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L’Europa è diventata un’unione di diritti, ma mai di doveri

agosto 26, 2016 Joseph Weiler

La relazione del professor Joseph Weiler, che ieri è stato ricevuto da Benedetto XVI, al Circolo degli Studenti del professor Ratzinger

Tratto da Aci Stampa – Questa mattina si è aperto il Ratzinger-schülerkreis (il Circolo degli Studenti del professor Ratzinger, ndr) a Castelgandolfo. Quest’anno la riflessione parte da una domanda: “Esiste ancora l’Europa?”. La relazione introduttiva è del professor Joseph Weiler che ieri è stato ricevuto da Benedetto XVI. Il Papa emerito non partecipa all’incontro, ma riceverà una quindicina di suoi ex alunni. Ecco una sintesi del testo di Weiler curata dall’Autore.

Santità,

vorrei cercare di rispondere, con umiltà, alla Sua domanda così semplice, così diretta, così “da Francesco”: Europa, cosa ti è successo?

Ma prima di rispondere, vorrei sottolineare l’importanza simbolica del fatto che non solo il Premio Carlo Magno sia stato conferito a Lei, ma che “tutta l’Europa” sia venuta a celebrare questa occasione. Sono passati pochi anni dal dibattito, quasi assurdo, nel quale la proposta di inserire nella Costituzione europea un riferimento alle radici cristiane, accanto a quelli già accolti alla tradizione greco-illuministica – proposta che mi pareva così naturale e costituzionalmente più che legittima -, è stata respinta. È chiaro, invece, che l’anima europea, la sua sensibilità valoriale, è radicata sia in Atene che in Gerusalemme, e vedo nel premio di quest’anno non solo una manifestazione di rispetto e amore per la Sua personalità, ma anche un riconoscimento, un po’ tardivo, di questo fatto.

Noi due appartiamo a tradizioni lunghissime. La Sua, cristiana, antica di duemila anni; la mia, ebraica, di quasi cinquemila. Siamo abituati a cercare spiegazioni alla condizione umana in processi lunghi. Così, la risposta che vorrei offrire alla Sua domanda si trova in tre processi, cominciati come reazioni alla Seconda Guerra mondiale e maturati negli ultimi anni.

Il primo. Per ragioni del tutto comprensibili, la stessa parola “patriottismo” dopo la guerra è diventata quasi una parolaccia. L’abuso del vocabolo e del concetto da parte dei regimi fascisti (e non solo loro) ha finito per “bruciarlo” nella nostra coscienza collettiva. E per tanti versi è bene che sia così. Però paghiamo anche un prezzo alto per l’esilio di questa parola – e del sentimento che indica – dal nostro vocabolario psico-politico. Perché il patriottismo ha pure una versione nobile: una disciplina di amore, il dovere di custodire la patria e il suo popolo, di accettare la nostra responsabilità civica verso il collettivo. Di fatto, il vero patriottismo è l’opposto del fascismo: «Noi non apparteniamo allo Stato, è lo Stato che appartiene a noi». Questo tipo di patriottismo è parte integrale della versione repubblicana della democrazia.

Ora, il punto è che noi ci chiamiamo “Repubblica italiana” o “francese”. Ma ormai le nostre democrazie non sono affatto repubblicane. C’è lo Stato, c’è il Governo e ci siamo noi.

Siamo come azionisti di un’azienda. Se la direzione della società chiamata “Repubblica” non produce dividendi politici e materiali, cambiamo manager con il voto di un’assemblea di azionisti che si chiama “elezioni”. Per qualsiasi cosa che non funziona nella nostra società ci rivolgiamo alla dirigenza, come facciamo quando, per esempio, la nostra connessione internet non funziona: «Abbiamo pagato (le tasse), e guarda che servizio pessimo ci danno…». È sempre lo Stato responsabile. Mai noi. È una democrazia clientelistica che non solamente ci deresponsabilizza verso la nostra società, verso la nostra patria, ma che deresponsabilizza la nostra stessa condizione umana.

Il secondo processo che permette di spiegare cosa sia successo all’Europa nasce sempre come reazione alla guerra, ed è paradossale. Abbiamo accettato, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, un obbligo serio e irreversibile – radicato nelle nostre costituzioni -: proteggere i diritti fondamentali degli individui anche contro la tirannia potenziale della maggioranza. In maniera più generale, il nostro vocabolario politico-giuridico è diventato un discorso sui diritti. I diritti del cittadino italiano sono protetti dai nostri tribunali e soprattutto dalla Corte costituzionale. Ma anche dalla Corte di giustizia dell’Unione, in Lussemburgo, e – ancora – dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Roba da far girare la testa.

