Fecondazione assistita. La nuova scommessa dell’eugenetica sugli embrioni “resistenti”

Nuovo test-chimera per individuare gli embrioni di “qualità” superiore, scartando gli altri. Alla modica cifra di 200 euro. E funziona? Non lo sa nessuno

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

fecondazione-shutterstock_129449231

All’incontro annuale della Società americana per la medicina riproduttiva, in corso in questi giorni, è stato presentato un nuovo esame diagnostico che permetterebbe di individuare gli embrioni creati in laboratorio più resistenti, così da impiantare questi nell’utero, scartando gli altri, e aumentando così le percentuali di successo della fecondazione assistita.
Esistono già dei test genetici sugli embrioni che permettono l’eliminazione eugenetica dei più deboli o malati, ma secondo gli scienziati di Oxford, che hanno presentato l’ultima novità, questo sarebbe più efficace e meno costoso: alla modica cifra di 200 sterline circa, infatti, si potrebbe alzare la percentuale di successo della fecondazione fino all’80 per cento.

SCARSE POSSIBILITÀ DI SUCCESSO. Nonostante l’enorme diffusione della fecondazione assistita, spiega Dagan Wells, scienziato dell’Oxford Biomedical Research Centre, «ancora non siamo molto bravi a scegliere quale embrione ha più probabilità di nascere. Accade ancora che molte pazienti non riescano a rimanere incinta e che siano sottoposte a numerosi cicli senza mai avere un figlio. E questo ha alti costi emotivi e finanziari». Anche Stuart Lavery, professore associato in medicina riproduttiva presso l’Imperial College di Londra, sponsorizzando il nuovo test ha ricordato come la fecondazione in vitro «resti un processo molto inefficiente, con molti embrioni creati che non portano alla gravidanza». In Italia, ad esempio, secondo i dati ministeriali, il tasso di successo è di appena il 13,31 per cento.

“QUALITÀ” DEGLI EMBRIONI. Secondi i medici, se così tante fecondazioni non vanno a buon fine è per colpa della scarsa “qualità” degli embrioni. E il nuovo test si basa sul presupposto che maggiore è la presenza di Dna mitocondriale nell’embrione, più bassa è la “qualità” e quindi le probabilità di successo della fecondazione. Il test, dunque, mira a individuare il tasso di Dna mitocondriale nell’embrione. Ma la relazione tra il Dna mitocondriale e la “qualità” dell’embrione, anche secondo Adam Balen, della British Fertility Society, è solamente «potenziale». Anche lo stesso Lavery parla solo al condizionale.

PREVISIONI FEMMINISTE. In nome di una semplice possibilità, però, si è pronti a eliminare centinaia di vite embrionali. Si sta dunque avverando quanto predetto già nel 1988 da Christine Ewing, docente presso l’università di Melbourne, che sul tema scriveva sul Journal of International Feminist Analysis: «L’evoluzione delle tecniche di fecondazione in vitro, insieme alla tecnologia legata al Dna, sta migliorando la fattibilità tecnica della manipolazione genetica degli embrioni umani. (…) La natura eugenetica di questa ricerca, e la sua conseguente applicazione sugli esseri umani, serve solo a rinforzare i pregiudizi contro i portatori di disabilità (dovuta o meno ai geni). Guardando al futuro, queste tecnologie saranno sicuramente usate in modo sessista e razzista».

Foto inseminazione artificiale da Shutterstock


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •