Flora Gualdani, maestra dell’alfabeto della vita

Si portò a casa una bimba con gli occhi azzurri cui nessuno poteva badare. Poi arrivarono altri figli, di prostitute, diseredati, sconfitti. Chi è il Premio di cultura cattolica di Bassano del Grappa.

flora gualdani

Articolo tratto dal numero di ottobre di Tempi. Attenzione, di solito, gli articoli che appaiono sul mensile sono riservati agli abbonati. Per abbonarsi a Tempi, clicca qui.

L’8 novembre sarà conferito a Flora Gualdani il premio internazionale Cultura cattolica perché, si legge nella motivazione, si è messa «al servizio delle donne in gravidanza in situazioni di difficoltà», e dando testimonianza «che non solo è positiva la fusione di fede e vita, ma che porta grande frutto per tutti anche l’unione di cultura e scienza, di fede e ragione, di carità cristiana e apostolato». Giunto alla sua 37esima edizione, il prestigioso premio, conferito ogni anno dalla Scuola di Cultura cattolica di Bassano del Grappa, è stato assegnato negli scorsi anni ad alcuni “grandi maestri della fede” come Joseph Ratzinger, Luigi Giussani, Carlo Caffarra, Angelo Scola, Augusto Del Noce, Rémi Brague, Luigi Negri, Romano Scalfi.

«Vuole un altro caffè? Io non avrei mai potuto fare l’ostetrica senza caffè. C’è stato un momento, tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui pensai che per rispondere alle catastrofi umanitarie avevo bisogno anche di altre quattro cose: conoscere una lingua, diventare ginecologa, possedere un ospedale da campo con le rotelle e saper pilotare un elicottero. Così, presi un diploma da interprete, riuscii a frequentare per quattro anni la facoltà di medicina e acquistai i primi strumenti per attrezzare un’ambulanza. Nel frattempo superai i test per il brevetto da elicotterista. Poi però dovetti fare delle scelte. Ogni esercitazione di volo mi portava via mezzo stipendio».

Classe 1938, tempra contadina, poco incline alle smancerie, Flora Gualdani attraversa la cucina con la caffettiera in mano e Gesù Cristo nascosto nella testa come un pungiglione, proprio come si conviene a un personaggio di Flannery O’Connor. «Oggi si chiamano periferie esistenziali, ma allora erano solo le mete delle mie ferie, quando lasciavo l’ospedale di Arezzo per fare l’ostetrica ovunque ci fosse bisogno: India, Bangladesh, Africa, Messico, Irpinia terremotata, la Bosnia dello stupro etnico. In Cambogia le donne scappavano a migliaia dalla foresta per venire a partorire i loro scheletrini nel campo profughi. Ricordo anche un prete parigino, tutto il giorno sotto il sole a lavare i cenci pieni di insetti e feci di questi miserabili, e accanto a lui un medico ateo curare lebbra, malaria, tubercolosi, ferite da guerra. Eravamo uniti da un grande amore per la vita. Il vescovo di Bangkok voleva che rimanessi laggiù ad aprire una casa». E poi? «Poi gli ho detto di no. Quando devo fare una scelta servo sempre chi è messo peggio e in quegli anni non c’era posto peggiore del nostro Occidente gaudente e disperato».
Riavvolgiamo il nastro. Quando abbiamo saputo che Flora Gualdani avrebbe ricevuto il Premio internazionale medaglia d’oro al merito della Cultura cattolica, siamo andati a trovarla alla “sua” Casa Betlemme. Cioè ad Arezzo, località Indicatore, un avamposto rigoglioso di Provvidenza stretto stretto tra la statale e la linea ferroviaria, dove i pomodori dell’orto traballano al passaggio dei treni e dei tir. «Guardi qui che crepe. E sì che mi presi un’ernia per tirar su una per una queste casette. Bussavano continuamente ragazze madri e prostitute, ma anche matti e poveracci, e poi c’erano tutti quei bambini. Una mattina vengono qui due vigili a farmi le pulci sui permessi. Allargo le braccia e spiego loro che se non eravamo in regola i primi a uscire sarebbero stati gli sciaguratelli che ci mandava la prefettura. Stesso discorso che faccio al buon Dio, “vorrà dire che a queste tue creature troverai un altro posto”. Al primo condono regolarizzai pagando di tasca come sempre. La struttura non ha avuto problemi per anni, fino quando hanno iniziato a trafficare qui intorno mezzi pesanti e a comparire le crepe. L’ho preso come un segno della Provvidenza. Se c’è una cosa che ho capito è che il Padre nostro i suoi progetti te li fa capire pian pianino, altrimenti sa che scapperesti a gambe levate».

