Lettera in redazione. Gli errori della “nuova destra” sull’ideologia gender

Critica liberal-capitalista alle idee di Alain Benoist. Pubblichiamo una lettera giunta in redazione come contributo per un dibattito

Christopher Street Day Pride Parade in MunichCaro direttore, in una celebre scena del film Aprile Nanni Moretti (di cui in questi giorni è nei cinema Mia madre) urlava impotente verso lo schermo televisivo: «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» Sembra che oggi per sentire cose di sinistra sia necessario tendere l’orecchio a destra. Nel libro I demoni del bene (Edizioni Controcorrente, 2015), Alain Benoist, teorico della “nuova destra” francese, cita Karl Marx come un Peppone di altri tempi.

L’unica ragione per cui vale la pena esaminare la tesi senile di Benoist è che è presa molto sul serio da molti cattolici, non solo i “cattocomunisti”. Infatti, Benoist mescola la menzogna (marxista) alla pura e semplice verità su un tema che oggi sta a cuore ai cattolici più di ogni altro: la dittatura dell’ideologia gender. Quando sono mescolate alla verità, le menzogne non solo sono più insidiose ma finiscono per screditare la verità stessa cui sono mescolate. Quindi è più che mai urgente dissezionare chirurgicamente le affermazioni di Benoist, liberando la verità in esse contenuta dal parassita marxista e anti-cristiano.

Ecco la pura e semplice verità sulla cultura gender proclamata da Benoist: attaccando la famiglia naturale, questa cultura mira a creare una massa di individui indifferenziati dal punto di vista sessuale e quindi socialmente isolati che possono essere sottomessi più facilmente dal governo “democratico”. «Il grande inganno consiste nel far passare come sensibilizzazione alla democrazia, alla tolleranza, come pedagogia, quella che è in realtà la cancellazione di ogni legame e di ogni identità culturale, storica, religiosa, familiare e sessuale. È la rottura (democrazia contro natura), e il pensiero gender ne costituisce solo un’ultima declinazione, tra l’uomo-creatura e il Creato, per una nuova antropologia, dove al posto della natura c’è la cultura, la scelta (il desiderio che diventa diritto), e dove al posto dell’uomo, c’è l’uomo in progress, l’uomo indistinto, indifferenziato, l’apolide, il cittadino asessuato del mondo. Perché in questo modo può diventare più schiavo dell’economia, mero ingranaggio, e schiavo del nuovo ordine mondiale» (Fabio Torriero, Parla in esclusiva Alain de Benoist: “Il gender è figlio del capitalismo liberale”, intelligonews.it, 15 aprile 2015).  Fin qui, anche il papa ci metterebbe la firma.

Ed ecco le menzogne colossali con cui Benoist guasta la verità appena proclamata. La prima è che l’ideale dell’indifferenziazione sessuale deriverebbe addirittura dal Nuovo Testamento: «dal punto di vista cristiano, la differenza tra gli uomini e le donne è di fatto inessenziale agli occhi di Dio. È ciò che dice San Paolo in un passaggio molto conosciuto dell’epistola ai Galati: “Non c’è più né ebreo né greco… Non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”». Bisognerebbe sillabare più volte questa affermazione delirante di Benoist a tutti i cattolici che sui social network lo applaudono entusiasti.

La seconda menzogna è che la cultura gender… sarebbe l’estrema conseguenza del liberal-capitalismo: «Il liberalismo economico (di destra) e il liberalismo culturale e sociale (di sinistra) sono destinati a ricongiungersi. Bisogna del resto farla finita col il mito del ’68”! Non è dal ’68 ma dal capitalismo liberale che proviene l’idea di una libertà irresponsabile e senza limiti (…) Karl Marx non aveva torto a dire che la borghesia ha affogato l’ordine antico “nelle acque gelide del calcolo egoistico”. La cultura libertaria si situa di diritto nel prolungamento di questa tendenza. Come ha scritto il filosofo Jean Vioulac, “l’avvento della società dei consumi implicava la dissoluzione di tutto ciò che era suscettibile di frenare l’acquisto sui mercati, e dunque l’abolizione di ogni legge morale che reprimesse la soddisfazione immediata del desiderio». E Nanni Moretti applaude.

