Foa: «Il risultato degli euroscettici ha colpito tutti ma cambierà poco. Il Parlamento non dispone di grandi poteri»

Marcello Foa spiega a tempi.it il messaggio inviato all’Europa dagli elettori sempre più a disagio: «Non è più pensabile procedere insieme senza adottare meccanismi di compensazione dei debiti»

european-parliament-parlamento-europa-3Le vittorie alle elezioni europee di Marine Le Pen in Francia e Nigel Farage in Gran Bretagna sono un brutto colpo per Angela Merkel ma non basteranno a invertire la rotta dell’austerity imposta dalla Germania. «Temo che le cose non cambieranno molto. L’alleanza tra socialisti e popolari europei che regge la base dell’establishment dell’Unione europea, infatti, ha retto al verdetto delle urne», dichiara a tempi.it Marcello Foa, giornalista, direttore editoriale del Corriere del Ticino e titolare di un blog per il Giornale, analizzando il successo degli anti-euro.

Foa, hanno vinto gli euroscettici?
Indubbiamente ha colpito un po’ tutti il forte senso di malcontento espresso da una minoranza consapevole di europei, ormai sempre più radicata nel Vecchio Continente, persino in Germania, e caratterizzata da un profondo disagio nei confronti del sistema economico, sociale e politico rappresentato dalle istituzioni comunitarie. Un sistema che ha portato molti alla povertà e la cui rappresentatività reale era già stata messa in discussione da tempo, anche se mai in maniera così netta. Temo, però, che le cose non cambieranno molto.

Perché?
Anzitutto non illudiamoci che il Parlamento europeo disponga di chissà quali poteri. Ha guadagnato solo qualche prerogativa in più, ma tuttora ricopre un ruolo poco più che simbolico e non ha nessuno dei poteri di veto che un vero Parlamento dovrebbe avere. La sua nuova composizione dopo il voto di domenica potrà determinare al massimo qualche filtro in più nei processi decisionali.

Di cosa ci sarebbe bisogno?
Perché cambi realmente qualcosa dovrebbero essere istituzioni come la Bce, il Consiglio europeo e la Commissione ad allentare i cordoni dell’austerity e impostare nuove manovre in grado di rilanciare la ripresa. Anche se, vista la loro rigidità e quella della Germania in questi anni, non bisogna farsi troppe illusioni.

La crisi è colpa della Merkel?
Sono molto critico rispetto a come è stata gestita la crisi. In particolare per gli effetti delle ultime manovre del 2011, che hanno accentuato lo spread tra i titoli di Stato tedeschi e quelli di altri paesi, tra i quali l’Italia, a beneficio proprio della Germania e a detrimento di tutti gli altri. Un fatto che ha determinato comprensibili malumori tra i francesi e diffidenza in Gran Bretagna che, pur non adottando l’euro, deve sottostare a molte leggi che provengono da Bruxelles. È così che si spiega il successo di Farage e Le Pen.

Qual è il messaggio inviato dagli elettori all’Europa?
Non è più pensabile procedere insieme senza adottare meccanismi di compensazione o di armonizzazione dei debiti. Una volta, se il marco era forte, le esportazioni della Germania calavano e si alzava la domanda di consumi interna. Al tempo stesso l’Italia, che poteva fare affidamento su una lira svalutata, poteva esportare di più senza che ciò mettesse minimamente in discussione la forza dell’economia tedesca. Oggi con l’euro è tutto bloccato e le differenze tra Stati si scaricano sui più deboli, con il risultato che i consumi calano e diminuiscono i salari. Contribuendo ad alimentare il malcontento sociale.