Per esempio, un giorno Flora si carica in macchina una neonata dagli occhi di cielo avvolta in fasce. È il 1965: poco prima a Roma si era svolto il Concilio Vaticano II e nella grotta di Betlemme l’ostetrica aveva avuto un’intuizione sulla sua vocazione: presto la questione procreativa sarebbe diventata epocale e drammatica, e il terzo millennio sarebbe dovuto tornare ad inginocchiarsi davanti al Creatore. Non è cosa da poco negli anni in cui i bambini sono ancora una benedizione e si ammazzano polli e cucinano arrosti quando ne nasce uno. «Rientrata in Italia mi trovo in reparto una donna di 24 anni, con un marito, senza soldi, e un grave cancro. E soprattutto con un figlio in grembo che non intendeva abortire neppure davanti al consiglio di tre medici specialisti, come all’epoca prevedeva la legge Rocco. Alla fine nasce questa bella bambina sana con gli occhi azzurri azzurri. Ma chi se ne sarebbe occupato mentre la mamma ricoverata combatteva tra la vita e la morte? L’allora mutua non se ne faceva carico, il padre non aveva i mezzi, i Cav eccetera ancora non esistevano. Morale: me la feci preparare, la portai nella casa dove abitavo con i miei e la tenni lì con me finché la sua mamma coraggiosa guarì. Cinzia, questo il nome della bimba dagli occhi di cielo, che oggi è a sua volta diventata mamma, fu il mio primo amore. E siccome un bambino tira l’altro, come le ciliegie, casa Gualdani, per ovvie ragioni, diventò in fretta Casa Betlemme».

La domanda del medico abortista

La voce si sparge, dal Tribunale per i Minorenni all’Istituto degli Innocenti di Firenze, dai reparti di pediatria alle parrocchie, la Toscana inizia ad affidare a quell’ostetrica così ardita da far vacanza tra guerre e terremoti, neonati abbandonati, figli di incesti e di violenze. Qualche bimbo resta pochi mesi, qualcuno fino a 30 anni. «Come la mia cara Boba. Sua madre morì tragicamente durante il parto cesareo, il padre, povero, aveva altre tre bocche da sfamare a casa. Doveva restare da me in affido solo per qualche tempo, se ne è andata quando si è sposata. Un giorno – lei era ancora piccolina – torno alla grotta di Betlemme. Non faccio in tempo a mettermi a discutere col “Padrone di casa” che inizio a sentire dei dolori lancinanti al fianco, mi trascinano fuori dalla grotta a braccio, vengo ospitata a casa di una donna povera che si chiama Afif. Ho la febbre altissima, capisco che ho una peritonite in corso, che rischio di lasciarci le penne e non ho alcuna intenzione di venire tumulata in Palestina. Così mi inalbero con Gesù: “Tu che non ti sei privato mai di tua madre, te la sei portata anche sotto la croce, hai già tolto una mamma alla Boba e ora le vuoi togliere anche me?”. Riesco a trascinarmi all’aeroporto, un viaggio infernale, fingo di essere sana, ma appena sbarcata mi operano d’urgenza e resto ricoverata 40 giorni in ospedale».

