Finkielkraut: «La reazione al virus ci dice che il nichilismo non ha ancora vinto»

L’intervista del Figaro al filosofo francese, convinto che l’epidemia di coronavirus stia riportando la società alle origini dell’umanesimo moderno

Alain Finkielkraut

È un Alain Finkielkraut meno pessimista e meno polemico del solito quello che ha accettato di rilasciare a Le Figaro un’intervista sulle conseguenze dell’epidemia di coronavirus. Anche se nel suo discorso non mancano tristi constatazioni.

Com’era prevedibile, l’accademico di Francia non perde l’occasione epocale per compiacersi del fatto che il rallentamento da lui tante volte auspicato si sia realizzato, che il suo monito “Troppo alto, troppo veloce, troppo forte!” sia stato finalmente ascoltato, anche se solo per un motivo di forza maggiore:

«Fino a ieri, eravamo tutti messaggeri, o come diceva Michel Serres, “degli angeli”. Ci ubriacavamo dell’eliminazione delle distanze. La fluidità, la mobilità, l’ubiquità, avevano sostituito gli antichi modi di abitare la Terra. (…) C’era qualche ritardatario, ma i loro giorni erano contati: non avere un luogo di appartenenza stava diventando la legge universale del mondo umano. E poi ecco che un virus è scivolato fra gli angeli, e tutto si è guastato. All’imperativo di muoversi è succeduto il confinamento e, piacesse o no, ci siamo sottomessi all’imperativo che per tutti i millenials riassumeva lo spirito della reazione: “Rimani!”».

NO, NON SIAMO IN GUERRA

Finkielkraut è perplesso di fronte al ricorso alla metafora della guerra, che impone al popolo di essere unito davanti alla minaccia, notando che in realtà nei cosiddetti “quartieri sensibili” delle periferie (dove è vivo un “sentimento anti-francese”) è di fatto impossibile convincere le persone a rispettare i decreti di distanziamento sociale e che i “bobo” della sinistra chic si sono messi in viaggio per trascorrere la quarantena in località amene, senza curarsi del fatto che forse stavano diffondendo il contagio.

Ma soprattutto ha poco senso parlare di guerra quando in realtà si sta facendo di tutto per salvare vite umane, con un altissimo costo economico:

«Ci viene continuamente ripetuto che il 98 per cento dei pazienti contagiati dal coronavirus guarisce. Se la logica economica regnasse incontrastata, le nostre società avrebbero scelto di non agire: la maggioranza della popolazione sarebbe stata contagiata e avrebbe sviluppato l’immunità, sarebbero morti i più vecchi, i più vulnerabili, insomma le bocche inutili. Non abbiamo accettato questa selezione naturale.

Il confinamento è diventato sempre più stretto per evitare il sovraffollamento degli ospedali e di trovarsi nelle condizioni di scegliere quali malati curare: quello no perché è allo stremo, quello sì perché è giovane. Forse la guerra ci costringerà a queste pratiche selettive, come si sente dire, ma esse ci fanno orrore. La vita di un anziano vale quanto quella di una persona nel pieno possesso dei suoi mezzi. L’affermazione di questo principio egualitario nella tormenta che attraversiamo mostra che il nichilismo non ha ancora vinto e che restiamo una civiltà».

IL BENE FONDAMENTALE

In secondo luogo, l’epidemia sembra riportare la società alle origini dell’umanesimo moderno, che non si dava per obiettivo quello di aumentare la produzione per aumentare i consumi, come è avvenuto con la modernità mondializzata, ma di offrire più salute per tutti, che era uno degli scopi che Cartesio assegnava al suo metodo:

«Questo progetto originale è bruscamente riapparso grazie alla crisi. La politica, che si era messa al servizio dell’economia favorendo quanto più possibile la circolazione dei capitali, degli uomini e delle merci, si è assunta il rischio di bloccare l’economia perché erano in gioco delle vite, e perché è la salute e non la salvezza quella che rimane sin dall’inizio dei tempi moderni “il primo bene e il fondamento di tutti gli altri in questa vita” (Cartesio)».

LA TREGUA VERSO LA NATURA

Il terzo aspetto positivo dell’epidemia secondo Finkielkraut sta nella tregua concessa al mondo naturale dalla pausa delle attività umane, che non solo permette alla natura di “rifarsi il trucco”, ma che potrebbe preludere a un rapporto rinnovato fra uomo e ambiente dopo la fine della crisi:

«A Venezia il mare è tornato azzurro e sarebbe stata segnalata la presenza di un delfino nelle acque del Canal Grande (in realtà la notizia è inesatta, ndt). Il riposo forzato dell’economia e dei trasporti rappresenta uno “shabbat” insperato per la Terra. Essa si rifà il trucco e le altre creature respirano. Intramezzato soltanto dal canto degli uccelli, il silenzio ha provvisoriamente ripreso possesso di tutti i luoghi da cui l’aveva cacciato uno spietato baccano. (…)

“L’uomo è dappertutto, dappertutto le sue grida, e il suo dolore e le sue minacce. Fra tante creature riunite, non c’è più posto per i grilli”, scriveva Albert Camus. Se l’uomo, grazie al confinamento, prenderà coscienza che non è solo, forse, quando la macchina verrà rimessa in moto, conserverà nelle orecchie la bellezza del silenzio. Forse ritroverà anche il gusto di condividere la Terra, il rispetto delle distanze e il senso dell’indisponibile. Non oso crederci».

LA CACCIA AL COLPEVOLE

L’accademico di Francia mette in guardia da quegli atteggiamenti che in Noi, i moderni aveva definito “cosmocriminologia” e “accusa illimitata”, già presenti nel dibattito pubblico intorno all’epidemia e apparentemente destinati a proliferare:

«Tutto deve essere calcolato, e per tutto ciò che sembra sfuggire al calcolo deve esserci un colpevole. Così alcuni non possono fare a meno di pensare la catastrofe sul registro dell’accusa e secondo la modalità dello scandalo. Chiedono di sapere chi siano i responsabili dell’accaduto, esigono con toni ultimativi che vanga messo a disposizione di tutti un farmaco di cui ignoravano l’esistenza fino alla settimana prima e si indignano della penuria di mascherine come ieri si indignavano del loro numero eccessivo dopo l’epidemia di influenza H1N1. (…)

Si dimentica che “gli uomini avanzano nella nebbia”, come ha ben detto Milan Kundera. E per rendere ancora più difficile il compito di quelli che ci governano, li si trasforma nei capri espiatori delle nostre paure primarie, li si traduce davanti al tribunale della stupidità superinformata, li si vuole costringere a prendere decisioni che più tardi e con la stessa arroganza gli si rimprovererà di aver preso».

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