Giannino: vi spiego il boom dei Grillini

«La Seconda Repubblica come l’abbiamo conosciuta è fi-ni-ta. Ora è definitivamente sepolta, per inequivocabile segnale degli italiani».

Il ballottaggio delle amministrative ha confermato e amplificato il primo turno. Tutto potete pensare, tranne che rimanere stupiti se leggete – non ho detto “se condividete”, ma “se leggete” – quanto da mesi scrivo su queste colonne. Dopo le migliaia di lettere e le centinaia di telefonate che ho ricevuto a Radio24, non avevo dubbi. In sintesi estrema, e lasciando a ciascuno il diritto di spaccare il capello per cogliere questo o quel dato a mio giudizio più di contorno, siamo in presenza di tre macrofenomeni che cambiano il quadro della politica italiana. Nel senso che la Seconda Repubblica come l’abbiamo conosciuta è fi-ni-ta. Era già finita politicamente dopo una troppo lunga agonia che non ha fatto bene al paese, mentre l’euro si avviava a propria volta a diventare un Vietnam. Ma ora è definitivamente sepolta, per inequivocabile segnale degli italiani.

È finita innanzitutto perché il crinale Berlusconi sì/Berlusconi no che ha dominato dal 1994 viene archiviato e diventa materia per gli storici (di qui a un futuro medio-lungo, per il momento suggerirei di astenersi). Viene archiviato non nel senso – qualcuno nel vecchio centrodestra continuerà a pensarlo, povero lui – che Berlusconi non si è esposto alle amministrative mentre, se tornasse a battere un colpo alle politiche, allora sì che le cose tornerebbero come prima. Viene archiviato perché là dove i ballotaggi siano stati ancora tra vecchia destra e vecchia sinistra, la destra è stata nella stragrande maggioranza dei casi travolta. E se qualcuno crede che la Puglia faccia eccezione, è meglio che ci ripensi. Un conto è la compattezza relativa dovuta alla presenza di leader locali con un proprio radicamento, come nel caso pugliese da Lecce a Trani, un altro è l’evaporazione del centrodestra a cominciare dal Pdl, in tutto il Nord dell’elettorato d’opinione, che ne rappresentava storicamente un bastione. Da Como a Lecco a Monza fino a Lucca e Camaiore, il Pdl evapora. La credibilità di chi ha promesso per 18 anni politiche liberali e sussidiarie, liberalizzazioni e privatizzazioni, meno spesa pubblica e meno tasse, e ha fatto esattamente l’opposto o ha fatto i fatti propri, è semplicemente finita.

È finita anche perché – secondo macrofenomeno – non funziona la valvola di compensazione che in meno della metà del paese aveva visto, ai primi evidenti segnali di crisi del Pdl, aumentare di converso i consensi della Lega. Tutti i ballottaggi con candidati leghisti sono stati persi. La crisi di credibilità anche qui non è di Belsito o del cerchio magico o della disinvoltura nell’utilizzo del denaro pubblico. È Umberto Bossi a essere finito come residuo leader politico. La Lega per risalire faticosamente parte della sua china dovrà effettuare una cesura radicale. Non so se ne avrà la forza e il leader necessari, quella forza e quel leader che il Pdl avrebbe dovuto avere da un anno a questa parte, e non ha saputo darsi.

Il terzo macrofenomeno riguarda la sinistra. L’exploit di Orlando a Palermo e la vittoria di Doria a Genova, si aggiungono ai precedenti analoghi casi di Napoli, Cagliari e Milano. Il Pd perde la guida, i suoi candidati alle primarie sono bocciati, Fassino sindaco di Torino resta l’eccezione e non la regola. È vero che la sinistra non evapora affatto, a differenza del centrodestra. Semplicemente, il suo elettorato chiede politiche antagoniste rilegittimate dal basso, un no al rigore cieco sommato al movimentismo civile e sociale che punisce la confusa linea istituzional-elitaria delle vecchie leadership Pd-Ds-Pds. In ogni caso, la sinistra ha davanti a sé non una ma più prospettive, se le saprà scegliere senza confondersi per strada. Nessuna di esse, però, è alla francese, perché un forte partito inequivocabilmente socialista che raccolga il testimone della destra che sbaglia non c’è nella storia italiana, e non s’inventa con marmellate pluridentitarie di leader dimezzati. Oggi come oggi la cosa più probabile è che ci penseranno Repubblica e il suo editore a dare la linea.

Pochi mesi per sfidare la “tassicodipendenza”
L’elevato astensionismo e l’esplosione del Movimento 5 Stelle sono il frutto di questi tre macrofenomeni. Un frutto più che annunciato. I grillini sono davvero una cosa altra rispetto ai vecchi partiti. La loro confusione programmatica sui temi economici, di mercato e d’impresa dovrà chiarirsi. Ma i loro candidati vincono con poche migliaia di euro e sono un giusto schiaffo popolare in faccia ai miliardi dilapidati dal sistema dei partiti in truffe e camarille di amici, parenti e amanti. Gli italiani ne hanno le tasche piene non della politica, ma della cattiva politica. Chi è liberale e si batte per sussidiarietà e famiglia, meno spesa pubblica ammazzacrescita e dimagrimento dello Stato tassicodipendente, ha pochi mesi per lanciare dal basso un soggetto politico che col Pdl attuale e il suo sterile continuismo nulla può avere a che fare, sempre che trovi facce nuove e insieme conosciute, forti di una propria credibilità e coerenza. Altrimenti gli italiani non potranno che confermare alle politiche quel che oggi hanno espresso: e ancor più lo faranno di fronte alle prevedibili agonie recessive, se l’Europa non cambia politica.