La vera quaresima, in realtà, è ancora da venire. Sono gli anni Settanta, l’Italia si prepara all’arrivo della 194 e a Casa Betlemme iniziano a bussare tante ragazze madri. Flora è turbata, durante un soggiorno di studio a Londra aveva assistito a un viavai di italiane che durante i weekend raggiungevano gli ospedali inglesi per interrompere le gravidanze. Aveva anche provato a parlare del triste presentimento che presto in Italia sarebbe successo qualcosa, ma senza trovare sponda nei movimenti cattolici. Ora però le cose stanno cambiando, più il dibattito infuria più la sua casa si fa stretta, arrivano donne da tutte le parti d’Italia e del mondo. Flora chiede al babbo la sua parte d’eredità e con quella costruisce le famose casette per ospitare le maternità difficili. Non si trattava solo di mettere al mondo i bambini. A queste donne, la maternità restituiva come un’impensabile terapia la dignità perduta, la libertà di non abortire attecchiva nella sofferenza più profonda, in quella della undicenne incinta, in quella della donna stuprata, «e nessuna si è mai pentita di avere accolto la vita». Nonostante tutto Flora è inquieta. Una nuova emergenza educativa, un nuovo degrado morale, e soprattutto una grande disinformazione regnano in Italia: di questo Flora ha contezza tutti i giorni in ospedale e ogni volta che accoglie in Casa una nuova donna con una nuova, terribile storia. La cosa peggiore è che a certe latitudini ecclesiali non sembra si faccia molto per affrontare il problema. Una sera dell’81, nel clima infuocato del referendum sulla legge 194, la Chiesa aretina organizza un convegno, invitando un ginecologo abortista. Flora lo conosce bene, un bravo medico di idee radicalmente opposte alle sue che ha però l’onestà di ammettere pubblicamente «non mi piace fare aborti, datemi un’alternativa, ditemi voi, voi che siete la Chiesa, cosa avete da proporre come alternativa all’aborto». È allora che Flora quasi cade dalla sedia: la risposta c’è, lei la conosce, si chiama Humanae Vitae. Ma nessuno dei prelati sa darla. «Mi turbò moltissimo la gravità di questa omissione. Non era la prima volta che riscontravo nella Chiesa o nei movimenti cattolici una incapacità di argomentare la verità davanti alla retorica abortista. Mi chiedevo quindi: come avrebbero potuto trasmettere il messaggio dell’enciclica ai fedeli? Lì capii che dovevo aprire un altro reparto, quello della formazione come chiave della prevenzione, ma non ero abbastanza preparata. Così presi un treno per Roma, destinazione: i giganti della fede e della scienza».

Tu a chi dai retta?

Flora sa che al Policlinico Gemelli insegnano il padre della genetica moderna Jérôme Lejeune, la psichiatra Wanda Półtawska, monumento vivente della bioetica, la ginecologa Anna Cappella, i medici australiani coniugi Billings (pionieri nella regolazione naturale della fertilità), il bioeticista Elio Sgreccia e il teologo Carlo Caffarra. Li incontra tutti come docenti e sopra tutti incontra papa Giovanni Paolo II – e ovviamente lo incontra alla maniera sua, cioè prima bombardandolo di lettere, poi consegnandogliele di persona dopo averle nascoste nella giacca durante un’udienza («Santità, proclami il Rosario quale preghiera liturgica!» e lui le aveva stretto il braccio guardandola come mai era stata guardata prima, «il Rosario, sì»). Non è più la ragazzina che negli anni Settanta guidava la sua Fiat Cinquecento per andare a Roma e Firenze a suonare il campanello di padre Bernhard Häring o di don Enrico Chiavacci per capire su che basi fondassero la loro resistenza all’Humanae Vitae e a Paolo VI. Ora può tornare ad Arezzo e aprire una scuola sull’enciclica, un reparto di formazione. La diocesi, pensa, ne sarà ben contenta.