Pensiamo a quanto sia diventato comune, nel discorso politico di oggi, parlare e parlare sempre di più di “diritti”. È enormemente importante. Non vorrei mai vivere in un Paese dove i diritti fondamentali non siano efficacemente tutelati. Però anche qui – come per l’esilio del patriottismo – paghiamo un prezzo caro. Anzi, di fatto due prezzi.

Anzitutto, la cultura nobile dei diritti mette sì l’individuo al centro, ma piano piano, quasi senza accorgersi, lo converte in un individuo auto-centrato. E il secondo effetto di questa “cultura dei diritti” – che è un assetto comune a tutti i cittadini europei – è un certo appiattimento della specificità politica e culturale, della propria identità nazionale.

La nozione della dignità umana – il fatto di essere stati creati ad immagine di Dio – contiene, allo stesso tempo, due aspetti. Da una parte implica che siamo tutti uguali nella nostra dignità umana fondamentale: ricchi e poveri, italiani e tedeschi… Dall’altra parte, riconoscere la dignità umana significa accettare che ognuno di noi è un universo intero, distinto e diverso da qualsiasi altra persona. E lo stesso vale per ognuna delle nostre società. Quando questo elemento di diversità viene sminuito, ci ribelliamo.

Il terzo processo che spiega che cosa sia successo all’Europa è la secolarizzazione. Intendiamoci: questa osservazione non è un richiamo evangelico. Non giudico la persona secondo la sua fede o la sua mancanza di fede. E anche se per me è impossibile immaginare il mondo senza il Signore – Il Santo Benedetto Egli Sia – conosco troppe persone religiose odiose e molti atei di massima caratura morale… Ma l’importanza della secolarizzazione sta nel fatto che una voce una volta universale, nella quale l’accento era sul dovere e non solo sul diritto, sulla responsabilità personale di fronte a quello che accade e non sull’appello istintivo alle istituzioni statali, è quasi sparita dalla prassi sociale.

Anche questo processo è iniziato con la Guerra mondiale. Chi di noi, dopo aver visto ad Auschwitz le montagne di scarpe dei milioni di bambini assassinati, non ha posto la domanda: Dio, dove eri? E mi perdoni, Santità, se dico che non sono sicuro che la Chiesa, dal dopoguerra al Concilio, non abbia in qualche modo aggravato questa crisi della fede.

Ci sono voluti decenni perché questi tre processi di maturazione poi producessero «uva selvatica» (Is. 5, 2). L’impatto è ovunque, ma è ancora più pesante per ciò che riguarda l’Unione europea.

A prescindere dai suoi scopi economici, l’Unione è stata concepita come «comunità di destino». Il nostro destino come europei, determinati dalla nostra storia – orrenda e nobile –, dalla nostra eredità valoriale, dalla nostra prossimità geografica e culturale, richiedeva una mutualità, una responsabilità e una solidarietà che andavano al di là dei normali rapporti internazionali.

Non vorrei fare prediche sulla pace, ma osservo semplicemente che anche questa pace, in Europa, è differente: è una pace basata su perdono e umanità, e non solamente su interessi e garanzie.

Ma oggi? L’Unione è diventata tutt’altra cosa. Innanzitutto, è percepita come una minaccia all’identità nazionale anche se in realtà non è cosi. L’Unione, infatti, rappresenta quell’aspetto della nostra dignità umana che riflette l’assetto valoriale comune. Se dà l’impressione di minacciare la nostra identità nazionale è perché noi stessi abbiamo perso la capacità di valorizzare la nostra propria specificità culturale e identitaria con sereno orgoglio. Dico di più, un’Europa vibrante necessità di società nazionali altrettanto vibranti.

Ma c’è di peggio. L’Europa è diventata un’unione di convenienze, di calcolo di vantaggi e svantaggi. Di solidarietà che esiste in periodi di prosperità, quando non è messa alla prova, ma sparisce in tempi di necessità. Di diritti, ma mai di doveri.

Io, Santità, sono italiano da poco. Può darsi che per questo non abbia imbarazzo a definirmi un “patriota italiano” e ad amare questo Paese che mi ha adottato. Ed essendo italiano, per forza sono europeo. Non perdo la speranza – perché, volenti o nolenti, siamo in un’Europa «comunità di destino». Quello che facciamo qui ha delle conseguenze per gli altri e vice versa. Perciò l’unica questione da porsi è quale destino sia – e quello dipende da noi. Nel bene e nel male, non possiamo non dirci europei.

Foto Europa da Shutterstock

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