Elezioni mid-term. Per Trump una sconfitta di buon auspicio

I democratici vincono ai punti, ma al prezzo di trasformarsi nel partito dei ghetti etnici e genderisti. La tendenza disgregatrice può favorire il presidente nel 2020

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Un primo commento ai risultati delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti non può fare a meno di notare alcune cose. La conseguenza politica più importante dei risultati delle elezioni è che la presidenza di Donald Trump durerà almeno quattro anni. Non ci sarà alcuna procedura di impeachment, anche se dal Russiagate dovessero emergere pesanti indizi di comportamenti illeciti, perché i democratici hanno conquistato la Camera dei rappresentanti ma non il Senato, dove anzi il vantaggio dei repubblicani è aumentato.

UN RISULTATO FISIOLOGICO

Per Trump e i repubblicani si tratta dunque di una sconfitta ai punti che non avrà effetti dirompenti e che fa parte della fisiologia della politica americana: gli ultimi tre presidenti – Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama – persero almeno parzialmente le elezioni di mid-term e poi conquistarono un secondo mandato a capo dello Stato. Da questo punto di vista, la limitata sconfitta di Donald Trump è quasi di buon augurio in vista di una sua riconferma nel 2020.

LA TRASFORMAZIONE DEI DEMOCRATICI

La seconda cosa che si nota a vista d’occhio anche a risultati non ancora definitivi, è che i democratici conquistano la Camera dei rappresentanti, strappano seggi e recuperano voti anche nelle aree della classe media e delle periferie povere dove Trump li aveva spodestati due anni fa, ma al prezzo di trasformare il partito in uno strano ircocervo dove convivono liberali e socialisti, comunitaristi e individualisti, identitari e globalisti.

FIGURINE PER I GIORNALI

I giornali di tutto il mondo hanno scritto tutti lo stesso articolo per evidenziare come il Partito democratico sia diventato il veicolo della rivincita delle minoranze (o maggioranze) discriminate, elencando le prime due donne musulmane della storia elette al Congresso, che naturalmente sono anche la prima donna di origini palestinesi (Rashida Tlaib) e la prima donna di origine somala (Ilhan Omar, quest’ultima nei documenti risulta bigama), le prime due donne native americane (una volta si diceva pellerossa) elette al Congresso, una delle quali, Sharice Davids, è anche la prima donna nativa Americana lesbica eletta alla Camera dei rappresentanti. In Massachusetts e Connecticut per la prima volta due donne afroamericane rappresenteranno questi stati al Congresso. Hanno “purtroppo” fallito Gina Ortiz Jones in Texas, che avrebbe potuto essere la prima donna lesbica di origine latinoamericana a sedere alla Camera dei rappresentanti, e nel Vermont Christine Hallquist, che sarebbe stato il primo governatore transgender della storia.

IL PARTITO DEI GHETTI

Il Partito democratico sta diventando il partito delle categorie storicamente oppresse o discriminate che vantano il diritto a un risarcimento da parte della società, dove l’appartenenza a una minoranza diventa criterio di merito per essere eletti, sfruttando il senso di colpa dei liberal bianchi e la voglia di rivincita della propria e di altre minoranze. Di fatto si tratta di una tendenza disgregatrice, che può risultare vincente in un’elezione di mid-term, ma rischia di produrre una reazione come quella sorprendente delle presidenziali del 2016, contro la compartimentalizzazione della società americana e contro la logica dei ghetti etnici e genderisti.

SINISTRA TRUMPIZZATA

Mentre su questo versante il Partito democratico ha raccolto i voti degli elettori più ostili a Trump, su un altro invece si è avvicinato ai temi trumpiani: i candidati e le candidate che hanno avuto più successo sono stati quelli che hanno mostrato inclinazioni protezioniste e anti-cinesi. Fino all’ostilità all’economia di mercato e agli accordi economici transnazionali dell’astro nascente Alexandria Ocasio-Cortez, latina 29enne del Bronx che ha stravinto con un programma improntato al socialismo stile Bernie Sanders, comprensivo di sanità e università gratuite per tutti.

NESSUNA NOVITÀ SU ESTERI E DIFESA

I democratici in piena metamorfosi saranno ora in grado di bloccare le politiche domestiche di Trump (e un’eventuale, per quanto improbabile dichiarazione di guerra), ma nulla potranno sulle sue iniziative di politica estera e di difesa. Rispetto alle quali mostrano accentuate convergenze: la postura anticinese è diventata bipartisan, il disimpegno dal Medio Oriente ferme restando le alleanze di ferro con Israele e Arabia Saudita differisce da Obama solo per qualche raid sulla Siria, le rampogne contro gli europei che pagano troppo poco il biglietto d’ingresso alla Nato sono solo cresciute di intensità ma non di segno.

IL VANTAGGIO DI THE DONALD

Virtualmente al riparo dalla procedura di impeachment, Trump appare ben posizionato per tentare la rielezione fra due anni. Il Partito democratico avrà il problema di scegliere fra candidati troppo radicali e non bianchi o troppo moderati e wasp: scelte entrambe probabilmente perdenti. Chi l’avrebbe detto, alla vigilia del previsto trionfo di Hillary Clinton nel novembre del 2016?

Foto Ansa

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