Ma cerchiamo di ristabilire la verità. Innanzitutto, che cosa è il capitalismo? Fra la gente di media cultura è ancora molto diffusa l’idea che il capitalismo sia figlio della riforma protestante. In realtà, la maggioranza degli studiosi competenti (fra cui Rodney Stark e Thomas Woods, per citarne solo due) sanno che il capitalismo non è nato nel XVI secolo nei paesi protestanti ma è nato tre o quattro secoli prima nei cattolicissimi comuni italiani. Tralasciando le significative differenze fra cattolicesimo e protestantesimo, quello che adesso importa è che la “etica capitalista” si fonda sulla morale cristiana, condivisa da cattolici e protestanti. Concretamente, “capitalismo” significa: accumulare un “capitale” per investirlo in attività produttive al fine di incrementare il capitale stesso, che poi verrà reinvestito eccetera. La maggior parte dei cattolici si stracciano le vesti se dici loro che Gesù di Nazareth non era affatto anti-capitalista. Evidentemente non ricordano bene la parabola dei talenti: il servo buono “investe” i talenti che gli sono stati dati in una attività produttiva, raddoppiandoli.

Ma andiamo avanti. Alain Benoist afferma: «Non è dal ’68 ma dal capitalismo liberale che proviene l’idea di una libertà irresponsabile e senza limiti (…) Karl Marx non aveva torto a dire che la borghesia ha affogato l’ordine antico “nelle acque gelide del calcolo egoistico”». In realtà, il vero capitalista liberale deve essere esattamente il contrario di irresponsabile ed egoista. In primo luogo, per mettere in piedi una attività produttiva di successo occorre un gran senso del dovere, una grande capacità di dedizione al lavoro e la disponibilità a sopportare molti sacrifici. In secondo luogo, perché una impresa funzioni è necessario che tutti i dipendenti ci lavorano volentieri; perché ci lavorino volentieri è necessario che l’imprenditore li tratti bene. Il capitalista è un individuo responsabile non soltanto per sé stesso ma anche per gli altri, in primo luogo i suoi dipendenti. In sintesi, per essere bravi capitalisti bisogna seguire una morale molto forte, che esalta la dedizione al lavoro e che condanna la pigrizia, che esalta la generosità verso il prossimo e condanna l’egoismo. In sostanza, bisogna seguire la morale cristiana. Per fare un esempio di cronaca, i dipendenti della Ferrero di Alba, produttrice del prodotto dolciario di maggiore successo a livello mondiale (la Nutella), si dichiarano essere i dipendenti più soddisfatti d’Italia. Il signor Ferrero, scomparso di recente, una volta disse che l’idea della Nutella gli era venuta dopo avere chiesto alla Madonna di Lourdes di dargli nuove idee per la sua azienda. Da allora, pretese che in tutti i reparti della sua azienda fosse presente una statuetta della Madonna.

Come abbiamo visto, secondo Benoist il concetto cristiano di uguaglianza di fronte a Dio porta alla negazione delle differenze non solo fra uomini di diversa estrazione sociale ed etnica ma anche fra uomo e donna, aprendo così la strada alla ideologia gender. Evidentemente Benoist non riesce a intendere che l’uguaglianza di valore non implica l’uguaglianza dell’identità. Io e il mio prossimo abbiamo entrambi un valore infinito ma io sono infinitamente diversa da lui e lui è infinitamente diverso da me. E se le differenze individuali sono irriducibili, tanto più o sono quelle fra individui maschi e individui femmine. Per tagliare corto, nella Genesi c’è una frase che, da sola, basta a fare cadere tutto il castello di carte di Benoist: «Maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). Occorre una robusta dose di malafede, che a Benoist non manca, per disconoscere che il cristianesimo ha sempre esaltato la famiglia naturale monogamica, fondata sul matrimonio indissolubile fra maschio e femmina.

