nel comparto della siderurgia e in settori strategici dell’elettromeccanica pesante, se le inevitabili privatizzazioni degli anni Novanta si fossero fatte con la strategia proposta da quel genio economico-giuridico di Giuseppe Guarino, invece che con la regia del fragilissimo Carlo Azeglio Ciampi e dell’affarista Romano Prodi. Per fortuna agli inizi degli anni Duemila la coppia Giulio Tremonti–Giuseppe Guzzetti ha rimediato con la Cassa depositi e prestiti in parte agli errori degli anni Novanta, consentendo così molti dei risultati di cui scrive Firstonline.
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Su Scenari economici Fabio Lugano scrive: «Secondo quanto riportato da Bloomberg, Meta Platforms avrebbe acquisito una quota di quasi il 3 per cento di EssilorLuxottica (Eslx), il più grande produttore mondiale di occhiali e società madre di Ray-Ban e Oakley, con un accordo del valore di 3,5 miliardi di dollari. Fonti indicano che Meta potrebbe aumentare la sua partecipazione fino al 5 per cento nel corso del tempo».
Nonostante lo smantellamento della Mediobanca di Enrico Cuccia che garantiva la capitalizzazione della parte centrale dell’industria privata, alcune grandi imprese non pubbliche resistono e si internazionalizzano. Così la Luxottica di cui si scrive, così la Ferrero che acquista Wk Kellogg, preparandosi tra l’altro anche a qualche eventuale disastro provocato dalla politica dei dazi di Trump. È interessante osservare come le mosse industriali di Francesco Millari si intreccino a quelle finanziarie dell’erede spirituale di Lorenzo Del Vecchio, su Mediobanca e Generali, nella logica di ricostruire una finanza che sostenga lo sviluppo industriale.
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Su Ansa si scrive: «“Ci aspettiamo che Unicredit rinunci al tentativo di acquisizione: noi puntiamo ancora ad una Commerzbank autonoma”. Lo ha detto Lars Klingbeil, ministro delle Finanze tedesco, all’agenzia di stampa Dpa».
Da Ita all’industria degli armamenti, dall’esigenza di una ristrutturazione del sistema ferroviario al consolidamento dell’industria dell’auto e del suo indotto, sono molti gli intrecci d’interessi tra sistema Italia e sistema Germania, se Roma ci mettesse un po’ di testa forse certi nodi per un’operazione Unicredit-Commerzbank sarebbe ancora possibile scioglierli.
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