L’uomo che si faceva pagare in libri
Quando ero un giovane ragazzo di bottega, ai primi anni della professione, Luigi Amicone mi aveva dato il compito di tenere il computo dei compensi da riconoscere ai collaboratori per i loro articoli apparsi su Tempi. Ogni martedì, il giorno seguente la chiusura del numero, mi recavo nell’ufficio di Gigi per sapere quale cifra segnare accanto ai nomi di chi aveva scritto sul settimanale. Ricordo ancora quando arrivai a quel nome, “Lodovico Festa”, e la risposta di Amicone: «A Vichi niente soldi, lo paghiamo in libri».
Quasi venticinque anni dopo quelle parole, ho capito perché Lodovico “Vichi” Festa è uno che si fa “pagare in libri” e per scoprirlo ho dovuto leggere – guarda caso – un suo libro da poco in commercio che ha un titolo fantastico e ironico, già di per sé degno del prezzo del volume: Non sapendo fare a maglia. Il titolo si spiega con la risposta spiritosa che Vichi dà alla moglie Lidia ogni volta che lei lo rimprovera di affaticarsi ancora – alla sua età! – a leggere compulsivamente e scrivere disordinatamente, anziché fare qualcosa di utile come «golfini o sciarpette per i miei nipoti, o meravigliosi centrini come quelli che faceva mia nonna per cugini e sorelle».
Così il nostro Vichi, completamente assorbito come Barney Panofsky in un’opera “totalmente non necessaria”, nel corso di un decennio ha meticolosamente appuntato, accanto a ogni frase di ogni libro che ha letto, un’impressione, un’intuizione o un giudizio che oggi riversa in questo volume che, come scrive Mattia Feltri nella prefazione, è una sorta di «regalo» che lui fa a tutti noi, suoi lettori e amici.
Spiegare noi a noi stessi
Seguendo un ordine assolutamente casuale – come casuale è la vita, anche quella ordinata –, Vichi porta alla nostra attenzione frasi e aforismi di Shakespeare e Dante (amatissimi), Eliot e Wilde, Machiavelli e Hegel, la Bibbia e James Bond, Groucho Marx e Bette Davis, cui si devono le battute più felici («Mi piacerebbe baciarti, ma mi sono appena lavata i capelli»). E per ogni frammento c’è un commento, a volte di compiacimento altre di rammarico, che va a formare una scia di analisi serissime e acute sulla storia e la contemporaneità (a pagina 211, in sole 45 righe, Festa riesce a spiegare la storia dell’Italia dal Dopoguerra) e una raccolta di brillanti arguzie che non possono non mettere di buonumore (Georges Clemenceau, riferendosi al suo segretario: «Quando scorreggio, è lui che puzza»).
Venticinque anni dopo quel “Vichi-lo-paghiamo-in-libri”, diventa più chiaro come questo nostro amico e collaboratore (collaboratore perché amico) entri ed esca dai libri, si alzi alle sei del mattino per scrivere la “Preghiera” per Tempi, viaggi sempre in bilico tra vita operativa e contemplativa, perché è sempre alla ricerca di un confronto e di un’ipotesi che spieghi a noi stessi quel gran mistero che noi stessi siamo. E la pervicacia con cui svolge questo lavoro – l’unico che meriti di essere compiuto – ci fa perdonare il fatto che non ci abbia mai regalato una sciarpetta o un golfino lavorato a maglia con le sue manone da giornalista.

Lodovico Festa, Non sapendo fare a maglia. Diario di viaggio di un lettore compulsivo, con prefazione di Mattia Feltri, Liberilibri 2025, 320 pagine, 18 euro.
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di dicembre 2025 di Tempi. Abbonati per sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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