Dove trovare l’energia per non arrendersi alle ombre che incombono

In vista della “fase 2” i pericoli noti e ignoti ci affliggono tutti, nonostante i proclami per cui “andrà tutto bene”. Più che ottimismo, serve la speranza

In vista della “riapertura”, gli interrogativi sull’epidemia non sono pochi. Proviamo a metterli in ordine.

Non sappiamo quanti siano effettivamente i contagi e soprattutto la loro percentuale nella popolazione.

I dubbi sull’attendibilità dei dati cinesi sono in forte aumento (e personalmente li condivido) nel senso di una sottostima, o, addirittura, un nascondimento. Per quanto riguarda il nostro paese, la Protezione civile riporta quotidianamente un numero di contagi che dipende a sua volta dai tamponi effettuati, così come la loro crescita, e, in questi giorni, l’iniziale decrescita. I tamponi non individuano ma seguono la malattia, i cosiddetti sintomatici, lievi e gravi, e i morti. Non sono sistematicamente rilevati su popolazioni intere o su campioni rappresentativi di esse. Inoltre la loro esecuzione varia, a seconda della disponibilità degli operatori e dell’intensità del focolaio infettivo. Il loro esito non è indiscutibile, perché, anche ammettendo un’attendibilità del 100 per cento, possono essere negativi in quanto l’infezione non si è ancora espressa pienamente, oppure i soggetti infettati sono già guariti.

Adesso la stima più citata e che proviene da uno studio di un mese fa dell’Imperial College (Londra) è che la quota della popolazione italiana contagiata sia il 10 per cento, cioè 6 milioni. La cifra è stata adottata dalla maggioranza dei nostri esperti – che si fidano di più delle valutazioni inglesi che dei dati da loro stessi osservati – anche se l’istituto inglese dice che, secondo calcoli statistici, la cifra potrebbe variare tra 2 e 16 milioni. Il che significa che a occhio potrebbero dare i numeri in molti.

A fronte di tale indeterminatezza, molto ci si aspetta dalla misurazione degli anticorpi, che, rilevando lo stato di immunità dei soggetti, potrebbero individuare con precisione il livello di diffusione del contagio. Purtroppo i test proposti e in commercio sono tanti e debbono essere validati per la loro sensibilità (capacità di individuare i positivi) e specificità (capacità di individuare i negativi). La gara è in corso. Poi, con i test vittoriosi, ci saranno problemi di produzione, di costi e di personale per la loro esecuzione massiccia.

Non sappiamo quanti siano gli ammalati.

Molti con sintomatologia lieve o media, soprattutto all’inizio dell’epidemia, si sono curati a casa per una normale influenza senza verificare la presenza di Sars-Cov-2. Altri, con la stessa sintomatologia, hanno cercato di evitare le verifiche per timore di quarantene e confinamento. I dati certi riguardano in sostanza i ricoverati e poi dimessi dai reparti di degenza e dalle terapie intensive. I livelli di occupazione degli ospedali sono indicatori parziali a riguardo della diffusione della malattia, ma sono fondamentali per quel che concerne la possibilità di farvi fronte nei casi più gravi, qualora ricomparissero nuovi focolai. Questi sono verosimilmente i dati più importanti per la riapertura.

Non sappiamo quanti siano i morti.

Come ripete incessantemente la Protezione civile, sono classificati come Covid sia i morti “da” Covid che quelli “con” Covid, intendendo, per i primi, il virus come causa primaria, per i secondi, come possibile concausa in presenza di altre patologie, in genere serie. Sta di fatto che ci sono aree – Bergamo e Brescia – dove la mortalità generale, soprattutto delle persone anziane, è molto aumentata, fino a quattro volte e più, segnalando che, a prescindere da imprecisioni nella classificazione delle cause di morte, il coronavirus ha avuto un impatto devastante.

In un campione di oltre 5 mila comuni l’Istat ha stimato, nel mese di marzo di quest’anno rispetto al marzo scorso, un aumento complessivo di mortalità del 41 per cento, per quanto non omogeneamente distribuito; nei primi due mesi del 2020 la mortalità appariva in diminuzione del 10 per cento circa. L’influenza cosiddetta “normale”, questo inverno, sembra essere stata più “mite” che negli altri anni. Bisognerà pertanto verificare gli andamenti della mortalità su un periodo sufficientemente ampio per quantificare precisamente gli eventuali scostamenti in eccesso rispetto agli anni precedenti. Da ultimo, non conoscendo con precisione il numero dei contagi è impossibile conoscere la letalità, ovvero la percentuale di casi fatali, che in Lombardia sembra essere sensibilmente più elevata che in Cina e in altri paesi colpiti.

Non sappiamo quali siano le terapie specifiche dell’infezione da coronavirus.

Non siamo disarmati, abbiamo molte terapie di supporto, dall’ossigeno agli antivirali usati per altre infezioni, come per esempio l’Aids, e altro ancora. Non passa settimana che non venga lanciata la scoperta o l’osservazione di un farmaco risolutivo, ma nessuno sembra resistere alla prova della realtà. Le cose comunque stanno migliorando perché le degenze ordinarie e le terapie intensive meno sovraccariche curano con più efficienza e l’esperienza clinica ha portato conoscenze in grado di aumentare i benefici dei farmaci tradizionali.

Infine non sappiamo prevenire la malattia perché non è stato ancora messo a punto un vaccino e ci vorrà del tempo – chi dice un anno, chi dice di più – perché ciò avvenga in termini tali da proteggere la popolazione.