Invece no. «Finché accogli ragazze madri e fai gratuitamente una meritoria opera sociale tutti ti battono le mani. Ma se inizi a parlare di morale sessuale e di no alla contraccezione la cosa si fa maledettamente complicata». Un vescovo le dice che quel che fanno gli sposi in camera da letto è affare loro. Un altro le intima di smetterla di fare incontri pubblici perché lei non rappresenta la Chiesa. Un altro ancora le spiega che il suo lavoro è inutile perché alla morte di Giovanni Paolo II «tutte queste cose finiranno» («Eccellenza, ma questa è dottrina, mica una fantasia!», risponde Flora stordita). Un teologo le rimprovera l’insegnamento di una morale “vecchia” quando ai giovani interessa di più un approccio alla sant’Agostino, “ama e fa’ ciò che vuoi”. La convince solo un vecchio prete: «Flora, ma se ogni volta che vai a Roma ai congressi internazionali il Papa vi esorta a proseguire in questo apostolato e quando torni a casa i vescovi ti dicono di smetterla, tu a chi dai retta?”. Giusto, pensa Flora, che sa che tra primario e assistente non c’è partita. Così riprende a parlare in pubblico. Quando invita Anna Cappella a parlare ad Arezzo, le femministe protestano fuori dalla sala conferenze, in ospedale fanno levare il crocifisso dalla sala aborti e poi chiamano l’imbianchino per cancellarne l’ombra. È appena iniziata la stagione delle intimidazioni, delle minacce, delle ruote della macchina bucate. Poco ci manca che Flora torni al creatore quel giorno in cui un anestesista abortista la scaglia su un lettino a rotelle in cima alle scale del reparto.

Nulla però ferma Flora. I ginecologi eseguono sempre più malvolentieri gli aborti, qualcuno cambia ospedale, qualcun altro, stanco del sangue caldo sui guanti di lattice, cambia specializzazione, molti iniziano ad evitare le mattine dedicate alle Ivg. Quella donna che invece esce sempre piena di gioia dalle sale parto con un bimbo in braccio è il loro tormento. «Allora le posizioni erano chiare, non annacquate nel politichese come oggi: ancora oggi mi stupisco di avere incontrato più stima tra i ginecologi con cui mi sono scontrata apertamente che tra certi medici cattolici che invece di sostenermi preferivano il dialogo tiepido e conciliante». Nulla ferma l’intensa attività di formazione, corsi e laboratori rivolti a giovani, sposi, educatori, sacerdoti e operatori sanitari, avviata a Casa Betlemme e a cui Flora decide di dedicarsi nel momento in cui le crepe nelle case per le maternità iniziano ad allargarsi e bisogna sospendere l’accoglienza. «Partecipavano ai corsi vergini e prostitute, analfabeti e professori, piccoli e anziani, artisti e giornalisti, vescovi e sbandati, famiglie ferite. E tante coppie di innamorati». Che iniziano a dare gambe all’opera di Flora in tutta Italia, rappresentando il migliore controcanto a tanti cattolici alla moda convinti che la sessualità è cambiata e pertanto doveva cambiare la dottrina. «Un giorno arriva un vescovo, siede in prima fila, prende appunti, inizia a portare qui i suoi sacerdoti per formarli su teologia del corpo e Humanae Vitae. È lui a riconoscere, nel Natale del 2005, Casa Betlemme come associazione pubblica di fedeli, cioè non più opera mia ma della Chiesa. È lui a parlare di Casa Betlemme a papa Benedetto, il quale commentò: “Sono persone che vivono e servono la Veritatis splendor”. Quel vescovo poi è diventato cardinale, è il nostro caro Gualtiero Bassetti».
Di Flora Gualdani sapevamo molto ma non abbastanza: avevamo letto della sua scuola di alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo (le catechesi di san Giovanni Paolo II sull’amore umano) e insegnamento dei metodi naturali per la regolazione della fertilità. Ma di cosa era fatta quella donna, come aveva fatto a scuotere e conquistare medici, prefetti, prelati, vescovi, uomini di cultura, prostitute, suore e drogati, a confrontarsi schiettamente con pastori e teologi?

