Eritrea. Il regime chiude le cliniche della Chiesa e perseguita i cristiani

La pace con l’Etiopia non ha cambiato l’atteggiamento della dittatura. La Chiesa è stata colpita come vendetta per le critiche mosse al governo. E a maggio 30 cristiani sono stati arrestati solo perché pregavano in casa

Il governo dell’Eritrea ha chiuso la scorsa settimana tutte e 22 le cliniche sanitarie gestite dalla Chiesa cattolica. La notizia è stata riportata dalla Bbc, secondo cui si tratterebbe di una vendetta del regime. La Chiesa, infatti, aveva criticato il governo ad aprile chiedendo di attuare le riforme indispensabili a bloccare l’emorragia di giovani, che a migliaia scappano ogni anno dal paese.

«AGITE COME IL REGIME MARXISTA»

In risposta alla mossa autoritaria, la Chiesa ha inviato una lettera al ministero della Salute lamentando che niente di tutto questo potrebbe succedere in un paese dove vige lo «stato di diritto». Inoltre, nota la Bbc, la chiusura delle cliniche causerà enormi problemi alla popolazione, visto che solo la Chiesa si prende cura delle donne e dei bambini nelle aree rurali dell’Eritrea.

Accusando il regime della stessa brutalità della dittatura marxista, che nel 1982, quando l’Eritrea non era ancora indipendente ma faceva parte dell’Etiopia, usò la forza per impedire l’accesso a conventi, scuole e cliniche, la Chiesa ha spiegato che dirigere opere sociali non può in alcun caso essere visto come un atto di «opposizione al governo».

Dopo 20 anni di conflitto l’Eritrea ha firmato un vero trattato di pace con l’Etiopia l’anno scorso. Il dittatore Isaias Afewerki ha sempre utilizzato lo stato di guerra latente come scusa per opprimere la popolazione. La Costituzione del 1997, che garantisce tutti i diritti civili e umani, non è mai stata implementata con la scusa della guerra.

SERVIZIO DI LEVA, VERA SCHIAVITÙ

Da anni il regime utilizza l’argomento delle tensioni con l’Etiopia per imporre a tutti gli eritrei, a partire dai 17 anni, la coscrizione obbligatoria. Il problema è che la durata del servizio di leva è indefinita e molti sono costretti a fare i soldati anche per 30 anni. Questa politica scellerata distrugge le famiglie e il tessuto economico della popolazione, oltre a rubare il futuro a migliaia di giovani. Per questo, chi può e riesce, scappa ed è disposto anche a rischiare di morire attraversando il Mar Mediterraneo verso le coste italiane: tutto meglio che vivere in Eritrea.

Allo stesso modo le religioni vengono perseguitate. Dopo anni di promesse, nel 2002 lo Stato ha ammesso quattro confessioni religiose: Chiesa ortodossa, Chiesa cattolica, Chiesa evangelica luterana e islam sunnita. I loro fedeli hanno una limitatissima libertà di culto, tutti gli altri neppure quella. Ancora oggi, nelle oltre 300 carceri, ufficiali e non, sparse per il paese languono più di 10 mila prigionieri politici e di coscienza in condizioni spaventose. I cristiani incarcerati per la loro fede sono migliaia, il dato più credibile si aggira intorno alle tremila unità e si può essere arrestati anche solo per il possesso di una Bibbia, come hanno denunciato con coraggio i vescovi cattolici.

30 CRISTIANI ARRESTATI PERCHÉ PREGAVANO

La chiusura delle cliniche dimostra che la pace con l’Etiopia non ha cambiato l’atteggiamento del regime eritreo. A maggio più di 30 cristiani pentecostali sono stati incarcerati solo perché trovati a pregare in diverse località della capitale Asmara. «Le forze di sicurezza continuano a fare irruzioni in case private dove fedeli di religioni non riconosciute si ritrovano a pregare», ha dichiarato in un comunicato Human Rights Watch. «L’unico modo per essere rilasciati di solito è ripudiare la religione».

L’Unione Europea dovrebbe usare la sua influenza politica ed economica per obbligare il regime ad attuare le riforme promesse. Invece, come dimostrano i fondi appena stanziati da Bruxelles per la ricostruzione di alcune strade fondamentali nel paese, si gira dall’altra parte. L’accordo prevede infatti che ai lavori possano partecipare anche i «coscritti nel servizio nazionale», sottoposti di fatto a lavoro forzato. Autorizzare lo sfruttamento degli eritrei non è certo il modo migliore per dare un segnale forte ad Afewerki.

Foto Ansa