Bisognerà poi tenere conto che, essendo il Covid-19 un virus influenzale, può, come tutti i virus influenzali, mutare, neutralizzando gli effetti del vaccino preparato contro il virus dell’epidemia precedente. Per prevenire, l’unico strumento efficace che permane, anche se lento, è il distanziamento sociale, pieno di norme che complicano, secondo il costume italico, per cui le disposizioni hanno sempre un non so che di eccessivo e di arbitrario: l’uscita a non più di duecento metri da casa, la mascherina obbligatoria ovunque, il divieto di uscire dalla regione come se La Spezia fosse più vicina a Pontremoli che a Bordighera. Non parliamo poi del divieto di celebrare le Messe e i funerali, che ridiventeranno possibili, però con non più di quindici persone. Le proteste di questi giorni su quanto anticipato dal presidente del Consiglio a riguardo dell’ingresso nella “fase 2” sono numerosissime e ognuno può rendersene conto dai media. 

Mettere a tema Dio

La non poca ignoranza sugli effetti e sviluppi della pandemia in corso è un’ombra pesante sulla quotidianità, afflitta anche dalle rigide incertezze dei governanti impauriti da una situazione che potrebbe sfuggire di controllo. All’ombra si oppone l’esposizione di cartelli arcobaleno con la scritta “andrà tutto bene”, divenuta lo slogan della volontà di uscire dalla pandemia esorcizzandone il timore.

Di per sé, cartelli e slogan potrebbero non essere sbagliati, se avessero il forte senso religioso richiamato da quanto simbolicamente rappresentano. L’arcobaleno, nella Bibbia, è il segno della prima alleanza di Dio con l’uomo, dopo il diluvio universale:

«Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra… ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne» (Gen 9,13-15).

Così, per quanto si possa essere pessimisti sull’uomo, la sua debolezza fisica – muore, sempre – e morale – sbaglia, in continuazione –, si può essere ottimisti riguardo alla storia, al suo compimento, che è anche il nostro e che è in mano a Dio.

Il senso religioso, se c’è, è vago e impotente. Cosa significa infatti l’“andrà tutto bene”, lasciato in mano a noi? Il sacrificio, il dolore e l’impegno a tornare a una normalità, in cui poter continuare a illuderci di essere padroni di noi stessi? Di fatto il proclama che tutto andrà bene aspira a una condizione in cui si possa dimenticare il disagio che stiamo vivendo, e così essere di nuovo felici; una specie di terapia di gruppo che ricerca la felicità cancellando i ricordi spiacevoli. Invece bisogna ricordare tutto, perché la memoria è il cardine della coscienza dell’io e del popolo, della sua capacità di affrontare problemi e difficoltà. 

Di fronte alla pandemia da coronavirus è certamente fondamentale colmare l’ignoranza e approntare difese sempre più efficaci. Di questo parlano tutti, tanto più a commento dell’impotenza e degli errori. Molti si impegnano per quello che possono e intanto il tempo passa tra ostacoli che invece di diminuire aumentano: fin qui non abbiamo menzionato il tracollo economico, la disoccupazione e la povertà prevista e temuta. Dove trovare l’energia per continuare a vivere e combattere per ricostituire un benessere che, come insegna il Covid, sarà sempre minacciato e, come insegna la diseguaglianza sociale, lungi dall’essere adeguatamente diffuso? In mezzo alle grandi questioni sanitarie, organizzative e di soldi, non si può non mettere a tema Dio, in questa società, che, come insiste Benedetto XVI, pretende fare senza, rischiando di perdersi in un destino ignoto e ultimamente pauroso. 

Non è solo questione di sopravvivenza

Proprio il sentimento positivo delle cose, anche nell’astrattezza dell’“andrà tutto bene”, suggerisce che Dio c’è. Nell’impressionante solitudine delle celebrazioni pasquali, papa Francesco ha nuovamente annunciato la Sua presenza in Cristo come promessa di salvezza e compimento di un destino buono, misterioso ma non ignoto. Non entusiasma e non trascina il dibattito sulle misure di sicurezza, che si prenderanno o si imparerà a prendere. Entusiasma e trascina la consapevolezza che una via c’è, anche se non si conoscono in dettaglio il suo percorso e i suoi pericoli. Ci si può avventurare in essa senza presunzione e con tenacia.

Di fronte all’ignoranza e alla difficoltà, la speranza, cioè la certezza di un bene futuro perché incominciato nel presente, è la fondamentale risorsa non solo per la scienza e per la medicina, ma per l’esistenza personale. Il presidente del Parlamento tedesco, Wolfgang Schäuble, da trent’anni in sedia a rotelle a causa di un attentato, è stato molto ripreso dalla stampa internazionale per alcune sue affermazioni scandalose in un intervista al Tagesspiegel di Berlino:

«È assolutamente sbagliato subordinare tutto alla salvaguardia della vita umana… Se c’è un valore assoluto ancorato nella nostra Costituzione, è la dignità delle persone, che è intoccabile. Ma questo non esclude che dobbiamo morire».

Come dice anche l’Oms, la vita non è in funzione della salute, ma è la salute, poca o tanta che sia, a essere in funzione della vita. E l’anima della vita è la speranza che è sostenuta dall’amicizia vera e non è delegabile a nessuno, né ai politici, né ai medici. Solo così potremo farcela, di fronte al Covid e soprattutto al dramma dell’esistenza.

Foto Ansa