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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

Pure l’Europa si è accorta che il Green deal è un pasticcio

Di Lodovico Festa
07 Febbraio 2025
La solita retorica della von der Leyen, le ammissioni di Tusk, gli imprenditori italiani e il bivio tra Cina e Stati Uniti. Rassegna ragionata dal web
Ursula von der Leyen Green Deal
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (foto Ansa)

Su Eunews Emanuele Bonini scrive: «Tornare indietro per andare avanti. La strategia della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è attesa alla prova dei fatti ma le premesse sono di inversione di marcia sotto ogni punto di vista. Il 29 gennaio il collegio dei commissari ha presentatola prima parte dell’agenda per la competitività (competitiveness compass). Si tratta del documento programmatico a cui poi seguiranno i singoli provvedimenti utili a rimettere mano al Green deal nel nome della “semplificazione”, vale a dire di una deregolamentazione a misura di imprese con le incognite del caso. Il 26 febbraio verranno svelate poi il Clean Industrial deal, la strategia per un’industria sostenibile e il pacchetto omnibus. In quest’ultimo provvedimento verranno indicati tutti gli interventi volti a condurre quella semplificazione senza precedenti che von der Leyen vuole per rilanciare la competitività europea. Una risposta a quanto, dalla politica alle imprese, hanno chiesto di rendere l’agenda di sostenibilità più praticabile. È von der Leyen che fa marcia indietro, che sconfessa, in parte, il suo primo mandato. La semplificazione di vasta portata si ravvede necessaria nei campi della rendicontazione sostenibile, prima legge Omnibus includerà una semplificazione di vasta portata nei campi della rendicontazione finanziaria sostenibile e sulla cosiddetta “due diligence”, vale a dire la dovuta attenzione che serve prima di stipulare contratti o intraprendere attività economiche. Si allargano dunque le maglie a possibili azioni che rischiano di sconfessare gli impegni di sostenibilità. Meno attenzione all’ambiente in cambio di accelerazione economica».

Come al solito le dichiarazioni della von der Leyen sono ampiamente retoriche, accompagnate dal fatto che la sua vice e responsabile delle politiche ambientali della Commissione europea, Teresa Ribera, non perde occasione per prendere le distanze dalle revisioni del Green deal.

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Su Ascanews si scrive: «Tusk, che l’Ue la conosce bene essendo stato presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019, ha criticato più in generale alcuni effetti negativi del Green Deal sull’economia e la competitività. “Il Green deal – ha affermato – non può essere una condanna per l’economia europea. Se saremo in bancarotta non convinceremo il mondo a fare alcun cambiamento. Dobbiamo rivedere la legislazione green in termini di oneri, per le aziende e per le persone comuni. L’approccio deve cambiare. Le sanzioni e gli obblighi non funzionano”. Quello che funziona, invece, secondo il premier polacco, sono “gli incentivi e le ricompense” per chi applica misure ambientali, “così come è stato deciso nella riforma della scorsa primavera della Politica agricola comune».

Donald Tusk esprime le posizioni non solo del Ppe ma di quell’arco di Stati europei (sempre più decisivo) che forma la cosiddetta Nuova lega anseatica (dall’Olanda ai Paesi baltici e appunto alla Polonia) e la sua è anche la posizione della Francia, dell’Italia e del probabile prossimo cancelliere tedesco Friedrich Merz.

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Su Agenzia nova si scrive: «In merito al green deal “è chiaro che ci voglia un rallentamento” ha ribadito Pasini. “Non siamo contrari al Green deal come imprenditori, anzi; credo che le imprese si stiano muovendo in questa direzione ma dobbiamo arrivarci sani, competitivi e in questo modo purtroppo i dati dimostrano il contrario. Anche in Europa faremo sentire il nostro peso” ha concluso».

Anche imprenditori non insensibili alle posizioni della sinistra come Giuseppe Pasini, oggi nuovo presidente della Confindustria lombarda, dicono chiaramente che il Green deal va radicalmente cambiato. Mentre intanto pure i sindacati dei metalmeccanici sfilano a Bruxelles chiedendo una revisione del Green deal (nell’indifferenza della sinistra italiana che si spende solo nel sostenere lo strapotere della magistratura).

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Su Startmag Marco Dell’Aguzzo scrive: «Secondo Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione europea e commissaria alla Transizione ecologica, la transizione energetica globale è portata avanti, nel concreto, dall’Asia, principalmente dalla Cina. Durante un evento al Forum economico mondiale di Davos – intitolato “A New Trilemma: Climate, Development, and Middle Class” –  Ribera ha detto che “molte delle tecnologie pulite sono finanziate da banche non occidentali”. Con tecnologie pulite, o clean tech, ci si riferisce a tutte quelle tecnologie utili all’attuazione concreta della transizione ecologica, come i pannelli solari, le turbine eoliche o le batterie».

Alla fine la Ribera pone il vero problema politico che è sotteso anche alla questione del Green deal e della sua revisione: va rilanciato un nuovo atlantismo attento anche a moderare (e modificare) le (non poche) posizioni meno accettabili (talvolta assolutamente bizzarre) di Donald Trump, o si deve scegliere come interlocutore decisivo la Cina (compiendo così il vero nuovo appeasement della nostra attuale epoca), la scelta preferita pure dal superpasticcione Romano Prodi e dagli autorevoli ambienti anche cattolici che lo sostengono? In questo senso è evidente come nei prossimi mesi non basteranno più i soliti artifici retorici vonderleyeniani per risolvere tale questione centrale (atlantici o filocinesi) per l’indirizzo politico che dovrà assumere l’Unione europea nella fase politica che stiamo vivendo.

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