Esselunga non è grande perché «siamo italiani al 100 per cento». E infatti «siamo oberati di tasse»

Geniale lettera di Bernardo Caprotti che, tra frecciate e ironie, spiega cosa permette alla sua creatura di andare avanti. Pur in mezzo a tasse, leggi e «concorrenti politici» avversi

Come è difficile fare impresa in Italia: il patron di Esselunga ne sa qualcosa. Botta e risposta tra Corriere della Sera e il leader del terzo polo italiano della grande distribuzione Bernardo Caprotti che, con una lettera, ha reagito a un editoriale del quotidiano di via Solferino, firmato domenica 8 settembre dal politico (Pd) e giornalista Riccardo Franco Levi, su «Armani, Esselunga, Luxottica: il presidio italiano delle imprese».
Editoriale in cui Levi, dopo aver tessuto le lodi delle tre aziende, ha espresso preoccupazione per la loro sorte alla luce della «realtà anagrafica» dei rispettivi numeri uno: quasi ottant’anni per Leonardo Del Vecchio e Giorgio Armani, novanta per Caprotti. Un numero di primavere che, a suo avviso, renderebbe «legittimo interrogarsi sul futuro dei gioielli da loro creati e su come far sì che la loro proprietà resti italiana». A maggior ragione dopo che campioni nazionali del calibro di Marazzi, Bulgari, Loro Piana, Ducati, Riso Scotti, Pernigotti e Pasticceria Cova sono già state recentemente acquisite da imprenditori stranieri.

NEMO PROPHETA IN PATRIA. Caprotti, dopo aver ringraziato per le «lusinghiere espressioni» usate nei riguardi suoi e di Esselunga da Levi e dal Corriere, ha risposto alle preoccupazioni facendo presente alcuni degli ostacoli e ostruzionismi di natura «politica» e burocratica che ha incontrato nell’arco di oltre quarant’anni anni proprio nel tentativo di assicurare un futuro migliore e prosperoso alla sua azienda.
«Mettere Esselunga accanto ad Armani e Luxottica è azzardato», ha esordito Caprotti. «Meglio sarebbe stato scegliere Ferrero». Esselunga, infatti, «è una piccola azienda, piccolissima nel suo settore, è solo una multiprovinciale, non ha un centesimo di attività fuori dai confini nazionali». Una «multiprovinciale» che, diversamente da Luxottica, Ferrero, Pirelli («italiana al 17 per cento, credo»), Squinzi, Bombassei e Calzedonia, è «italiana al 100 per cento». Un’azienda il cui contributo, tuttavia, «a livello internazionale è riconosciuto», ma che in Italia ancora «non è ben accolta».

TASSE E BUROCRAZIA. Esselunga, prosegue Caprotti, «neppure riesce a insediarsi a Genova o a Modena, per non dire Roma, ove io poco, ma i nostri urbanisti si sono recati forse 2.000 volte in dodici anni nel tentativo di superare ostacoli di ogni genere, per incontrare adesso il niet del nuovo sindaco (Ignazio Marino, ndr) del quale si può dire soltanto che è un po’ “opinionated”». Un’azienda «tassata al 60 per cento» e che «porta avanti vecchi progetti nel quale si era impegnata ancora al tempo delle lire». Per realizzare un punto vendita, spiega, Caprotti, «occorrono mediamente da otto a quattordici anni. Ma per Legnano ventiquattro; mentre a Firenze forse apriremo l’anno prossimo un Esselunga di là d’Arno, una iniziativa partita nel 1970! così, ultimamente, abbiamo cancellato ogni nuovo progetto». Recentemente a balzare agli onori della cronaca, proprio sul Corriere, era stato il caso del cantiere di Novara.
Esselunga, che «di problemi ne ha troppi» e che «si avventura ogni giorno in una giungla di norme, regole, controlli, ingiunzioni, termini, divieti che cambiano continuamente col cambiare delle leggi, dei funzionari, dei potenti», si trova così, ogni giorno, di fronte a uno «slalom gigante con le porte che vengono spostate mentre scendi». Con il rischio perenne di «affondare nelle sabbie mobili italiane». Un’azienda «oberata da un esiziale carico fiscale atto solo a sostenere tutto ciò che nel paese è sovvenzionato. Cioè quasi tutto».

LA POLITICA NEL MEZZO. E non è tutto. Chiude, infine, Caprotti, facendo notare anche che, «per soprammercato facciamo un mestiere che nel nostro stranissimo paese è politico». Perché? «Perché sono “politici” i due più grandi operatori nazionali», i suoi più diretti concorrenti: Coop e Conad. Una cosa che «fuori» dall’Italia «non riescono neppure a capire. Ma sono tante le cose che gli stranieri non possono capire di noi».