L’emergenza profughi spiegata da chi deve gestirla. Intervista al prefetto Morcone

Le dimensioni reali del fenomeno. Il «fiasco totale» del piano europeo. Il “gioco sporco” alle frontiere. I costi per lo Stato. I problemi burocratici e quelli politici

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Alto livello di emergenza. Il sistema rischia di andare in tilt. Estate che si annuncia drammatica. Questi sono alcuni dei titoli che sono finiti sulle pagine dei giornali in questi ultimi giorni. Effettivamente nella sola settimana dal 23 al 29 maggio sono sbarcati sulle coste della Sicilia e della Calabria 13 mila migranti, quasi tutti provenienti dall’Africa subsahariana, dall’Eritrea e alcuni anche dalla Siria. Ormai più di mille sono le vittime, disperati che non sono riusciti a portare a termine il loro lungo viaggio. Eppure il prefetto Mario Morcone, dal 2014 capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, smorza i toni usati dai giornalisti, senza tuttavia negare i problemi che ci sono e che con il miglioramento delle condizioni meteo marine aumenteranno certamente: «Invasione, collasso delle strutture, sono termini abusati in maniera veramente sgradevole ed eccessiva», dice a Tempi. «Certo noi non possiamo assorbire tutte le difficoltà di un continente come l’Africa, dove ci sono paesi in fiamme».

Effettivamente, i numeri finora registrati dal Viminale parlano di 47.940 sbarchi da gennaio a fine maggio, soltanto 488 migranti in più rispetto allo stesso periodo del 2015, anno che si chiuse con un totale di 153.842 sbarchi. E se anche dal prossimo giugno e fino alla fine di dicembre gli arrivi dovessero seguire il trend di due anni fa, alla fine dell’anno potrebbero contarsi circa 180 mila arrivi, poco più rispetto al 2014 che in totale ne contò poco più di 170 mila. Ecco perché il prefetto non sminuisce affatto il problema, ma cerca di guardarlo per quello che è: «Per ora nulla di diverso rispetto al passato».

Ciò che preoccupa Morcone non è tanto quello che avviene sulle coste meridionali dell’Italia, ma quanto accade ai nostri confini settentrionali. E ancora di più, l’accordo firmato a Bruxelles sulla redistribuzione dei migranti: «Un vero fallimento, un fiasco totale», lo definisce. Il limite di emergenza fissato dal Dipartimento sull’immigrazione è intorno ai 160 mila profughi accolti e le condizioni per lo sfondamento in tempi brevi sembrano esserci visto che il sistema italiano, sempre a fine maggio, aveva già in carico la non proprio tranquillizzante cifra di 121.306 stranieri.

A imballare la macchina dell’accoglienza è il tappo che si è venuto a creare alle frontiere del Nord Italia?
Certamente questo influisce pesantemente. Prima l’Italia era una tappa di un più lungo viaggio che aveva come meta finale i paesi più a nord come la Germania. Pochi facevano richiesta d’asilo, mentre oggi l’80 per cento la fa, allungando in questo modo la permanenza nelle strutture. Prima c’era un ricambio costante garantito da chi proseguiva il viaggio verso altre nazioni, oggi non è più così.

Un reportage del Fatto quotidiano ha rivelato come le autorità di Vienna favoriscono un esodo verso l’Italia dei migranti arrivati in terra austriaca passando dai Balcani.
Il giochetto austriaco lo conosciamo, ma speriamo sia concluso con l’elezione del nuovo presidente. Tuttavia, ritengo offensiva e ridicola l’accusa mossa alle nostre autorità di non fare controlli al Brennero. Al massimo è vero il contrario. Quando vengono intercettati, afghani e pachistani sono scortati alla questura di Udine. Lì fanno richiesta di asilo politico e quindi iniziano tutte le lunghissime trafile legate alla domanda. Gli afghani tendenzialmente lo ottengono, i pachistani no. E quindi fanno ricorso al giudice ordinario e rimangono in questo stallo anche un anno e mezzo, entrando in automatico, e di conseguenza affollando, il nostro sistema di accoglienza.

Ma il piano di ricollocamento dei migranti approvato lo scorso anno dall’Unione Europea non era stato studiato proprio per evitare di lasciare Italia e Grecia da sole davanti al problema profughi?
L’accordo è stato un vero fallimento. La proposta di Jean-Claude Juncker prevedeva il binomio solidarietà-responsabilità. A noi veniva chiesta la responsabilità: identificare con la fingerprinting i migranti e garantire che nessuno sconosciuto potesse circolare nell’area Schengen. Questo lo abbiamo fatto e Bruxelles lo ha riconosciuto. Contestualmente dovevamo essere contraccambiati con la solidarietà degli altri paesi dell’Unione. Invece i numeri dimostrano il contrario e siccome il piano della redistribuzione non partiva, due mesi fa si era deciso di trasferire entro metà maggio almeno 20 mila persone sbarcate tra Italia e Grecia. Dall’inizio del piano, invece, ne sono state ricollocate circa 1.800.