L’esercizio improvvisato della castità

Un po’ è questione di sigillo ereditario, «i miei genitori si sono voluti bene per tutta la vita, il mio babbo è sopravvissuto ai lager sognando di metter su famiglia e avere una figlia con i capelli corvini e gli occhi neri. E infatti è stato esaudito. Ed è stato lui, contadino analfabeta e migrante negli Stati Uniti per 11 anni, ad insegnarmi quella che chiamo “l’intelligente filosofia del secondo posto”. I santi non hanno mai cercato il primo posto. Io dico sempre due cose, la prima è che se il latore non è un povero, il “mandante” non è il protagonista: ho imparato in fretta che stai in piedi soltanto se resti in ginocchio. La seconda la ripeto sempre ai miei collaboratori: dovete prepararvi al martirio delle idee e del cuore. Non si stranisca: il martirio delle idee significa che, per rimanere fedeli alla verità tutta intera, anche nei suoi capitoli più impopolari, spesso saremo chiamati a rinunciare alla carriera, sopportare isolamento e tribolazione in ambito professionale. Il martirio del cuore significa che dovremo accettare di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care. Del resto Gesù stesso ha precisato che è venuto, con il suo annuncio esigente, a portare divisione anche all’interno delle famiglie».

Se la morale non si incarna, è a-morale, cioè rimane un’idea. Se la teoria non diventa prassi, resta un’inutile fantasia, ci spiega Flora, che dalla sua maternità affidataria, adottiva e spirituale ha imparato a esercitare paziente umiltà tipicamente femminile. «Casa Betlemme si fonda sulla contemplazione del mistero dell’Incarnazione: un mistero cosmico, globale ed eterno. Parte dal sì di Maria per realizzarsi anche nella concretezza delle scelte della nostra vita morale. Questo significa usare la ragione: io penso che la missione di Casa Betlemme, cioè quella di aiutare la Chiesa nella “istruzione degli ignoranti”, coniugando fede e scienza, impegno sociale e morale, tenendo insieme carità, azione e contemplazione, sia una risposta adatta e necessaria in questo momento della storia. Son passati decenni da che abbiamo iniziato ma purtroppo non vedo miglioramenti. L’attenzione pastorale e teologica al discorso morale mi pare stia diminuendo. E si toccano con mano certi danni gravi provocati dalle due derive (angelismo e relativismo) che portano fuori dalla via maestra».

Spiegare agli sposi che la perfezione del cristianesimo non sta nel numero dei figli messi al mondo è arduo quanto spiegare loro che i metodi naturali non sono una tecnica cattolica per non fare figli, ma un esercizio di amore nella reciproca fedeltà che, in una ragionevole apertura alla vita, lascia a Dio l’ultima parola. «Un giorno una coppia venne a criticarmi considerando l’uso della ragione e della continenza responsabile quasi un peccato: avrebbero accolto, dissero, tutti i figli che Dio gli avrebbe mandato. Giusto, risposi, ma prima o poi tutti fanno i conti con la castità, che non è un esercizio improvvisato. Ho conosciuto coppie distrutte da tre o quattro gravidanze ravvicinate, entrate in fretta in crisi con la sessualità e il loro amore. La castità è una parola desueta. I giovani e meno giovani di solito non la vivono, quindi la si considera non vivibile. E quindi non se ne parla. Invece è la parola chiave, profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. È la mancanza di castità che porta alla infedeltà e allo sfascio delle famiglie. Ed è la mancanza di castità che ha portato certi sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Al cardinale Caffarra dicevo che anche tutto il dibattito infuocato dei recenti Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. È sempre quello il nodo che viene al pettine. Sono certa che la crisi che sta vivendo la Chiesa, da cui deriva la crisi della società, parte dall’aver decapitato il primo e sesto comandamento: il primato di Dio e la purezza della nostra vita. Quando crollano quelli, con il tempo vengono giù anche tutti gli altri. Ma tutto parte da un problema di fede. Quando si ha paura ad annunciare verità impopolari, alla radice c’è un calo della nostra fede».

