Giannino: Altro che debiti e spread, ormai è una guerra di religione

Mi ha detto Prodi: «Nell’attitudine della Merkel c’è l’etica protestante che ti vede come un latino peccatore. Che per di più crede di sfangarla con la confessione, invece che con le opere e il sudore»

Ci risiamo. Come da 31 mesi di eurocrisi a questa parte, la domanda torna ad essere: “Ma in realtà, i tedeschi che cosa vogliono?”. Torna ad esserlo perché è evidente ai mercati che l’aria in Germania da dieci giorni è nuovamente cambiata. La presa di tempo della Corte di Karlsruhe fino a metà settembre per giudicare la costituzionalità dell’Esm, le dichiarazioni della Cancelliera («non so se l’euro ce la farà nella composizione attuale»), quelle di molti politici di prima fila ispirate al “basta aiuti”. I mercati hanno capito che ad agosto la spallata è gratis, a meno che la Bce di Mario Draghi non forzi e cominci a comprare i titoli eurodeboli a gogo, infischiandosene del veto della Bundesbank. Obiettivi? Grecia fuori dall’euro senza il versamento dell’ennesima tranche del secondo maxi prestito Fmi, visto che Atene chiede la rinegoziazione delle condizioni. Spagna in ginocchio, malgrado gli aiuti alle banche, per i default a catena minacciati dalle regioni. Italia strangolata, magari dalla proposta congiunta Fmi-Berlino di un maxi fondo di abbattimento del debito pubblico che ne vincolerebbe per anni e anni il gettito fiscale, e una bella patrimoniale alle famiglie, in aggiunta al reddito in decremento per l’effetto rapinafiscale-rapinarecessione. O, altrimenti, anche Spagna e Italia si accomodino fuori, e se la vedano da sole. Persino la Confindustria tedesca – che per un anno ha ricordato alla Merkel che è meglio evitare di lasciar liberi gli italiani di tornare a svalutare minacciando l’export tedesco – ha iniziato a parlare di euro di serie A ed euro di serie B.

Quella confidenza del Prof
Sono segnali pesanti. La Germania pensava di poter andare avanti un anno, fino alle elezioni, costringendo al ravvedimento deflazionistico uno dopo l’altro tutti gli eurodeboli. Ma gli euroartifici (come l’Esm senza licenza bancaria cioè senza munizioni Bce), cooperativi di nome ma non di fatto, non bastano a comprare un tempo così lungo. Questa volta è a rischio l’euro stesso. L’Italia vale il 19 per cento dell’euroarea, la Spagna il 12. Con la Grecia, sarebbe un terzo dell’auroarea ad andarsene. Con gravi danni all’esposizione tedesca in Target2, diverse centinaia di miliardi. È questo che vuole Berlino? Continuo a credere di no. Tuttavia non è più una convinzione razionale. L’élite tedesca non appare semplicemente più in grado di assicurare un governo ragionevole a un exit dalla crisi che non sia catastrofico per la Germania stessa.

Mi ha fatto pensare una confidenza del professor Prodi, che interrogavo su come a sua volta veda i tedeschi oggi: «Mi sentivo così a mio agio con Helmut Kohl», ha detto. «A volte aveva delle battute, delle strizzate d’occhi, dei riflessi condizionati che mi riportavano all’oratorio, al milieu comune cattolico di una generazione che ha condiviso morti in guerra e sofferenze, e che si è rimessa in piedi senza dimenticare mai l’abisso che aveva alle spalle. La Merkel è diversa. Anche se non esce mai fuori esplicitamente, nella sua attitudine c’è l’etica protestante che ti vede comunque come un latino peccatore. Un peccatore che per di più crede di sfangarla con la confessione, invece che con le opere e il sudore». Credo che Prodi abbia parecchia ragione. L’Europa protestante ha perso la pazienza verso quella cattolica controriformista e ortodossa. Ai loro occhi siamo dei causidici cavillosi, sempre pronti a dimenticare i nostri azzardi morali e gli otto anni di bassi tassi che l’euro ci è valso, e di cui abbiamo fatto pessimo uso prima di iniziare a rimproverare i tedeschi non tanto di essere ingenerosi, quanto di non saper fare innanzitutto i propri interessi, difendendo l’euro e l’Europa.

Secoli di ecumenismo in fumo
Sulla linea dell’intolleranza tedesca – che, ripeto, ha le sue ragioni – si è schierata non solo come al solito l’iperpopolare Bild, che sui temi dell’eurosolidarietà è la Padania della Germania (ma con 4 milioni di lettori). Anche la Süddeutsche Zeitung, che pure è “di centrosinistra”. Come l’austera Faz, e il Financial Times Deutschland. Solo l’Handesblatt ha ammesso quel che a me sembra la verità. Cioè che le classi dirigenti tedesche hanno la colpa di non aver voluto ammettere esplicitamente davanti a contribuenti ed elettori, in questi 31 mesi, che la difesa cooperativa dell’Europa era nell’interesse del paese. Perché se l’euro si rompe, la Germania avrà pure una bilancia dei pagamenti sul Pil più attiva di quella cinese, ma nana resta, nel G20, senza Europa dietro.

In verità, come molti in Germania rimpiangono il marco, così da noi un bel po’ di demagoghi e guru da strapazzo della rete rimpiangono la liretta, l’inflazione e la svalutazione che consentiva allo Stato di spendere facile illudendo gli italiani con rendimenti a doppia cifra sui titoli pubblici. L’inflazione è un vantaggio solo per il grande debitore, cioè per lo Stato, in Italia; ma molti l’hanno dimenticato. Tornare al cuius regio, eius religio, è questa la sostanza dell’eurocrisi senza nessuno al timone. Secoli di ecumenismo che rischiano di svanire, ciascuno strigendosi alla religione del suo principe. Eppoi dicono che faccio male a preferire il mondo anglosassone.