Un passo indietro. Cosa prevede questo accordo?
La redistribuzione dei rifugiati tra gli Stati. Il numero si calcola in base a un meccanismo che tiene conto di popolazione, Pil, disoccupazione e richiedenti asilo già accolti. Tuttavia, l’accordo prende in considerazione solo i migranti di quelle nazionalità che, secondo Eurostat, statisticamente nel 75 per cento dei casi ottengono asilo. Risultato: possono essere ripartiti siriani, iracheni ed eritrei, gli altri no.

Sulle nostre coste sbarcano soprattutto africani, cosa serve questo accordo all’Italia? Perché il governo lo ha definito un grande successo?
Il governo ha creduto, in buona fede, alla decisione assunta a Bruxelles che, va ricordato, non è stata approvata all’unanimità. Quella di iracheni, siriani, eritrei è una regola che l’Italia ha dovuto “subire”. Ma la linea che separa il rifugiato dal migrante economico sappiamo bene quanto sia sottile. È una distinzione che qualcuno ha voluto costruire in modo astratto, ma la nostra cultura dell’accoglienza non può cadere in questa semplificazione. Comunque, se si rispettassero gli impegni presi e si ricollocassero anche solo gli eritrei, per l’Italia non sarebbe cosa da niente. Ma nemmeno questo si fa.

Perché?
I problemi sono molti. Partiamo dal fatto che alcuni paesi europei, nonostante l’accordo, non accettano i migranti. E mi riferisco soprattutto ai paesi dell’Est. Ungheria e Slovacchia al momento hanno rifiutato ogni migrante. Altri paesi, invece, nonostante la disponibilità data a Bruxelles, hanno aperto le porte a un numero di rifugiati molto inferiore rispetto al previsto. Per fare due esempi, a fine maggio la Germania soltanto 20, la Spagna 18.

Ma tra le proposte di revisione del trattato di Dublino non c’è anche quella di far pagare agli Stati che non rispettano le regole 250 mila euro per ogni profugo rifiutato?
È vero, ma per ora rimane una proposta che ha fatto arrabbiare tutti i paesi dell’area di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) che rifiutano i profughi ma incassano cifre ragguardevoli dal bilancio comunitario. Sono paesi che abbiamo sostenuto e aiutato nei loro momenti di difficoltà e che ora hanno delle posizioni insopportabili. Credo che prima o poi si dovrà fare qualcosa, bisognerà chiedere conto dei loro atteggiamenti, perché le sanzioni pecuniarie vanno bene, ma non risolvono il problema. L’Italia per la situazione delle nostre carceri viene sanzionata da Bruxelles, ma il problema non lo abbiamo mai risolto. Vale la stessa cosa per i migranti: forse ci saranno multe molto salate, ma la verità è che intanto il migrante rimane un problema per Italia.

Quali sono gli altri problemi che avete riscontrato?
Prima di tutto quello delle pratiche: complicate, lunghe, tortuose. Una volta che l’Italia ha elaborato il fascicolo elettronico per il singolo immigrato ed esso viene inviato agli organi preposti degli altri Stati, questi ti rispondono dopo molto tempo. E intanto l’immigrato rimane a casa nostra. Non solo, quasi sempre la risposta include ulteriori approfondimenti. Altro tempo. E prima che la pratica si concluda positivamente, il paese che dovrà ospitare l’immigrato vuole prima incontrarlo. E il tempo si allunga ancora. Così si rende molto più complicata una situazione che di partenza non è certo facile. I paesi che in teoria hanno dato la loro disponibilità, poi nel concreto la negano con questi piccoli trucchetti burocratici. E non è tutto.

Perché?
Ancor prima di tutto questo, occorre convincere l’eritreo a fare richiesta d’asilo. Chi arriva sa già come funzionano le cose e quindi è restio a fare domanda, non ha alcuna intenzione di accettare la destinazione che gli sarà assegnata. Chi arriva vuole andare in posti precisi, dove magari vivono parenti o amici. Per non rischiare di finire altrove decidono di restare. E così tutto diventa più difficile per l’Italia. Il primo scoglio, dunque, è proprio nel rapporto con l’immigrato. Solo dopo che è stato convinto a farsi identificare e la sua application viene inviata a un paese che ha dato disponibilità di accoglienza, comincia l’infinito balletto burocratico che ho descritto prima. In questo periodo può succedere di tutto. L’eritreo comincia a credere di essere stato ingannato, e questo complica i rapporti non solo con lui ma con la sua comunità, che si fiderà sempre meno delle nostre autorità.