Nato dal cristianesimo, il capitalismo è strettamente legato, fin dalle origini, all’istituto familiare (non a caso, la più antica forma di impresa capitalistica è l’impresa a conduzione familiare). Creando una rete di rapporti solidali attorno all’individuo, la famiglia lo protegge nella buona e nella cattiva sorte, mettendolo nelle migliori condizioni per fare impresa

Con buona pace di Benoist, all’origine della dissoluzione della famiglia e della conseguente affermazione dell’ideologia gender non c’è il fantomatico “liberismo selvaggio” ma proprio il Sessantotto, che Augusto Del Noce insegna essere stata una rivoluzione marxista-freudiana (cfr. Augusto Del Noce, L’erotismo alla conquista della società). Ma che cosa potevano avere in comune gli austeri militanti dei partiti comunisti con i frivoli cultori hippy del “sesso, droga e rock’n roll”? Più di quanto si pensi.  È vero che fino agli anni Cinquanta i comunisti propugnavano una morale sessuale assai rigida, indistinguibile da quella tradizionale. Ma alla base della loro morale non c’era tanto l’amore per la famiglia quanto l’avversione per l’edonismo in tutte le sue forme, che secondo loro era espressione di “decadenza borghese”. Se infatti l’edonista borghese mirava al piacere immediato, invece il vero comunista doveva lottare per portare il paradiso in terra; se l’edonista borghese guardava al presente, il comunista doveva guardare al futuro.

Ma se non aveva più un destino ultraterreno, se era solo corpo, l’uomo nell’ottica del marxismo non poteva che vivere in funzione del piacere del corpo. Il comunista non poteva accontentarsi di vivere nell’attesa di una soddisfazione politica che sarebbe arrivata in un futuro imprecisato: doveva godersi la vita anche nel presente. Quindi il marxismo era destinato fin dall’inizio a diventare edonismo, la rivoluzione politica era destinata fin dall’inizio a prolungarsi nella rivoluzione sessuale, il pensiero di Marx era destinato fin dall’inizio a congiungersi col pensiero di Freud estremizzato da Wilhelm Reich (il primo a teorizzare la libertà sessuale come strumento di liberazione dalle nevrosi). Oltreché soddisfare desideri sessuali, l’uomo-corpo deve soddisfare immediatamente ogni sorta di bisogni e desideri materiali. E come può soddisfarli, se non consumando beni materiali? Ecco perché il passaggio dal comunismo di massa al consumismo di massa è stato così repentino. D’altra parte il marxista Pasolini, che da una parte tuonava contro “la società dei consumi” e dall’altra mandava al cinema film semi-pornografici “d’essai”, non è stato in grado di spiegare in maniera convincente perché il consumismo tout court fosse una cosa orribile mentre il consumismo sessuale, da lui gioiosamente praticato, fosse “progressista”.

Dunque dal punto di vista filosofico il consumismo è una conseguenza del materialismo marxista, ma non solo marxista. Invece dal punto di vista sociale il consumismo come atteggiamento di massa è una conseguenza dell’applicazione delle politiche keynesiane. Ma andiamo per ordine. Il filosofo Jean Vioulac, citato da Benoist, conferma l’idea, molto cara ai cattolici poco informati, che il consumismo sia l’altra faccia del liberal-capitalismo. In realtà il consumismo sta alla società liberal-capitalista come un parassita sta ad una pianta. Infatti l’etica capitalista originaria non incoraggia a seguire uno stile di vita consumista bensì a limitare i consumi per mettere da parte i soldi. Per investire un capitale bisogna prima accumularlo, per accumularlo bisogna risparmiare, per risparmiare bisogna mortificare qualche desiderio. Insomma, per mettere insieme un capitale occorre la virtù cristiana della temperanza. Il servo buono della parabola non utilizza i talenti che ha a disposizione per comprare beni voluttuari ma li investe in una attività produttiva.

