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Ema a Milano. Abbiamo un problema

luglio 18, 2017 Mariarosaria Marchesano

Per ospitare l’Agenzia del farmaco vanno garantiti accesso al lavoro e cure mediche ai coniugi e ai figli dei dipendenti. E sono in mille a “tenere famiglia”

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni (D), riceve a Palazzo Chigi il professor Enzo Moavero Milanesi, nuovo consigliere del premier per la promozione della dislocazione a Milano della sede dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA), gi‡ situata a Londra, 13 aprile 2017. Lo rende noto il sito di Palazzo Chigi.   ANSA / Tiberio Barchielli - us Palazzo Chigi     +++  ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING  +++

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – All’incirca mille posti di lavoro (che non ci sono), da offrire a mogli e figli dei funzionari dell’Ema, potrebbero rappresentare lo scoglio più difficile che l’Italia deve superare per accreditare la sua candidatura ad ospitare la sede dell’Agenzia del farmaco. La richiesta sembra quasi paradossale ma è concreta e rappresenta uno dei cinque criteri oggettivi richiesti al paese ospitante. Il 22 giugno sono stati pubblicati i requisiti per la ricollocazione dell’Agenzia in zona euro e fissato il timing per la presentazione delle candidature (entro il 31 luglio), la definizione della short list (entro il 30 settembre) e la decisione finale (31 ottobre). Leggendo con attenzione il documento, peraltro appena scivolato sui media italiani, si capisce che la partita sta entrando nel vivo con una griglia di selezione particolarmente stringente, mentre le diplomazie italiane messe in campo dal governo Gentiloni si stanno muovendo sotto la regia di Enzo Moavero Milanesi per perorare la candidatura di Milano.

In ballo, c’è la possibilità di ospitare il quartier generale di un’istituzione che gestisce un budget di 360 milioni di euro all’anno e ne genera anche molti di più con l’indotto delle sue attività. Per essere preso in considerazione, è necessario che il paese candidato soddisfi non solo esigenze di carattere logistico e organizzativo, ma anche aspettative e ambizioni familiari di chi lavora oggi nella sede di Londra dell’Ema. Tra i cinque criteri fissati ne spicca uno, citato al punto quattro del documento, di cui non si era quasi mai sentito parlare prima. «Criterion 4: appropriate access to the labour market, social security and medical care for both children and spouses»: tradotto, adeguato accesso al mercato del lavoro, alla sicurezza sociale e alle cure mediche sia per i figli che per i coniugi. Nello stesso paragrafo viene poi specificato che il 55 per cento dello staff dell’Ema ha un partner, sposato o registrato come tale e che è necessario che le cure mediche vengano estese a tutti i componenti delle famiglie degli 890 dipendenti dell’Agenzia.

Centinaia di scolari internazionali
Ora, se per l’assistenza sanitaria e la sicurezza sociale la richiesta appare in linea con gli standard utilizzati da qualsiasi grande azienda o multinazionale di un certo livello quando sposta il suo personale, per gli sbocchi occupazionali dei parenti dei dipendenti si fa più fatica a comprendere il senso. Che cosa vuol dire esattamente? Certo, da nessuna parte c’è scritto che si debba proprio garantire dei posti di lavoro (una richiesta simile potrebbe suonare quanto meno contraria ad ogni spirito meritocratico), ma d’altra parte si intravede una direzione presa dall’Agenzia nella sua strategia decisionale che è quella di prediligere un paese dinamico dal punto di vista del trend occupazionale. Ora, facendo un rapido calcolo, si tratterebbe di trovare occhio e croce almeno un migliaio di opportunità di tipo professionale, tra Milano e dintorni e nell’arco dei prossimi anni, per parenti e affini dei dipendenti Ema. Una sorta di effetto collaterale, come contropartita per ospitare l’Agenzia.

È fattibile una cosa del genere per l’Italia? Il nostro paese è al quarto posto in Europa per tasso di disoccupazione, in particolar modo quella giovanile, e non sarà facile persuadere il board dell’Ema che esistono, al contrario, condizioni adeguate alle aspettative. L’unica consolazione è che un tale criterio di selezione rischia di tagliare fuori dalla corsa non solo l’Italia ma anche la Spagna, che in quanto a mercato del lavoro non sembra messa molto meglio (mentre avvantaggerebbe candidature del nord Europa come Copenaghen e Amsterdam). È chiaro, comunque, che questo non sarà l’unico criterio di selezione e che la struttura logistica e immobiliare – che secondo le richieste dovrà essere in grado di ospitare 564 meeting all’anno per un totale di 36 mila visitatori e 4.273 teleconferenze (il numero è stato fissato con estrema precisione) – resta il principale requisito da soddisfare comprendendo in questo anche l’accessibilità e la centralità dell’immobile.

Ma diciamo che a parità di condizioni, è probabile che sarà preferito il paese che in generale sarà in grado di offrire le migliori prospettive di garanzie e tutela familiare, come previsto anche dal punto 3 in cui si spiega che al momento i dipendenti dell’Ema hanno 648 figli tra 0 e 18 anni e che per tutti deve essere garantito un adeguato percorso di tipo scolastico e formativo, leggi scuole internazionali o multilingue. L’Italia si sta attrezzando per tutto questo?

Foto Ansa

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