Gli eritrei che da gennaio a oggi sono arrivati in Italia sono l’11 per cento del totale dei profughi sbarcati. Il restante 89 per cento rimane quindi un problema che dobbiamo gestirci da soli?
Esattamente. E tra questi ci sono quelli che hanno diritto alla protezione internazionale, almeno noi li consideriamo così. Penso soprattutto a nigeriani e maliani. Oppure a chi arriva dalla Sierra Leone o dalla Somalia. Persone che fuggono da contesti non certo migliori di quelli siriani o iracheni. Ma ripeto, al di là dei momenti di emergenza, di quei periodi in cui arrivano migliaia di migranti al giorno, per il momento i numeri che abbiamo sono sostenibili. Certo l’estate che si avvicina renderà le cose difficili, ma non credo più degli altri anni, o comunque non con i termini usati sui giornali.

Eppure si parla di centinaia di migliaia di migranti pronti a salpare dalle coste della Libia.
Il tema della migrazione si presta a un utilizzo vergognoso e ingiusto. Sulla pelle delle persone si gioca una partita di consenso politico. È chiaro che tutti hanno le proprie difficoltà e tutti temono che i migranti possano strapparci quel poco di benessere e sicurezza che a fatica si sono conquistati. Ma se si punta solo su queste paure si fa un gioco sporco. Nessuno nega i rischi che ci possono essere per il nostro paese, soprattutto ora che arriva la bella stagione, ma l’effetto invasivo, se così vogliamo chiamarlo, ci sarà per la concentrazione di arrivi in un tempo limitato. Se tutti si assumessero le proprie responsabilità fino in fondo, a partire dall’Europa e fino ai sindaci dei comuni italiani, il nostro paese sarebbe in grado di gestire le problematiche legate agli sbarchi, senza l’affanno a cui siamo costretti.

La Commissione europea ha accolto con molto favore la proposta italiana del Migration compact. Di cosa si tratta?
È un’iniziativa che vuole mettere a sistema i contatti bilaterali esistenti ma che sono risultati insufficienti e deboli rispetto alle esigenze di un continente come l’Africa. La proposta italiana è stata accolta da tutti con interesse e attenzione, ora la disponibilità si dovrà tradurre in concreta applicazione. Il Migration compact si muove in parallelo con l’accordo tra Unione Europea e Turchia: abbiamo fatto un passo importante verso Ankara, ora lo dobbiamo fare verso alcuni paesi africani. L’idea è che non sarà più il singolo Stato, ma i paesi europei a coordinarsi e condividere uno sforzo verso l’Africa. Una cooperazione comunitaria che riguarderà investimenti significativi in materia di istitution building, sviluppo locale, protezione delle persone, attuazione di diritti. Il problema non sono le risorse ma è imparare a non investire a pioggia e trovare obiettivi comuni per portare sviluppo nei paesi martoriati. Ce ne sono tanti, ma per noi ce ne sono alcuni più importanti: Niger, Sudan, Libia, Mali, Senegal e naturalmente Eritrea, Somalia ed Etiopia. Il tema è ricostruire lì delle opportunità di vita e di sviluppo. Si è sempre detto che il problema dell’immigrazione era da risolvere alla base. Ora mi sembra strano sentire dire che siccome la cooperazione ha sempre fallito, allora fallirà ancora. Mi sembra una critica superficiale, una scusa per essere a ogni costo contro questo governo.

Tornando in Italia, hanno fatto discutere alcuni articoli in cui si descriveva la giornata tipo del migrante nei centri di accoglienza. Vitto e alloggio pagati, tessere telefoniche, giornate perse davanti alla tv o al cellulare…
Troppo spesso trascorrono la giornata in maniera inutile e in questo modo perdono la voglia di ricostruirsi la vita. Ribadisco quanto spiegato in diverse circolari: queste persone possono essere impiegate in lavori di volontariato, utili all’integrazione con il contesto sociale. E in questo caso non serve nemmeno l’assicurazione perché l’Inail fornisce già la copertura. Non esiste legge che vieta loro di lavorare, anzi, con il decreto legislativo 142 approvato lo scorso settembre abbiamo ridotto da 6 a 2 mesi il tempo che deve trascorrere dalla prima identificazione alla possibilità di trovare impiego legittimamente. Il concetto di accoglienza non va slegato da quello di integrazione. Nel centro l’immigrato può rimanere un anno, un anno e mezzo a seconda della situazione, poi deve lasciare libero il posto che occupa. O in questo periodo riesce a costruirsi una rete o finisce su un marciapiede. L’accoglienza non è un vitalizio, dopo un determinato periodo devi saper camminare con le tue gambe.