La contraccezione è “cosa vecchia”

Eccoci dunque davanti al realizzarsi della prima intuizione di Flora nella grotta di Betlemme. Ma anche della seconda: il terzo millennio sarebbe dovuto tornare ad inginocchiarsi davanti al Creatore. «Che viviamo nell’epoca del peccato contro il Creatore lo disse Benedetto XVI e lo ha ribadito Francesco. Paolo VI, spiegando che il peccato nel matrimonio “è il cancro della società”, affermava una grande verità. Nell’epoca moderna il peccato contro il Creatore è iniziato con la contraccezione, separando la sessualità dalla procreazione. Una scissione che si è approfondita in senso opposto con la fecondazione extracorporea, dove si produce la vita senza il gesto sessuale. Una volta un figlio era una benedizione e un dono, poi è diventato o un errore da evitare, oppure un diritto a tutti i costi. Il pancione a luna piena di una donna, era un tabernacolo e un mistero, poi è diventato un contratto d’affitto. La medicina era un’arte a servizio della dignità, della salute e della vita umana, poi, pur di esaudire tutti i desideri, è diventata una scienza che somministra anche la morte, per non discriminare nessuno, fuorché il bambino. Però – sorride Flora – le cose stanno cambiando».

Oggi il mondo medico e quello femminista stanno lentamente rivalutando la sapienza del Creatore, o, detta laicamente, tornando passo dopo passo al rispetto della natura. «Io lo definisco il “cerchio della vita”. Prima hanno capito che dobbiamo de-medicalizzare la gravidanza. Cioè che la gestazione non è una malattia. Anche se continuiamo con l’accanimento di diagnosi, che dà solo stress alla donna, e il bambino ne risente. È il frutto della nostra “cultura dello scarto”, con fini eugenetici. Poi hanno capito che dobbiamo de-medicalizzare il parto. E avete visto fiorire le “case del parto”, parto naturale, in acqua, il ritorno del parto a domicilio e altro. Perché è molto bello nascere in famiglia, nel lettone dell’amore e della vita. Poi si è capito quanto è importante l’allattamento naturale, al seno: con i suoi molti vantaggi, non ultimo quello economico. L’ultima tappa, che chiude il cerchio della vita, sono certa, sarà la de-medicalizzazione nella gestione della fertilità. C’è chi ancora si ostina a fare resistenza, per una serie di motivi. Ma il futuro è dei metodi naturali. La contraccezione è una proposta vecchia. E anche la provetta non ha futuro. Ne va della qualità della generazione e della qualità dell’amore, cioè della famiglia. Perché la natura non tollera a lungo la violenza, neppure sulle ovaie».

Due tabernacoli e due altari

Il noto ginecologo Carlo Flamigni, uno dei più grandi bioeticisti avversari del Magistero, anni fa disse a Repubblica che «il cristianesimo è una religione incomprensibilmente ostile alle donne». Leggendo il Vangelo, l’affermazione si sbriciola da sola. «Forse gli è sfuggita la cosa più importante: che la salvezza dell’umanità è iniziata dall’utero di una donna, in quel fiat, meraviglioso consenso informato fatto di fede e ragione, che ha ricucito lo strappo tra il cielo e la terra. Lì affonda le sue radici sia l’enciclica Humanae vitae sia il “nuovo femminismo” di cui parlava san Giovanni Paolo II. Due sono i tabernacoli sulla terra: l’uno dove abita l’autore della vita. L’altro: il grembo di una donna dove germoglia la vita. Due sono gli altari: quello dove il sacerdote è ministro della vita, e il letto nuziale dove gli sposi amministrano la trasmissione della vita».
Il caffè è finito e in Casa Betlemme, che oggi sta in piedi grazie alla carità e al sostegno di una comunità vivissima di famiglie (anche attraverso il linguaggio artistico, lo chiamano “Wolokita project”, googlare per credere, recital “Dal cielo alla terra”), fa irruzione la figlia della Boba di ritorno da scuola. Corre ad abbracciare la nonna, e la tempra di Flora poco incline alle smancerie si scioglie in un abbraccio e mormora grata: «Dio è veramente regale, restituisce vita per vita a chi ha messo il rispetto della vita al primo posto».