La parabola di una ex promessa del calcio diventato rapinatore che dopo una vita tra prigioni e manicomi (e il tentativo di rapire Zola) è cambiato. Imparando a dare se stesso agli altri
Da sinistra, il giornalista Marco Cattaneo, autore del podcast Il Maradona delle carceri, l’ex calciatore Gianfranco Zola e Fabrizio Maiello. Nel 1994 Maiello aveva organizzato il rapimento di Zola a Parma
Fabrizio e i suoi complici avevano studiato tutto nei minimi dettagli. Appostamenti, orari, movimenti dei familiari. L’obiettivo era uno solo: Gianfranco Zola. Autunno 1994, l’Italia calcistica brilla anche grazie a lui. Gioca nel Parma, quello dei sogni, e porta la maglia numero 10. L’ha raccolta a Napoli, su suggerimento di Maradona. Fabrizio ha il mito di Maradona, e nel poster del campione argentino che porta sempre con sé, anche in carcere, in un angolo c’è – piccola – la foto del suo successore, Gianfranco Zola. Il piano prevede di pedinare Zola in auto, sequestrarlo, chiedere il riscatto a Callisto Tanzi, il presidente del Parma e patron della Parmalat. Ma Zola si ferma a fare benzina. Un contrattempo, una piega imprevista. Dall’auto Fabrizio e il suo socio lo osservano, lo guardano parlare col benzinaio, firmare un autografo. Escono dall’auto fingendo di controllare le gomme. La pistola è in tasca, stretta nella destra. Poi Zola li guarda. Sorride. «Ciao ragazzi, serve qualcosa...
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