E se questo non accade? C’è il rischio che una volta fuori dal centro comincino a delinquere.
Sull’argomento voglio essere cauto, al momento non abbiamo segnali di incremento di reati dovuti agli sbarchi. Anche questo è un altro argomento che viene strumentalizzato dalla politica. Bisogna stare attenti a non permettere la nascita di nuove marginalità, che si andrebbero ad aggiungere a quelle degli italiani in difficoltà. Per chi non è in grado di proseguire da solo una volta abbandonato il centro di accoglienza, si profila la possibilità del rimpatrio. Quello forzato per gli individui socialmente pericolosi e che riteniamo di accompagnare alla frontiera o addirittura nel loro paese d’origine. In questo caso i soggetti sono soprattutto marocchini, tunisini, egiziani e nigeriani. Poi c’è il rimpatrio volontario e assistito: per coloro che non sono riusciti a integrarsi e decidono volontariamente di tornare a casa, lo Stato fornisce una piccola somma di denaro utile a ricostruirsi una vita nel paese di origine.

Che rapporti ci sono con le amministrazioni comunali?
I sindaci dovrebbero avere il coraggio di accettare i progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr). Sono progetti finanziati dal ministero dell’Interno, la best practice della integrazione.

Ma i soldi arrivano puntuali o ci sono le solite ed estenuanti tempistiche dei pagamenti pubblici?
I soldi arrivano puntuali ogni tre mesi, soprattutto nei progetti Sprar. Le cose si complicano per quanto riguarda i Centri di accoglienza straordinaria, quelli aperti temporaneamente per gestire particolari situazioni di emergenza. In questo caso facciamo fatica, è vero. Comunque il vero problema non è quello economico, ma quello legato al consenso politico. In un clima dove non si fa altro che parlare di invasione, si genera paura e il sindaco che accetta i progetti Sprar vede erodere inevitabilmente il proprio consenso.

Avete in mente altre azioni per andare incontro alle esigenze dei comuni?
Stiamo portando il finanziamento dei progetti al 95 per cento, mentre prima era all’80. In questo modo i Comuni dovranno coprire solo il rimanente 5 per cento dei costi. Abbiamo scritto circolari spiegando che dove verranno attuati i progetti Sprar, i prefetti eviteranno di avere un atteggiamento intrusivo nelle scelte, ad esempio del luogo dove accogliere i profughi. Non vogliamo interferire nelle scelte del territorio a condizione però che gli amministratori siano disponibili all’accoglienza. Stiamo anche pensando di destinare 1 euro per ogni migrante accolto che il Comune potrà utilizzare per le spese correnti: pulizia delle strade, asfalti stradali, riordino del verde.

Una critica che avete ricevuto da più parti è quella di tentare di risolvere il problema migranti con soldi statali. Pagate lo straniero e non l’italiano.
Ogni anno gli immigrati che lavorano versano circa 8 miliardi di euro in contributi di cui solo 3 vengono restituiti sotto forma di assistenza sociale e servizi. Per il bilancio italiano si registra un saldo positivo di circa 5 miliardi di euro, praticamente l’accoglienza si paga da sé. E per quanto riguarda la questione del lavoro: provo a immaginare che cosa potrebbe essere l’allevamento nelle stalle del centro nord senza gli immigrati. Oppure l’agricoltura al sud. Tutti dicono che gli italiani sono pronti a fare qualsiasi lavoro, poi nessuno va a raccogliere il pomodoro San Marzano. Chi munge le vacche tutti i giorni, anche a Natale? Gli indiani, non gli italiani. Bisognerebbe parlare, oltre che dell’emergenza profughi, delle possibilità che derivano dall’arrivo di questi stranieri.

Tipo?
Le faccio l’esempio di Riace, uno dei tantissimi e piccolissimi comuni di Italia, i cosiddetti comuni polvere, dove molto spesso la natalità è crollata, ci sono solo anziani che percepiscono la pensione, dove non c’è più una stazione dei carabinieri o l’ufficio postale, figuriamoci le scuole. Innestando in questi comuni alcune famiglie di profughi, magari con figli, il tessuto sociale si è riattivato. A Riace hanno riaperto scuole, negozi, l’ufficio delle poste, sono rinate attività artigiane che stavano scomparendo e ora stanno tornando a essere dei punti di forza, case disabitate sono state messe a disposizione degli stranieri. Sono tutti meccanismi economici che generano altrettanta economia. Per fare tutto questo ci vuole una visione a lungo termine dei progetti, ci vogliono sicuramente degli investimenti, ma soprattutto occorre coraggio politico.

Foto Ansa

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