Tentar (un giudizio) non nuoce

Vogliamo l’Europa “imperiale” della von der Leyen o quella delle Regioni?

Di Raffaele Cattaneo
18 Ottobre 2025
La proposta di bilancio 2028-2034 è una sciagura. È una visione che concentra potere e allontana le comunità, che sostituisce il principio di partecipazione con quello dell’obbedienza
Ursula Von Der Leyen Europa
La presidente della Commissione Europea Ursula von Der Leyen (foto Ansa)

Cosa sta accadendo in Europa? A Bruxelles con la nuova Commissione Von der Leyen tira un‘aria di centralismo di stampo quasi “imperiale”. L’esempio più clamoroso è la proposta del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale per il periodo 2028-2034, presentata dalla Commissione alcune settimane fa, che ha tenuto banco a Bruxelles anche in questi giorni, durante la settimana Europea delle Regioni e delle Città a cui ho partecipato nei giorni scorsi. Non si tratta soltanto di una questione di cifre, ma di visione. Il modo in cui l’Unione decide di distribuire le proprie risorse racconta l’idea stessa di Europa che si intende costruire.

Il bilancio proposto, a valore nominale, quasi raddoppia rispetto all’attuale, passando da poco più di mille miliardi a circa duemila. Ma se si depura il dato dall’inflazione e si sottrae il rimborso dei prestiti contratti per finanziare il Next Generation Eu, la quantità reale delle risorse resta pressoché identica: poco più dell’1 per cento del Pil europeo. Il nodo vero non è dunque la dimensione economica, ma l’impostazione politica. Dietro questa proposta si nasconde un mutamento di prospettiva che allontana l’Unione dal principio di sussidiarietà, sancito nel trattato di Maastricht e dall’idea stessa di un’Europa delle Regioni, sostituita da una concezione accentrata, in cui Bruxelles premia chi si allinea alle priorità definite al centro.

Leggi anche

Dai territori ai governi

Le conseguenze di questa impostazione si leggono bene nei numeri. Storicamente, le politiche di coesione e la politica agricola comune rappresentavano insieme circa due terzi del bilancio europeo. Oggi scendono al 44 per cento. Non solo: vengono accorpate in un unico capitolo, innescando una competizione diretta tra territori e agricoltori. È facile immaginare che chi ha maggiore forza di pressione, come il mondo agricolo, riuscirà a recuperare parte delle risorse perdute a scapito delle aree meno rappresentate. Per la Lombardia, questa dinamica significherebbe una perdita stimata tra un miliardo e un miliardo e mezzo di euro: dai 4,4 miliardi dell’attuale programmazione si scenderebbe a circa 3 miliardi complessivi.

Ancora più rilevante è la decisione di spostare la programmazione delle politiche di coesione dai territori ai governi nazionali. Le Regioni e gli enti locali, che per anni hanno programmato e gestito direttamente questi fondi, verrebbero sostanzialmente esclusi e trasformati in meri beneficiari di scelte altrui. La Commissione parla di semplificazione, ma la confonde con centralizzazione. Ridurre oltre 450 programmi regionali a 27 nazionali e 52 programmi europei a 16 significa in realtà concentrare potere, prima a Bruxelles e poi nei ministeri. A ciò si aggiunge un cambiamento di metodo: le risorse non verranno più erogate in base alle spese rendicontate, ma solo al raggiungimento di specifiche riforme o traguardi stabiliti da Bruxelles. È un’inversione di paradigma che trasforma l’Europa da costruzione dal basso in architettura calata dall’alto. Una rivoluzione copernicana, in cui a un’Unione Europea sinfonica, si sostituisce l’Europa dei “pifferai” di Bruxelles, che pensano di conoscere tutto.

(Ansa)
(Ansa)

Una donna sola al comando

Il rischio è evidente. L’Unione nasce per valorizzare la diversità dei popoli che la compongono. Il suo motto, “Uniti nella diversità”, non è retorica ma principio fondativo. Eppure, la proposta in discussione va nella direzione opposta, accentra, uniforma, decide. Basti pensare al nuovo Fondo Europeo per la Competitività, che avrà una dotazione superiore ai 400 miliardi e sarà gestito direttamente a Bruxelles. Anche il modo in cui il testo è stato elaborato solleva interrogativi: nessun commissario europeo ne era informato e la bozza sarebbe stata scritta quasi interamente dal capo di gabinetto della presidente Ursula von der Leyen e dal direttore generale del Bilancio, già membro in passato dello stesso gabinetto. È difficile non vedere in questo processo una deriva tecnocratica che di allontanerà ancora di più i cittadini dalle istituzioni. Chi di noi desidera un’Europa fatta da un uomo, in questo caso una donna, sola al comando?

Infatti, i cittadini europei chiedono l’esatto contrario! Un report pubblicato lunedì scorso a Bruxelles, su dati Eurobarometro della Commissione, mostra che il livello di governo più apprezzato è quello regionale e locale, con il 61 per cento di consenso, mentre quello europeo si ferma al 52 e quello nazionale scende al 36. Il 54 per cento degli intervistati ritiene inoltre che le decisioni sui progetti territoriali debbano essere prese a livello locale, non a Bruxelles o nelle capitali (entrambe al 21 per cento). È un segnale netto: l’Europa è più forte quando ascolta i territori e costruisce fiducia dal basso. Andare in direzione opposta significa indebolire e in prospettiva mettere a rischio l’intero progetto europeo.

Una costruzione condivisa

Per questo considero la proposta di bilancio 2028-2034 una sciagura. È una visione che concentra potere e allontana le comunità, che sostituisce il principio di partecipazione con quello dell’obbedienza. Un’Europa così rischia di perdere la propria anima e la propria legittimità. Il futuro dell’Unione potrà esistere solo se saprà ritrovare la strada di sempre, quella di una costruzione condivisa, che nasce e cresce dal basso, unita nelle diversità, fondata sulla libertà e sulla responsabilità dei territori che la compongono.

L’Europa che vuole la gente, che volevano i Padri fondatori e che vogliono le Regioni e i territori, ma che forse non piace più a chi comanda a Bruxelles e ai burocrati che la circondano.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.