Nirenstein: «Chi dice che Israele è guerrafondaio e va verso destra non capisce niente»

Dopo le elezioni in Israele, vinte da Netanyahu, che però è uscito debole dalle urne, si prospetta un’alleanza con i moderati. Intervista a Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera.

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Alle elezioni in Israele appena concluse il premier uscente Benjamin Netanyahu , alleato insieme al partito del suo ministro degli Esteri Lieberman, ha ottenuto il maggior numero relativo di seggi: 31 su 120. Alla precedente tornata elettorale ne aveva presi 41, ecco perché oggi i giornali parlano di sconfitta del vincitore. Con i laburisti che si sono aggiudicati 19 seggi, il vero exploit è stato del partito moderato Yesh Atid, guidato dal giovane Yair Lapid. «Ora è lui l’ago della bilancia» spiega a tempi.it Fiamma Nirenstein, giornalista e vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera. «Mentre la sinistra detesta Netanyahu, Lapid no e quindi potrebbero costruire un’alleanza».

Netanyahu ha vinto ma ha perso: questa la sintesi dei giornali, è anche la sua?
Non parlerei di sconfitta, ma di sicuro è in difficoltà, soprattutto rispetto alla possibilità di formare una coalizione stabile: il suo ambito naturale della destra ha 60 seggi su 120. Il grande protagonista di queste elezioni è stato Lapid, ex giornalista, figlio di Tommy Lapid, antireligioso ma moderato, che ha preso 19 seggi. Ora è lui l’ago della bilancia, se contiamo che i laburisti hanno preso 15 seggi e Livni 6 seggi. Questi ultimi due detestano Netanyahu ma Lapid no. Netanyahu perciò dovrebbe allearsi con Lapid, che non ha un pregiudizio contro di lui e che ha fatto una campagna elettorale moderata a favore delle classi medie.

Perché Netanyahu ha perso consensi?
Netanyahu ha sbagliato ad allearsi con Lieberman, che è un politico antipatico, e ha attaccato con troppa forza Bennet.

L’exploit di Lapid in che modo riflette la società israeliana?
C’è un grande desiderio di normalità: tutti nelle ultime settimane hanno parlato di destra infernale, riferendosi a Netanyahu e Lieberman, e di fascisti ma nessuno ha capito niente. Devo dire che in genere in pochi capiscono Israele perché sono accecati dall’ideologia e così finiscono per dire bischerate. Netanyhau è un moderato e Israele non sta andando verso destra. Bisogna considerare che Israele si trova con la minaccia dell’Iran e di Hamas e con l’incognita dei Fratelli Musulmani. È possibile che un paese che divide a metà i suoi voti stia andando verso destra? Senza contare che la sorpresa delle elezioni è stata un moderato, che non esagera, non alza i toni e che è a favore della pace, ma senza dare addosso a Netanyahu.

Come ha fatto Lapid a vincere?
La chiave del suo risultato elettorale è essere un borghese normale di Tel Aviv e non avere dato contro a Netanyahu. Israele non è un paese guerrafondaio, vuole la normalità. Neanche Bibi, come viene chiamato, è un guerrafondaio ma si è trovato ad affrontare con realismo una situazione molto difficile, tra Iran e Hamas, che anche Lapid si troverà ad affrontare. Però Lapid è ancora vergine da questo punto di vista e quindi è normale che piaccia di più rispetto a Netanyahu.

L’affluenza alle urne è stata molto alta. Come mai?
Tutti vogliono e sperano di cambiare la situazione attuale. Israele dovrà fare tagli al bilancio, Bibi li ha già promessi, anche se la gente non li vorrebbe ovviamente. Poi ci sono le case troppo care, il cibo dal costo alto, gli stipendi bassi: Israele è un paese molto ricco dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e si trova lavoro senza difficoltà ma ha anche dei problemi.

Il tema chiave della campagna, dunque, è stato l’economia?
In parte. Sicuramente sì per Lapid, che si è schierato a difesa della classe media, e anche per i laburisti, che difendevano la povera gente. Ma questi ultimi hanno preso poco perché Israele non è un paese di operai. Poi c’è stata la componente ideologica: Bibi ha detto esplicitamente di essere in campo per difendere Israele dal pericolo islamista, da Hamas, dall’Iran e dal mistero che avvolge il futuro del rapporto con i Fratelli Musulmani. Dall’altra parte Livni ha gridato per tutta la campagna elettorale dicendo che Netanyahu ha isolato Israele e che non vuole la pace. Ma bisogna dirlo una volta per tutte: questo è falso, Bibi ha invitato i palestinesi al tavolo delle trattative decine di volte. Gli hanno sempre risposto picche.

Il rapporto con gli Stati Uniti però si è raffreddato parecchio.
La Livni ha insistito molto su questo ma quello che lei non capisce è che Obama attacca e si stacca da Netanyahu per crearsi simpatie in un mondo arabo che non ha più sotto controllo.

Le costruzioni per i coloni non hanno peggiorato i rapporti con la Palestina?
Di costruzioni ne sono state fatte poche e poi le colonie sono riprese dopo che i palestinesi sono andati a farsi riconoscere in modo unilaterale alle Nazioni Unite come paese osservatore non membro. Questo hanno fatto invece che discutere la pace. Come poteva Netanyahu non reagire? Doveva stare a guardare?

Queste elezioni lasciano intravedere qualche speranza per il ritorno al dialogo?
Dipende tutto dai palestinesi: se loro dicono che sono pronti a sedersi al tavolo con Israele, senza arrivare con delle precondizioni, si fa subito. Israele ha già offerto mille volte di riaprire i colloqui.

Nel suo discorso di insediamento per la seconda volta alla Casa Bianca, Obama non ha parlato molto di politica estera e i pochi accenni che ha fatto non sembrano indirizzati a una politica forte in Medio Oriente.
Israele deve avere molta pazienza con Obama, deve mantenere un buon rapporto nonostante il presidente Usa abbiamo messo al ministero della Difesa Hagel, che è un antisemita e ha fatto dichiarazioni pazzesche sulla lobby ebraica. Inoltre, non è un mistero che sia contro l’intervento in Iran. Diciamo che se Obama voleva dimostrare di odiare Israele, c’è riuscito. Per questo non mi aspetto niente di buono da Obama. Lui sta cambiando il rapporto con Israele perché vuole cambiare l’America. E non per il bene, se posso dirlo, perché vuole farla diventare un paese fra tanti invece che il leader della democrazia e dei diritti umani nel mondo. Trovo poi assurdo che lasci all’Europa la guida delle operazioni in Mali, dove i terroristi islamici vogliono conquistare un paese intero, non so se mi spiego, e poi la battaglia contro il terrorismo dovrebbe riguardarli molto da vicino.

Ha annunciato pochi giorni fa che non si ricandiderà. Che cosa farà ora?
Ora tornerò a fare il mio lavoro, la giornalista, scriverò articoli e libri. Mi dedicherò di più a mio marito, non a mio figlio che ha 30 anni, farò la “aliah”, cioè la salita e prenderò la cittadinanza israeliana, che è la patria più calda per gli ebrei. Resterò con tutte e due le cittadinanze.

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