Il popolo dei paesi occidentali ha sempre avuto l’abitudine di limitare i consumi per mettere da parte i soldi. Ebbene, un massone del secolo scorso non sopportava questa abitudine popolare, che puzzava ancora troppo di cristianesimo. E così scrisse che il risparmio era l’origine di tutti i mali dell’economia, e tutti i governi occidentali gli hanno creduto e gli credono tuttora. Per incoraggiare i consumi e scoraggiare i risparmi, i governi hanno cominciato più di cinquant’anni fa ad assumere più gente possibile nel settore pubblico. A loro non importa che il settore pubblico sia veramente produttivo (e di fatto non lo è, per definizione) ma che i pubblici dipendenti corrano a spendere tutto lo stipendio, senza mettere via nulla da parte per il futuro. Per aiutarli a non cedere alla tentazione di risparmiare, il governo crea l’inflazione: a che serve mettere via dei soldi, se domani quei soldi varranno di meno? D’altra parte, per assumere tutta quella gente i governi devono indebitarsi, che significa bruciare i risparmi futuri dei contribuenti, specialmente di quelli non ancora nati.  “Tanto nel futuro saremo tutti morti”, diceva questo massone, che di nome faceva John Maynard Keynes. Poiché non crede che ci sia una vita dopo la morte e “del doman non v’è certezza”, l’uomo-corpo pensa solo a godersi il momento presente “che si fugge tuttavia” e pazienza se per goderselo fino in fondo deve togliere il pane di bocca a quelli che verranno quando lui sarà morto. L’uomo-corpo, in sostanza, non si comporta come il servo buono ma come un figliol prodigo che non torna dal padre e sfrutta i suoi stessi figli, costringendoli a pagare i suoi debiti. Inutile dire che le politiche keynesiane, basate appunto sull’etica del figliol prodigo, non hanno mai fatto ripartire nessuna economia, ma piuttosto hanno fatto precipitare molte economie nel baratro di debiti inestinguibili (si dia un’occhiata alla Grecia).

L’edonismo marxista e keynesiano è incompatibile col liberal-capitalismo. Individui edonisti, che mirano soltanto alla soddisfazione immediata dei loro desideri, non sono capaci né di risparmiare né di investire né di dedicarsi con costanza all’impresa né di badare ai propri bisogni. Individui indifferenziati dal punto di vista sessuale, che non si sposano e non fanno figli (o li “fanno” in maniera mostruosa), non potranno costruire attorno a loro stessi reti di rapporti solidali, basati sulla parentela e sull’amicizia, che possano proteggerli nei momenti del bisogno. Per potersi dedicare in pace alla ricerca del piacere, questi individui demanderanno allo Stato il compito di provvedere ai loro bisogni “dalla culla alla tomba”. Quando scompare la mamma, lo Stato diventa mamma. In conclusione, il libertinaggio di massa non è l’altra faccia del “liberismo selvaggio” ma l’altra faccia della socialdemocrazia selvaggia, che non è se non un comunismo moderato. Non sfugga che l’industria pornografica non è nata in un paese “liberista” ma in un paese socialdemocratico: la Svezia. Viene in mente il Brave New World di Aldous Huxley: nel mondo nuovo, che non a caso si basa sul marxismo e sul freudismo (i cognomi più diffusi sono “Marx” e “Freud”), gli individui sono fabbricati in catena di montaggio e non vivono per altro che per drogarsi e fare sesso. L‘edonismo individuale è l’altra faccia del totalitarismo politico. L’ideologia gender sembra davvero uno strumento nelle mani di un occulto potere, che mira ad isolare gli individui per dominarli meglio. E nani del pensiero come Benoist aiutano questo potere occulto attaccando l’unico sistema che potrebbe contrastarlo: il sistema liberal-capitalista.

Giovanna Jacob

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