Fuggita da un marito che la picchiava, è arrivata in Italia con la figlia. Lavora in fabbrica e in un ristorante e un giorno ha incontrato un prete che le ha mostrato che la fede non è una prigione
Una donna marocchina intenta ad intessere un tappeto, Taznakht, Morocco, 2024 (foto Ansa)
Si chiama Fatima. Ventinove anni, pelle ambrata, capelli neri che sfiorano le spalle. Uno strabismo lieve, uno sguardo magnetico. Potrebbe sfilare su una passerella, ma la sua realtà è un’altra: di giorno monta penne a sfera in fabbrica, di sera serve ai tavoli di un ristorante. Ogni gesto è per sua figlia Leila. Ogni passo, una fuga dalle ombre. Non è partita. È fuggita. Dal marito che non aveva scelto, da un passato che l’aveva ridotta al silenzio. «Non ero donna, non ero madre».
Le cicatrici sulla schiena e l'addio al Marocco
Lasciare il Marocco è stato uno strappo. Restare, un lento morire. Arrivata in Italia portava con sé solo dolore e speranze fragili. Le sue mani tremavano sotto il peso di una valigia leggera, troppo piena di ricordi pesanti. Il Marocco, il suo paese natale, è un luogo dove la libertà femminile è concessa solo a metà, e ogni passo è controllato. A diciotto anni, Fatima è stata costretta a sposare un uomo molto più grande di lei, scelto dalla sua famiglia. Un uo...
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